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  1. Giuseppe De Risi Rispondi

    L'architrave della riforma è l'eliminazione del ruolo del ricercatore. Cosa che, come già osservato negli interventi precedenti, non ha alcuna giustificazione ne da un punto di vista "meritocratico", visto che per accedere al rulo erano già necessari vari anni di precariato, in cui l'attitudine e l'indipendenza venivano valutati (eccome!), ne da un punto di vista "regolamentatorio", dato che la tenure track vera, cioè quella per cui l'asunzione è subordinata solo agli standard qualitativi dell'attività, è di 3 anni, e quindi in pratica ricalca il vecchio "fuori ruolo", che come sappiamo era un pro-forma. Aggiungo che, a mio parere, tre livelli di docenza rappresentano la soluzione ottimale per la gestione e l'organizzazione delle attività di didattica e ricerca dell'università, visto che in tre parole, l'ordinario dovrebbe "gestire", l'associato "coordinare" l'attività e il ricercatore eseguire compiti di ricerca "hard" e di relazione con gli studenti. Mi sembra ovvio che l'unico vero obiettivo di una riforma evidentemente "gattopardiana" sia la riduzione netta del personale strutturato (a spanne di circa 20 000 unità). E indovinate un po chi paga questa cosa?

  2. la riforma spiegata ai non addetti ai lavori - daniele terlizzese Rispondi

    Per cortesia vorrei capire, in pratica, questi ricercatori a tempo determinato chi li assume? L'università singola oppure un concorso nazionale? Non si capisce. Un singolo professore può assumere un ricercatore a tempo determinato oppure è il consiglio di facoltà che decide un piano di assunzione su progetti? Sarei grata se qualcuno mi desse delucidazioni in merito.

  3. franco simonetto Rispondi

    Elenco di sotto i motvi per i quali i avverso la riforma.
    - Ricercatori precari. Ma tre anni di dottorato, piu' quattro di assegno, piu' almeno altri due di un post doc all'estero (passaggi obbligati almeno a Fisica) non bastano davvero a valutare una persona ?
    - baronia : siamo sicuri che un ricercatore precario saprebbe resistere a pressioni baronali con bastevole forza ? Un gruppo di precari avrebbe potuto reagire al disegno di legge con la stessa veemenza mostrata dai ricercatori attuali ?
    - merito: gli scatti di anzianita' verranno assegnati soltanto alla fascia dei migliori. Ottimo. Ma gli scatti diventeranno triennali, da biennali che erano, l'importo del singolo aumento restando invariato. Dunque, rispetto alla situazione attuale, i migliori non verranno premiati, ma semplicemente subiranno un danno minore degli altri
    - carriere : i concorsi nazionali erano stati aboliti perche' troppo farraginosi. Negli anni novanta si sono svolti un solo concorso ad ordinario e due ad associato di fronte ai cinque previsti dalla legge allora in vigore. Perche' la situazione dovrebbe migliorare in futuro ? E il doppio livello di giudizio (nazionale e pi locale) non introduce altre viscosita' ? Inoltre perche' ad ogni avanzamento di carriera l'anzianita' di servizio e' azzerata ? Possono passare fino a nove anni tra l'eventuale promozione e l'effettivo aumento di stipendio (a seconda dell'anzianita' perduta).
    - L'introduzione del CDA e del direttore amministrativo ricorda da vicino l'organizzazione delle ASL. Non e' lecito paventare una sorte analoga, con una direzione politica degli atenei, con promozioni e finanziamenti decisi su base di appartenenza politica. Immaginate universita' leghiste in veneto, pd in emilia, cl in lombardia ... Attendo (invano) da mesi una risposta a queste perplessita' dai pasdaran della riforma.

