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Un nuovo patto per crescita e stabilità *

La disciplina di bilancio dei paesi membri dell’Unione Europea è necessaria e utile. Non è però sufficiente a ristabilire ritmi di crescita adeguati non solo per vincere la disoccupazione, ma per garantire la stessa sostenibilità dei debiti sovrani dell’area euro. Serve un nuovo accordo politico tra gli Stati membri nel quale anche la crescita sia riconosciuta come priorità e venga promossa con interventi di rilancio del mercato interno, accompagnati da forti investimenti infrastrutturali. Per arrivare a più integrazione, non a meno integrazione.

 

Negli ultimi mesi, in una fase di grande turbolenza dei mercati finanziari, l’’attenzione dei policy maker europei si è concentrata sui programmi di sostegno straordinario ai paesi membri e sul ripristino della disciplina di bilancio, compromessa dall’’avventata decisione (di origine tedesca, francese e anche italiana) di sospendere il Patto di stabilità e crescita (Psc) a metà del decennio scorso. La disciplina di bilancio, necessaria e utile, non è però sufficiente a ristabilire ritmi di crescita adeguati non solo per vincere la disoccupazione, ma per garantire la stessa sostenibilità dei debiti sovrani dell’’area euro. Serve un nuovo accordo politico tra gli Stati membri nel quale anche la crescita sia riconosciuta come priorità e venga promossa con interventi di rilancio del mercato interno – più integrazione, non meno integrazione –e forti investimenti infrastrutturali a livello dell’’Unione.

RIFORMA DEL PATTO DI STABILITÀ E CRESCITA

Nella discussione in corso sul rafforzamento del Patto di stabilità e crescita si è data troppa enfasi al “braccio correttivo”, e alle relative sanzioni, mentre il vero fallimento nella sorveglianza da parte del Consiglio europeo è stato nel “braccio preventivo”. Punire con enormi sanzioni chi ha già i conti fuori controllo serve a poco: quel che serve, invece, è identificare precocemente i trend di squilibrio e obbligare i paesi interessati a correggerli quando si è ancora in tempo.
A tal fine i poteri della Commissione europea di pubblicare “tabelle di prestazione” dei paesi membri, di lanciare allarmi precoci e di rendere pubbliche le proprie analisi e raccomandazioni sui paesi che divergono dagli obiettivi comuni non dovrebbero essere soggetti ad alcuna approvazione del Consiglio; e la decisione del Consiglio di respingere o modificare le raccomandazioni della Commissione dovrebbe sempre richiedere la maggioranza qualificata (la cosiddetta maggioranza invertita).
Un aspetto che richiede strumenti di intervento più forti è la valutazione della qualità dei programmi di consolidamento nazionali che devono concentrarsi, più che in passato, sul contenimento della spesa corrente, con riforme pro-competitive delle pensioni e degli ammortizzatori sociali.
Inoltre, dovrebbero assumere valore legale le misure di rafforzamento delle procedure nazionali di bilancio: tra esse ha particolare importanza l’’istituzione in ogni paese di autorità indipendenti che valutino lo stato dei conti pubblici e la rispondenza alle raccomandazioni europee –al di fuori di ogni interferenza del potere esecutivo.

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GESTIONE DELLE CRISI

Serve un sistema finanziario capace di sopportare meglio gli shock sistemici. La disciplina di mercato può esser rafforzata dando credibilità all’’impegno di non salvare banche e debitori sovrani dai loro errori. Ciò richiede, a sua volta, nuove procedure per la gestione delle crisi bancarie che rendano possibile fallire per qualsiasi banca, con procedure di tipo amministrativo affidate al supervisore bancario, sulla scorta dell’esempio della Fdic americana, ma anche della Banca d’’Italia. Solo i depositanti assicurati godrebbero di una garanzia di rimborso. (1)
In secondo luogo, serve un Fondo monetario europeo permanente –come ora anche la Germania pare aver accettato –dotato di capitale sufficiente e ampie possibilità di finanziarsi sul mercato dei capitali, capace di intervenire a stabilizzare i mercati in fasi di forte instabilità e, naturalmente, di imporre adeguate misure correttive alle banche e ai paesi che facciano ricorso al suo sostegno. Il suo mandato dovrebbe esplicitamente escludere la copertura delle perdite, pubbliche e private, dei creditori delle banche come dei debitori sovrani.

RIFORME STRUTTURALI PER SOSTENERE LA CRESCITA

L’’Europa non può accelerare la crescita se non riprendono a crescere i redditi e la domanda interni. Misure che aumentino la flessibilità del mercato del lavoro e i tassi di occupazione giovanili e femminili possono accrescere l’’output potenziale.
Ma soprattutto occorre aprire alla concorrenza e alla piena libertà di circolazione tutto il comparto dei servizi – incominciando dalle grandi reti energetiche, di trasporto e di telecomunicazione, la distribuzione, le professioni. È questa la via maestra per ottenere incrementi durevoli e significativi degli investimenti, dell’’occupazione, dei redditi interni, del progresso tecnologico. Ciò vale anche per i paesi in forte avanzo nei pagamenti esterni. La risultante crescita della produttività e il calo dei costi interni contribuirebbero anche a rafforzare le nostre industrie.

