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Wikileaks nella rete della globalizzazione

Il precedente dichiarato sono i Pentagon Papers degli anni Settanta. Ma se Wikileaks è figlio della globalizzazione che gli permette di sopravvivere su server e siti sparsi per il mondo, rischia anche di esserne vittima, poiché non esiste una Corte Suprema mondiale a cui appellarsi. La vicenda suggerisce comunque alcune riflessioni: sulle conseguenze della trasparenza sull’operato del governo, sul fatto che nel prossimo futuro c’è forse spazio per Stati che vogliano offrirsi come paradisi informatici. E sulla tempistica giusta per diffondere informazioni di questo tipo.

 

 

A detta di molti commentatori e del suo stesso portavoce Julian Assange, l’’antenato più illustre del sito Wikileaks e delle sue rivelazioni sulle comunicazioni riservate delle ambasciate Usa è rappresentato senz’’altro dai cosiddetti Pentagon Papers del 1971.
Si tratta di un lungo rapporto top secret sull’’andamento della guerra in Vietnam, commissionato dal ministro della Difesa Usa Robert McNamara e fatto filtrare alla stampa da Daniel Ellsberg, già collaboratore dell’’amministrazione, e poi divenuto forte oppositore della guerra. Nel 1971 il New York Times comincia a pubblicare a puntate gli elementi salienti contenuti nel rapporto, ma il governo statunitense ottiene un provvedimento del giudice federale che impedisce al quotidiano di proseguirne la pubblicazione. Il Washington Post riprende i papers, ma nel frattempo il New York Times si oppone al provvedimento e porta la causa fino alla Corte Suprema, la quale dà ragione al giornale, in quanto protetto dal primo emendamento della Costituzione sulla libertà di parola e di stampa.

PENTAGON PAPERS E WIKILEAKS: SOMIGLIANZE E DIFFERENZE

È utile raccontare per esteso la vicenda storica dei Pentagon Papers, poiché permette di capire meglio il caso attuale di Wikileaks attraverso l’’analisi di somiglianze e differenze. Naturalmente, negli anni Settanta come oggi si comincia con una soffiata da parte di membri dell’’amministrazione Usa che hanno accesso a informazioni riservate, e oggi come allora l’’amministrazione non ha trovato di proprio gradimento la cosa. Non vi è alcun dubbio che la rivelazione di segreti costituisca un reato federale, ma la questione fondamentale consiste nel capire le prerogative dei media, New York Times allora e Wikileaks oggi, nel rivelare queste informazioni al pubblico. Nel caso Wikileaks, alla reazione legittima e prevedibile del governo Usa, si assommano poi le reazioni dei diversi governi coinvolti, che spaziano dalla nonchalance russa alla scompostezza italiana.
La maggiore differenza tra i due casi sta nella dimensione internazionale del fenomeno, che è molto più accentuata, se non essenziale, nel caso Wikileaks. Tanto per usare termini enfatici, Wikileaks è figlio di una globalizzazione che gli permette di sopravvivere su server e siti di notizie sparsi per il mondo. Ma rischia anche di esserne vittima, poiché non esiste (ancora?) una Corte Suprema mondiale a cui appellarsi. Nel caso dei Pentagon Papers la pronuncia da parte della Corte Suprema sul caso “New York Times vs. Usa” ribadiva in maniera netta il ruolo cruciale della libera stampa nel garantire ai cittadini l’’informazione sull’’operato del governo eletto, e la contrarietà a ogni forma di censura preventiva. Oggi invece, la procedura attraverso cui Julian Assange potrà essere accusato e difendersi non è del tutto chiara, in quanto subisce, almeno agli occhi dell’’opinione pubblica, l’’intricatezza del diritto internazionale e dei trattati di estradizione.
A prescindere dagli aspetti giuridici della questione, il caso Wikileaks si caratterizza anche per le sgradevoli pressioni dei governi, quello degli Stati Uniti in primis, su imprese private come PayPal, Mastercard e Visa per impedire l’’afflusso di finanziamenti alla fondazione che gestisce il sito. Nel 1971 succedeva qualcosa di simile? A quanto mi risulta, no. Non sono un esperto di questioni antitrust, ma le pressioni da parte dei governi hanno tutta l’’aria di comportamenti anti-concorrenziali. Ma quale giudice li può giudicare?

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TRE RIFLESSIONI

Sempre sulla base del confronto tra le due vicende, si possono mettere insieme tre riflessioni in ordine sparso.

