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  1. Enrico Rispondi

    L'articolo e le cifre confermano quel che già si sapeva: molte università italiane sono di livello buono o molto buono (altrimenti, del resto, non seminerebbero ricercatori in giro per il mondo). Quanto all’eccellenza, però, è fuorviante considerare esclusivamente la presenza in uno spropositato ranking di 500 università - in media due e mezza per ogni Stato del mondo intero! - senza considerarne la posizione: battiamo vari Stati nei 500 ma ne veniamo sonoramente battuti nei 50, 100, 200 (si pensi a Giappone e Paesi Bassi se vogliamo ignorare Gran Bretagna e Stati Uniti). Una nota all’ultimo grafico (che rappresenta non tutti i finanziamenti a ricerca e sviluppo, ma solo quelli per le scienze e l’ingegneria). Se pure soltanto il 9% dei fondi delle università americane proviene dall’industria in quanto tale, sta di fatto che il 40% proviene da fonti diverse dallo Stato. E il dato, a mio parere, più importante in quel 40% è la metà che proviene dalle istituzioni stesse, vale a dire le rendite costanti delle loro dotazioni: Harvard ha 27 miliardi di dollari, Yale 13, Cambridge 4 miliardi di sterline, Oxford 3… le università italiane, sostanzialmente, nulla.

  2. Giuseppe De Nicolao Rispondi

    Grazie a Coniglione per aver scritto un buon articolo su un argomento difficile. Aggiungo qualche commento sul problema delle classifiche. Classificare gli atenei è molto difficile e comporta un grado di arbitrarietà per due ragioni principali. Prima di tutto, la scelta degli indicatori ed il peso relativo ad essi assegnato non saranno mai oggettivi. Ci sono indicatori che finiscono per misurare la disponibilità di risorse (il numero di premi Nobel per esempio): come possono essere competitivi gli atenei di una nazione la cui spesa per formazione universitaria (misurata come % del PIL) è tra le ultime dei paesi OCSE? Altri indicatori sono autoreferenziali: quando si considera la "reputazione" misurata in base a questionari fatti circolare nella comunità accademica si innesca un meccanismo in cui la classifica degli anni precedenti influenzerà le misure di reputazione degli anni a venire.

  3. mark Rispondi

    Sono perplesso leggendo i commenti di questo articolo ben scritto. Il discorso da portare avanti principalmente, credo sia quello di trovare rimedio al numero basso di pubblicazioni che i nostri fanno sulle riviste internazionali. Più che parlare di quanto sia buona la qualità della didattica e della preparazione di base (usando qualche esempio raro di eccellenza nella ricerca per sostenere la "bontà" del sistema universitario italiano), mi concentrerei più sulla/e soluzione/i da adottare per spingere i nostri a fare ricerca di qualità. Ad esempio, parlare di un sistema di incentivi mi sembra un buon inizio. Implementare un pò di concorrenza tra i docenti, fare in modo che questi siano valutati per la qualità ed il livello di pubblicazioni ed il servizio reso agli utenti (se volete, chiamateci studenti), fare in modo che a queste valutazioni corrispondano delle conseguenze sia positive sia negative, mi sembra essere la premessa fondamentale per poter pensare di costruire seriamente Università di qualità e, per estensione, produrre eccellenze.

  4. AM Rispondi

    Nei convegni internazionali e nelle pubblicazioni i nostri docenti offrono spesso contributi di ottimo livello in molte discipline. I meno giovani sono penalizzati dall'insufficiente conoscenza della lingua inglese. Sempre nelle pubblicazioni siamo penalizzati dal fatto che i principali editori sono all'estero e che non è facile quindi per un docente di un'università italiana far pubblicare i propri articoli sulle riviste scientifiche più importanti.

  5. bob Rispondi

    Assegnato al docente della Sapienza Giorgio Parisi il più importante riconoscimento per la fisica dopo il Nobel. I suoi studi spaziano dai "sistemi complessi", alla biologia (studiando le reti neurali) e alla matematica (sistemi di calcolo sempre più potenti)" ..e non credo sia un caso isolato. Alla faccia delle tabelle e delle statistiche fatte ad uso e consumo per discorsi da bar dello sport, da mediocri politici da curva sud.

