Tommaso Padoa-Schioppa è stato un grande europeista. Ma come situarlo all’interno di questa definizione, che riunisce persone diverse e a volte fra loro contraddittorie? L’ho conosciuto e frequentato per più di trent’anni e i commenti che seguono sono il frutto di una lunga tradizione di scambi personali franchi e frequenti. Tommaso era un raro esempio di una persona che è Spinelli nel cuore e Monnet nel cervello. Non l’ho mai sentito invocare l’elezione diretta di un Presidente dell’Europa, né una rapida creazione di un bilancio dell’UE pari a più del 5 per cento del PIL dell’Unione. Come Monnet, si poneva in primo luogo la domanda: “Qual è il prossimo passo”? Guardava più a ciò che necessario e possibile che a ciò che è auspicabile. Il suo approccio intellettuale all’Europa è sintetizzato dal suo famoso paper sul “quadrilatero impossibile” di un mercato integrato, una libera circolazione dei capitali, cambi flessibili e politiche monetarie nazionali; un documento che pose le basi concettuali per la costruzione della moneta unica. Come Monnet, sapeva che soluzioni europee diventano possibili solo quando gli stati sono prigionieri di contraddizioni insanabili. Era anche cosciente che ciò che si stava facendo era per sua natura instabile, che i successi avrebbero creato nuove sfide, il cui risultato sarebbe stato a sua volta imprevedibile. Tuttavia non dubiti che l’obiettivo finale restava quello di una Federazione Europea. Non posso fare a meno di pensare che Jacques Delors appartenga alla stessa categoria di europeisti. E’ stato scritto che dopo la morte di Tommaso abbia detto “era più federalista di me”; sospetto che la differenza sia pitiva che razionale. Dopo tutto, Tommaso era italiano; di quelli veri, un popolo i cui geni si stanno purtroppo perdendo. Come Delors, aveva il dono raro di saper semplificare problemi complessi.
Spinelli fu fondamentalmente un uomo della prima metà del secolo scorso. Il suo nemico era il nazionalismo che aveva conosciuto in gioventù. Tommaso era cresciuto in un mondo più complesso e (forse solo per noi) meno pericoloso. La sua critica si rivolgeva al modello “westfaliano” di relazioni internazionali: una concezione in apparenza piigna, ma che può alla lunga produrre risultati disastrosi. Per questa ragione era profondamente convinto dell’importanza delle istituzioni. Era tuttavia più interessato all’estensione del voto a maggioranza che non a promuovere l’autorità della Commissione. In questo eravamo in disaccordo; io ritengo infatti che il voto a maggioranza fra stati sovrani, per quanto necessario, sia uno strumento fragile se non è sorretto da un solido pilastro centrale.

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TOMMASO IL FEDERALISTA

Forse lui non amava parlare troppo della Commissione perché lo avrebbe costretto a criticare aspramente i successori di Delors, cosa che non sarebbe stata nel suo stile. O forse pensava, contrariamente a me, che la Commissione sia irrimediabilmente bloccata da una carente legittimità politica. Se così, devo ammettere che il più federalista era lui. Comunque, in tempi recenti era stato fra i primi a proporre che il Presidente della Commissione emerga dalla campagna elettorale per il Parlamento Europeo: una prospettiva assolutamente “federalista” che i nascenti “Partiti europei” dovrebbero considerare vitale.
Tommaso si situava alla frontiera fra la politica e l’alta amministrazione: una specie difficile da definire, ma che fornisce alcuni fra i “best and brightest” delle nostre democrazie occidentali. Non volle mai attraversare la linea che lo separava dal fango e dal sangue dell’arena politica, un passo che sarebbe stato incompatibile con la sua visione “gentile” dei rapporti umani e degli affari pubblici. Non era certo un utopista, né lo descriverei come un’ ottimista. Piuttosto era qualcuno che respingeva il pessimismo per dovere morale. A volte, soprattutto quando parlavamo di cose italiane, lo stuzzicavo dicendogli che in lui c’era un fondo “panglossiano”; da un cumulo di fattori negativi, era sempre capace di estrarre un elemento incoraggiante.
Prima di lasciarci prematuramente, la sua preoccupazione principale era il futuro dell’euro: come completare il lavoro lasciato a metà con Maastricht. Cercava di dare contenuto credibile alla nozione di unione fiscale, un termine che ha preso recentemente il posto di “Governo economico” nella “narrativa” europea (sospetto pere un uomo di cultura come lui non amasse usare questo orribile neologismo americano). Aveva doti insostituibili per contribuire a questa impresa; era uno di quei non-tedeschi capaci di guardare al “centro dell’Europa” con simpatia e comprensione, ma senza i complessi e le memorie ataviche che affliggono tanti in Europa e altrove. Purtroppo a Tommaso non è stato concesso di portare a termine questo compito; sarebbe forse stata la pila impresa della sua vita. Conservo quello che considero il suo messaggio più importante: per quanto ben concepito e strutturato, un sistema di discipline non riuscirà a imporsi pienamente a Parlamenti sovrani in assenza di strumenti comuni e di un’autorità riconosciuta. Questo era Tommaso il federalista nella sua forma migliore.

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