Il fatto che la trasparenza sull’’operato del governo sia un’’ottima cosa non significa necessariamente che non abbia conseguenze negative. Ciò vale anche quando si pensa al rapporto tra cittadini e governo eletto come a un rapporto tra principale e dipendente, alla Beppe Grillo. Un illuminante lavoro di Andrea Prat mostra i vantaggi per gli elettori di avere informazioni complete sia sulle azioni dei politici, che sulle conseguenze di queste azioni. (1) Tuttavia, se non è possibile sapere ancora qualcosa sulle conseguenze delle diverse azioni poste in essere dai politici, ad esempio perché non si sono ancora realizzate, potrebbe essere svantaggioso per gli elettori apprendere qualcosa sulle sole azioni. La ragione di ciò sta nel fatto che i politici potrebbero agire in maniera conformista rispetto a quello che i cittadini in media ritengano sia giusto fare, ignorando deliberatamente informazioni importanti che vanno in direzione opposta. Ad esempio, si ipotizzi che i cittadini statunitensi ritengano che il paese Y sarà sempre un alleato fedele. Allora, se soltanto le azioni dei rappresentanti sono osservabili e non le conseguenze, i diplomatici USA potrebbero decidere di non acquisire informazioni sui comportamenti sospetti di quel paese, così da adattarsi alla valutazione iniziale dei propri cittadini. Con conseguenze eventualmente nefaste non ancora realizzate.
Se di business vogliamo parlare, come è implicito nella relazione tra Wikileaks e le imprese che offrono servizi di pagamento, allora nel prossimo futuro c’’è forse spazio competitivo per Stati che vogliano offrirsi come “paradisi informatici”, garantendo protezione a chi vuole usarli come basi per custodire e diffondere informazioni di interesse per i cittadini del mondo. Gli abusi sono certamente possibili, ma un paradiso informatico, alle orecchie di molti, ha un suono decisamente più gradevole di un paradiso fiscale.
Date le loro finalità, è vero che Assange e collaboratori stanno scegliendo la tempistica giusta per diffondere le informazioni in loro possesso? A oggi sono stati resi pubblici circa 1.200 cablogrammi su un totale di più di duecentomila, ovvero meno dell’’un per cento. I Pentagon Papers hanno colpito l’’opinione pubblica con una botta secca, cioè poche informazioni salienti sulle scelte strategiche del governo Usa in Vietnam. Nel caso di Wikileaks vi sarà un’’escalation, con la diffusione di notizie sempre più forti? La questione è molto seria: i governi fanno in fretta ad arrabbiarsi quando vi è una fuga di notizie riservate, ma i lettori e gli ascoltatori, ultimi beneficiari di Wikileaks, potrebbero essere presi dal tedio, e gattopardescamente addormentarsi, di fronte a uno stillicidio di richiami da parte del proprio salvatore.

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(1) Andrea Prat, 2005, “The Wrong Kind of Transparency,” American Economic Review 95(3): 862-877. Disponibile qui

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  1. Alberto Cottica

    Grazie all’autore per questa riflessione storica. In merito alla seconda parte dell’articolo, mi chiedo se abbia poi tutto questo senso discutere su quale sia il grado di trasparenza "giusto" (ottimale, direbbe qualche economista diehard). Per quello che leggo in giro (per esempio Micah Sifry su TechPresident) mi pare che il grado di trasparenza non sia una variabile che il governo è in grado di controllare. I cablo sono in massima parte classificati con un grado di segretezza piuttosto basso, e protetti di conseguenza da una rete semisegreta a cui hanno accesso 2.5 milioni di militari e civili (fonte: BBC). Per peggiorare le cose, il generale Petraeus avrebbe autorizzato l’uso di dispositivi portatili di memoria di massa (chiavi USB) per condividere le informazioni con governi alleati. In questa situazione, dato un server in Islanda protetto da una legge seria sulla libertà di stampa, è assolutamente inevitabile che ci sia qualcosa come Wikileaks. Io credo che la non proteggibilità di questo tipo di informazioni debba essere considerato un parametro del sistema in cui ci troviamo ad operare. Giusto ieri è stata lanciata una Wikileaks russa. Abituiamoci.

  2. AM

    E’ stato confermato quanto già si sospettava: il livello mediocre per cultura e acume dei diplomatici americani. I loro rapporti non sono analisi intelligenti, ma banali commenti e pettegolezzi scopiazzati e riassunti dalla consultazione di un certo tipo di stampa. Con questo tipo di diplomatici non ci sorprendono gli errori della politica USA nei vari scacchieri. Ad es. nel Medio Oriente la prima guerra contro l’Iraq causata da un equivoco di Saddam creato da un errore di un diplomatico USA. La seconda guerra nata dal convincimento che Saddam disponesse di armi segrete, risultato poi privo di fondamento.

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