  6. Calogero Massimo Cammalleri Rispondi

    La invito a leggere il manifesto per l'università italiana (attualmente reperibile in home page del sito), approvato dal Conpass (Coordinamento Nazionale dei Professori Associati) il 15 novembre us, anche con riferimento alla sua proposta di mobilità del budget individuale. Come il suo intervento anche un "manifesto" non può entrare nei dettagli, ma se lo ritiene sarei ben lieto di illustrarle i meccanismi ipotizzati (e non esplicitati) per rendere possibile la mobilità delle risorse, nel nostro manifesto prevista. Vorrei anche rispondere a chi, sul punto, obietta che nei altri paesi non è prevista tale mobilità economica, che qui non siamo negli altri paesi. Dunque a situazione specifica il suo rimedio. E poi smettiamola con questo complesso di infrorità, infantile complemento di una ingiustificata quanto diffusa xenofilia. Guardare altrove è necessario, indispensabile, ma poi occorre fare proprie le idee, non copiare o peggio scimmiottare i modelli di popoli e società affatto diverse dalla nostra. Modelli diversi non sono per definizione migliori o utili; c'è prima da salvare il molto salvabile che c'è già.

  7. Marcello Romagnoli Rispondi

    Indubbiamente ci sono troppe università in Italia, ogniuna ha un costo di personale amministrativo e di struttura nella catena di comando. Una per regione sarebbe abbastanza, magari con sedi distribuite sul terrirorio e minore burocrazia. Circa le classifiche occorre guardarci con molta attenzione perchè hanno indici non misurabili. Una parte del risultato non dipenden dalle università come ad esempio la voce finanziamenti, strutture o nr.studenti/docente. Queste ci penalizzano non poco. Vedo che poi ci sono persone che godono taffazianamente nel criticare le nostre università. Chissa cosa ci guadagnano.

  8. bob Rispondi

    Prima di parlare delle Università eccellenti, dovremmo vedere la situazione culturale in genere di questo Paese. Io direi deprimente rispetto ad anni indietro. Talmente deprimente che è sorto anche un partito (non faccio il nome ma è facilmente intuibile) che rappresente in tutto e per tutto questo stato di cose. La situazione delle Università è la stessa degli aeroporti. Abbiamo fatto credere (ai creduloni) che ogni città piccola o grande potesse avere il suo aeroporto. Adesso si sta vedendo come andrà, ne rimarranno sì e no 10, gli altri chiuderanno. Così l'Università, una volta per laurearsi si partiva per non più di 10 destinazioni, oggi con l'invenzione delle sedi distaccate lo puoi fare anche a Canicattì. Allora no Università di qualità, ma posti di potere e di impiego fasullo. Non potendo dare risposte a questa follie, il mediocre politico si è inventato Nord-Sud, che non è altro che mettere contro la povera gente. La semplificazione tanto cara agli imbecilli per cui se superi il passo della Futa sono tutto rose e fiori e centri di eccellenza. Io per quel poco che ho girato il mondo, credo ancora che la scuola italiana in generale dia numeri a tante realtà straniere.

  9. federico mazzarella Rispondi

    Ma che senso ha un ranking in cui Normale di Pisa e la Scuola Superiore di Trieste sono dietro a Bari? E la vogliamo finire di difendere l'indifendibile universita' italiana? Ho studiato al politecnico a milano e basta mettere un paio di nomi di stimatissimi ordinari in Google Scholar per accorgersi che producono meno conoscenza della maggior parte degli assistant professor statunitensi che lavorano nello stesso campo.