  4. Sergio Rispondi

    Sono un traditore, avendo lasciato a suo tempo la carriera universitaria dopo 9 anni come ricercatore. Mi convincono le tesi dell'articolo. Tuttavia, tra i commenti alla riforma, mi pare sempre poco presente la necessità di assicurare una valida incentivazione alla didattica, che nella mia esperienza era la cenerentola del sistema. I docenti magari non geniali ma dediti alla didattica e per questo promossi su base locale sono tra i capri espiatori del dibattito. Eppure servono. A me pare che un paese come l'Italia, che con buona pace di tutti non sarà mai la mecca della ricerca scientica (salvo eccezioni), dovrebbe dare almeno eguale peso ai servizi (pubblici!) che l'università può rendere al paese, oltre che a se stessa. Quando ero in università ero colpito dall'alto numero di docenti stabilizzati che facevano letteralmente i fatti loro, con un impegno didattico minimo; mentre colleghi di altri paesi (ricordo UK, ma anche Spagna!) mi raccontavano di carichi didattici nettamente superiori. Temo che anche nel migliore dei casi questa riforma potrebbe produrre più dottori morti (per gli studenti e il paese) che non gli asini vivi di cui pure avremmo bisogno. Che ne pensa?

  5. sandro Rispondi

    La riforma dell'Università ricorda quella sul Federalismo e tutte le altre riforme all'italiana (non solo di questo governo). Si parte dalla contatazione di un grave problema, si enunciano alcune idee di principio assolutamente condivisibili (di solito prese da esperienze positive di paesi esteri) poi ci si perde in leggi confuse, arzigogolate, parzialmente contradditorie sostanzialmente inapplicabili, si demanda il tutto a futuri decreti attuativi che miracolosamente dovrebbero risolvere i problemi. Passa un po' di tempo e si scopre che i decreti attuativi non si possono o non si riescono a fare, che i soldi necessari sono spariti (o mai esistiti), che ogni Ente ha applicato le leggi a modo suo per mancanza di regolamenti. Alla fine si fanno un paio di belle sanatorie e si ricomincia dall'inizio: si constata che ci sono grossi problemi, si enunciano alcuni principi assolutamente condivisibili, ... ecc. ecc.

  6. Alessandro Figà Talamanca Rispondi

    Forse bisognerebbe aggiungere che una distribuzione del Ffo secondo una formula che incorpora incentivi e disincentivi per promuovere comportamenti ritenuti "virtuosi" da parte delle università era già nei poteri del Ministro dal 1994, ed era esplicitamente prevista dalla legge (dicembre 1993) che istituiva il Ffo. La indicazione confusa a livello legislativo di percentuali varie del Ffo per incentivare questo o quello indice di qualità di difficile rilevazione, e la previsione di "accordi di programma" discrezionali (ultimo comma Art. 1) fa venir meno la trasparenza nella politica governativa e rende obiettivamente più difficile promuovere veramente la qualità. Il modello da seguire dovrebbe invece essere quello inglese cioè quello di una "formula" di finanziamento relativamente stabile, ma non fissata per legge, basata su parametri suscettibili di rilevazione affidabile. Grazie comunque all'autore per aver tentato di guardare al di là della cortina fumogena dei proclami sulla "meritocrazia". Gli suggerisco di leggere però l'articolo sulla storia della distribuzione dello Ffo a firma di Guido Fiegna pubblicato sul primo numero 2010 di Universitas.

  7. Andrea Salanti Rispondi

    Ai misurati rilievi di Daniele Terlizzese in merito alla recente "riforma" dell'università vorrei aggiungere la seguente considerazione. In tutti i sistemi dove esiste un qualche meccanismo - istituzionale o di mercato che sia - di controllo della qualità dell'istruzione e della ricerca universitaria, il fine sembra non tanto quello di disporre di pseudoclassifiche da dare in pasto all'opinione pubblica, quanto quello di giungere ad una allocazione - che si presume efficiente - dei docenti e degli studenti "migliori" presso le istituzioni più prestigiose, e via via a scalare (come nota giustamente l'autore a proposito di cosa accade a chi non supera la tenure track in un'università americana). Ma per ottenere un tale risultato mi pare ovvio che occorra in qualche modo favorire la mobilità sia dei docenti, sia degli studenti (in entrambi i casi tutt'altro che spontanea in mancanza di adeguati incentivi). Ebbene, qualcuno mi saprebbe spiegare che cosa prevede la tanto sbandierata "riforma" dell'università italiana a tale proposito? A mio parere praticamente nulla, ed è questo il motivo che mi fa ritenere che i risultati, rispetto agli obiettivi conclamati, saranno oltremodo modesti.