INVESTIRE NELLE INFRASTRUTTURE PER IL MERCATO INTERNO

Infine, servono forti investimenti nelle infrastrutture a rete necessarie per il completamento del mercato interno: tali investimenti produrrebbero grandi benefici, rafforzando nel breve periodo la domanda interna dell’’area, nel lungo periodo l’’output potenziale.
Ciò richiede preliminarmente l’’identificazione di una nuova lista di priorità, abbandonando i mille progetti nazionali dei “Ten” e concentrando le risorse sulla eliminazione delle strozzature che impediscono al mercato interno di funzionare. Tutti i progetti dovrebbero essere validati dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) e dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), le quali dovrebbero controllarne anche l’’attuazione.
Per quanto riguarda il finanziamento, occorre mobilitare risorse massicce. Come suggerito dal Rapporto Monti, ciò richiede di esplorare nuove combinazioni di finanziamenti privati e pubblici, basate su tecniche innovative per l’’aggiudicazione dei contratti che offrano rendimenti appropriati agli investitori privati nel lungo periodo. (2) Un contributo sostanziale può venire dall’’emissione di Union bond da parte della Bei e della Bers – in prospettiva fuse in un’’unica grande banca, adeguatamente capitalizzata e tale da offrire una controparte credibile per gli Stati e gli investitori istituzionali.

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* Le opinioni espresse da Pier Carlo Padoan in questo articolo sono personali e non riflettono quelle dell’’Ocse.

(1) Per una descrizione completa di un meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie realizzabile, cfr. Overcoming too big to fail: a regulatory framework to limit moral hazard and free riding in the financial sector, J. Carmassi, E. Luchetti e S. Micossi, CEPS, Bruxelles, marzo 2010.
(2) “Una nuova strategia per il mercato unico –al servizio dell’economia e della società europea”, Rapporto al presidente della Commissione europea José Manuel Barroso di Mario Monti, maggio 2010.

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La risposta ai commenti

  1. martelun

    Sono profondamente d’accorco che è ora di più integrazione, non meno integrazione, è il momento di spingere per una integrazione politica dell’Unione Europea con la proposta di formare strutturalmente il suo Governo e dal momento che i politici europei sono solo preoccupati di coltivare il proprio particolare e ora che la pubblica opinione e quindi anche noi spingiamo verso questa direzione. Non mi trovo d’accordo con chi propone più flessibilità nel riformare il mercato del lavoro, c’è una corrente di pensiero, meritevole ed autorevole, che analizza che la crescita della produzione strutturale è sull’innovazione dei processi e dei prodotti e la flessibilità devia l’azione più proficua strategicamente. Rafforzare la domanda interna è il vero nodo che l’Europa e l’Italia debbono affrontare, a questo risponde la "lettera degli economisti" del 14 giugno e il "Manifeste d’èconomistes atterrès" http://www.progettoalternativo.com/

  2. alfonso gianni

    La rilevanza dell’articolo è inversamente proporzionale alla autorevolezza delle persone. E’ inutile fare pezzi così. D’accordissimo sul fondo monetario europeo (finalmente!) ma quando si parla di mercato del lavoro si dicono le solite ovvietà sulla flessibilità, che nel frattempo è diventata precarietà e si finge di non saperlo. Come al solito il lavoro è la cenerentola, tanto sono gli altri che lo fanno!

  3. Paolo Mariti

    "L’Europa non può accelerare la crescita se non riprendono a crescere i redditi e la domanda interni." Sascrosanta verità. Sorprende però che nel bell’articolo che indica varie ed efficaci vie alla crescita oltre la stabilità non si accenni anche ad azioni di redistribuzione della ricchezza che, particolarmente per paesi come l’Italia, potrebbero ben prestarsi a creare maggiore domanda e per questa via maggior crescita.

  4. Marcello Battini

    E’ sicuramente auspicabile che, da questa crisi, si esca con più Europa, al meno per i paesi dell’euro. Non sarà facile superare le resistenze di una politica miope, tesa a preservare la distribuzione attuale dei poteri e dei rapporti di forza. Se pensiamo, poi, che questi cambiamenti, devono pure tendere alla semplificazione delle procedure burocratiche, a ridurre gli spazi ai poteri concorrenti, è meglio toccare ferro.

  5. Carlo D'Ippoliti

    Spiace, da collaboratore del sito, dover criticare queste posizioni, ma é incredibile che persone "di sinistra" (come Giuliano Amato) accettino l’idea che occorra tornare ad una politica restrittiva per generare crescita, come se l’indebitamento di molti Stati (es. la famigerata Irlanda) non dipendesse dalla necessitá di salvare le banche. Perché nessuno si scandalizza quando debiti colossali sono accumulati dalla banche, ed é invece un dramma se li accumula il Governo? Davvero vogliamo pensare che il mercato saprebbe regolare da sé la distribuzione dei rischi tra gli operatori finanziari? Inoltre, lo stesso mercato non sembra particolarmente impressionato dal nostro debito pubblico, mentre timori gravi si aggirano ancora sul settore bancario di molti paesi. Inoltre, continuare a sostenere che le liberalizzazioni producono crescita, dopo che decenni di tentativi non hanno prodotto alcuna evidenza empirica in tal senso, appare una posizione ideologica e, francamente, ormai un pó vecchia. Infine, come si puó pensare di dare "credibilità all’impegno di non salvare banche … dai loro errori"? A mia conoscenza nessuno ha ancora trovato una soluzione soddisfacente al problema "too big to fail" (si vedano ad esempio le opposte posizioni di Jan Kregel:e Mario Sarcinelli: ma il problema dell’interconnessione tra mercati e tra operatori, cosí come dell’opacitá e delle dimensioni delle banche, non puó neanche essere semplicemente ignorato sostenendo che sia solo una questione di moral hazard.

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