  10. Marcello Romagnoli Rispondi

    Finalmente qualcuno che scrive qualcosa di oggettivo e non di pancia. Vorrei aggiungere inoltre che dall'ultimo rapporto Ocse risulta che i finanziamenti per studente sono in Italia più di 4000 dollari inferiori alla media Ocse. Non è cosa da poco perchè è difficile fare i matrimoni con i fichi secchi. Metto comunque le mani avanti dicendo che i fichi secchi li adoro. Detto ciò comunque credo che l'istituzione di un sistema di valutazione oggettivo sia indispensabile. Sistema sul quale basare una parte importante di finanziamenti e di progressione di carriera. Questa deve essere bidirezionale, si può salire e si può scendere. Circa la mobilità io non la vedo come un bene assoluto. Inoltre ciò vorrebbe dire spostare persone e famiglie con vantaggi che sono dubbi. Aprirei infine una finestra sulla reale capacità di misura di queste classifiche perchè non mi è noto dove prendano i dati e come facciano a misurarne alcuni francamente immisurabili.

  11. Elena Rispondi

    Non riesco a ricostruire gli 8 ranking considerati nella prima figura: Taiwan, QS, TimesHE, Shanghai, Leiden...Scimago?, Webometrics? e? Comunque mi sembra un poco forzato dire che la posizione delle università italiane nelle classifiche mondiali sia adeguata al suo ruolo di settima potenza, ci saranno una trentina di atenei entro le prime 500, ma sempre dopo la 200 posizione, mentre Francia e Spagna fanno "una figura" migliore. E' invece indubbio che l'Italia ha un buon -riconosciuto- livello medio, che è esattamente il fattore (non certo l'unico né il principale) che le sfavorisce in questi ranking (ovvero Francia e Spagna stanno messe meglio perché hanno alcune università di eccellenza che ottengono buoni piazzamenti).

  12. Alberto Chilosi Rispondi

    Non mi risulta che in altri paesi chi si sposta da un'università all'altra si porti dietro la retribuzione. Ma al di là della originalità della proposta mi pare che i trasferimenti in un sistema siffatto risulterebero in forti concentrazioni senza alcun riguardo per l'attrattività scientifica della sede universitaria. Ogni sede avrebbe interesse a ricevere personale addizionale in quanto il costo di un collega in più con cui dividere la didattica sarebbe prossimo allo zero. Inoltre, tanto più basso il peso della didattica, tanto maggiore la capacità di ogni sede di attrarre coloro che privilegiano la ricerca o le attività extrauniversitarie, con effetto cumulativo. Ma in realtà le motivazioni principali della mobilità sarebbero quelle logistiche ed ambientali relative alla sede. Probabilmente le sedi periferiche verrebbero disertate indipendentemente dai meriti delle relative università e vi sarebbe una concentrazione dei docenti nelle grandi città, dove maggiori sono le possibilità di attività professionale e per il coniuge di trovare un'occupazione, con conseguenti problemi di congestione. Non credo che tutto questo sarebbe nel pubblico interesse.

  13. Giovanni Federico Rispondi

    Ma proprio al ranking di Taiwan bisogna attaccarsi per difendere l'indifendibile? Scommetto che nel ranking sloveno non ci piazziamo male. E perchè non ci facciamo un bel ranking noi, così svettiamo? Ma mi faccia il piacere...

  14. Antonio Parrotti Rispondi

    Che informazione ci da il primo grafico? Onestamente non capisco che voglia dire. Mi sembra alquanto buffo sostenere che la Bocconi equivale all'Università di Messina. E lo stesso dicasi per Ca' Foscari. Basta guardare il tasso di occupazione a cinque anni dei laureati in questi tre atenei per vedere che la qualità è drasticamente diversa e questo grafico fornisce un'immagine totalmente distorta del ranking fra le università italiane.

  15. Alessandro Rispondi

    Nel ranking presentato nell'articolo noto come sia il Politecnico di Milano, sia quello di Torino, sia la Bocconi si trovino molto in basso. Ricordo un ranking molto diverso presentato dal Corriere della Sera non molto tempo fa. Qui i casi sono due: o uno dei due ranking mente, oppure ci sono ranking che sostengono qualunque idea, quindi perché dovremmo fidarci di uno o dell'altro?

  16. Fabio Ranchetti Rispondi

    Sono assolutamente d'accordo con la proposta di togliere ogni vincolo alla libera circolazione dei docenti/ricercatori (e degli studenti). Un provvedimento semplicissimo e molto efficace (eliminerebbe almeno una delle storture e assurde ingessature del nostro sistema universitario).