  8. stefano Rispondi

    Ho provato a leggerla (le prime 40 pagine e qualche stralcio), e dire che l'ho trovata ostica è poco. Ammetto la mia ignoranza, ma comunque molte correzioni mi erano sembrate piuttosto ambigue, o inutili.

  9. Marino Rispondi

    A proposito di tenure track: primo, ma sei anni non sono troppi per valutare qualcuno, e secondo, pare che le università non siano tenute ad accantonare i fondi, per cui ci saranno ricercatori idonei per il tempo indeterminato ma senza i fondi per pagarli; a proposito di "l’esclusione dalle commissioni di abilitazione, selezione e progressione di carriera"... capisco e condivido l'intenzione, ma sarebbe legale, cioè non sarebbe origine di contenziosi per poi finir cassato? Perché mi sembra tanto o un provvedimento disciplinare per il quale ci sono certi principi (contraddittorio ecc.) oppure una forma surrettizia di creazione di fasce all'interno della categoria.

  10. Paolo Vitale Rispondi

    Ho tre commenti da fare. In primo luogo, il sistema di tenure track così come è concepito dalla riforma è folle poiché non consente a coloro che non dovessero ottenere tenure di collocarsi in altra sede. Quindi, delle due l'una: o praticamente tutti i ricercatori otterranno tenure, ovvero si avvicina lo spettro di una sanatoria in forma di ope legis. In secondo luogo, la certifazione potrebbe anche funzionare. Il meccanismo del Research Assessment Exercise britannico funziona bene: ne è la prova la campagna acquisti che scatenano i dipartimenti l'anno prima della valutazione triennale nel tentativo di assumere i ricercatori con le pubblicazioni migliori. Ovviamente una certificazione ben fatta costa e con questi chiari di luna è improbabile che venga istituita con meccanismi efficaci. Ma sono i provvedimenti riguardanti la governance che sollevano le maggiori perplessità. Con l'ingresso di componenti esterni nel consiglio di amministrazione degli atenei c'è il forte rischio che i potentati politici locali influenzino pesantemente la gestione degli atenei. Non so perché a me vengono a mente le Asl.....

  11. Luciano Canova Rispondi
    Oh, finalmente! Confesso, al di là di quanto letto sui giornali, profonda ignoranza di una riforma che, tra le altre cose, tanto mi interessa. Davvero difficile districarsi tra il testo, da un lato, e la demagogia semplicistica dall'altro. Qualche idea sui criteri meritocratici introdotti, assolutamente positivi, me l'ero fatta. Mentre è davvero utile cogliere il ginepraio di problemi legato appunto ai dettagli.
  12. Paolo Quattrone Rispondi

    Come giustamente dice l'autore, l'articolo ha il grosso merito di rendere comprensibile cose che altrimenti leggendo il testo della legge non sono. Ho una piccola osservazione. Ma la tenure track, non era prevista, per legge, anche prima? Ovvero il ricercatore passa un processo di conferma dopo tre anni, idem per l'associato o lo "straordinario" (termine alquanto infelice) prima di divenire ordinario. Ovviamente nella prassi ciò è una mera formalità se non addirittura una farsa. Allora mi chiedo (non da solo) basta riformare per decreto una prassi consolidata per cambiarla? Cosa impedirà al barone di turno di trasformare un ricercatore con contratto a tempo determinato in un professore associato? Forse la scarsità di risorse, con il paradossale risultato che però solo i piu' fedeli al barone saranno benedetti dall'associatura: si avrà una selezione opposta. Forse il legare la valutazione alle risorse ed al "merito" potrà scalfire il tutto, ma dipenderà da chi gestirà tale valutazione e da come si riempia di contenuto tale "merito". Di nuovo le regole non bastano a cambiare prassi istituzionali, bisogna lavorare sull'identita' professionale dei membri di tale istituzione.