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  1. Carlo D'Ippoliti Rispondi

    Spiace, da collaboratore del sito, dover criticare queste posizioni, ma é incredibile che persone "di sinistra" (come Giuliano Amato) accettino l'idea che occorra tornare ad una politica restrittiva per generare crescita, come se l'indebitamento di molti Stati (es. la famigerata Irlanda) non dipendesse dalla necessitá di salvare le banche. Perché nessuno si scandalizza quando debiti colossali sono accumulati dalla banche, ed é invece un dramma se li accumula il Governo? Davvero vogliamo pensare che il mercato saprebbe regolare da sé la distribuzione dei rischi tra gli operatori finanziari? Inoltre, lo stesso mercato non sembra particolarmente impressionato dal nostro debito pubblico, mentre timori gravi si aggirano ancora sul settore bancario di molti paesi. Inoltre, continuare a sostenere che le liberalizzazioni producono crescita, dopo che decenni di tentativi non hanno prodotto alcuna evidenza empirica in tal senso, appare una posizione ideologica e, francamente, ormai un pó vecchia. Infine, come si puó pensare di dare "credibilità all’impegno di non salvare banche ... dai loro errori"? A mia conoscenza nessuno ha ancora trovato una soluzione soddisfacente al problema "too big to fail" (si vedano ad esempio le opposte posizioni di Jan Kregel:e Mario Sarcinelli: ma il problema dell'interconnessione tra mercati e tra operatori, cosí come dell'opacitá e delle dimensioni delle banche, non puó neanche essere semplicemente ignorato sostenendo che sia solo una questione di moral hazard.

  2. Marcello Battini Rispondi

    E' sicuramente auspicabile che, da questa crisi, si esca con più Europa, al meno per i paesi dell'euro. Non sarà facile superare le resistenze di una politica miope, tesa a preservare la distribuzione attuale dei poteri e dei rapporti di forza. Se pensiamo, poi, che questi cambiamenti, devono pure tendere alla semplificazione delle procedure burocratiche, a ridurre gli spazi ai poteri concorrenti, è meglio toccare ferro.

  3. Paolo Mariti Rispondi

    "L’Europa non può accelerare la crescita se non riprendono a crescere i redditi e la domanda interni." Sascrosanta verità. Sorprende però che nel bell'articolo che indica varie ed efficaci vie alla crescita oltre la stabilità non si accenni anche ad azioni di redistribuzione della ricchezza che, particolarmente per paesi come l'Italia, potrebbero ben prestarsi a creare maggiore domanda e per questa via maggior crescita.

  4. alfonso gianni Rispondi

    La rilevanza dell'articolo è inversamente proporzionale alla autorevolezza delle persone. E' inutile fare pezzi così. D'accordissimo sul fondo monetario europeo (finalmente!) ma quando si parla di mercato del lavoro si dicono le solite ovvietà sulla flessibilità, che nel frattempo è diventata precarietà e si finge di non saperlo. Come al solito il lavoro è la cenerentola, tanto sono gli altri che lo fanno!

  5. martelun Rispondi

    Sono profondamente d'accorco che è ora di più integrazione, non meno integrazione, è il momento di spingere per una integrazione politica dell'Unione Europea con la proposta di formare strutturalmente il suo Governo e dal momento che i politici europei sono solo preoccupati di coltivare il proprio particolare e ora che la pubblica opinione e quindi anche noi spingiamo verso questa direzione. Non mi trovo d'accordo con chi propone più flessibilità nel riformare il mercato del lavoro, c'è una corrente di pensiero, meritevole ed autorevole, che analizza che la crescita della produzione strutturale è sull'innovazione dei processi e dei prodotti e la flessibilità devia l'azione più proficua strategicamente. Rafforzare la domanda interna è il vero nodo che l'Europa e l'Italia debbono affrontare, a questo risponde la "lettera degli economisti" del 14 giugno e il "Manifeste d'èconomistes atterrès" http://www.progettoalternativo.com/