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  1. Mauri Roberto Rispondi

    A mio parere, invece, il problema più grave in Italia è la mancanza di community colleges, cioè di università in cui i docenti non fanno ricerca, ma insegnano 3 corsi a semestre, fornendo una preparazione professionale con un percorso breve di un paio d'anni. Forse alcune delle sedi distaccate si potrebbero già trasformare in community colleges, ma non ho visto ancora nessuna proposta al riguardo. Per quanto riguarda le top universities, credo che vada seguito l'esempio della Normale e del Sant'Anna di Pisa, cioè strutture piccole, che si appoggiano a grosse università per l'insegnamento. Oltretutto, da quel che vedo, perlomeno in campo scientifico, i rami secchi nelle universita' storiche stanno andando in pensione, mentre i giovani ricercatori hanno tutti un PhD, hanno trascorso uno o due anni all'estero e, scientificamente, sono molto meglio preparati dei vecchi professori.

  2. Tommaso Rispondi

    In Italia c'è una forte diffidenza per tutto quello che è liberismo in senso vero. Le risposte date da alcuni lettori su questo tema ne sono la conferma. E' difficile capire/ far capire che un contesto che stiomla le persone a realizzare se stesse sia un bene per tutti. Per contro, l'idea che un centro possia pianificare il meglio per tutti, e per tutti uguale, e' ancora diffusa. Molto del consenso a Vendola viene proprio da questa parte, del resto. Dire che in UK non esistono differenze sociali, come scritto nel precedente post, denota una certa ignoranza dell'UK. Le differenze sociali ci sono e fortissime. A me sembra siano minori in Italia. I motivi sono lunghi da spiegare e quindi mi fermo qui. Saluti e grazie.

  3. Ajna Rispondi

    Resta il problema del fatto che la bontà di un ricercatore/scienziato/docente è al momento affidata ad altri colleghi, non tanto al mercato; pensare che le sovvenzioni private (assai avulse dalla nostra cultura) possano ovviare e correggere mi pare un po' velleitario. Mi piacerebbe, lo dico senza vis polemica, che l'autore mi portasse poi un po' di numeri in discussione: i numeri delle realtà estere citate o meglio ancora i numeri delle ricadute positive in rapporto ai costi di realtà come la Normale, il Sant'Anna o l'IMT lucchese (quest'ultimo forse troppo giovane per fare buoni conteggi, lo ammetto).

  4. Alessandro Figà Talamanca Rispondi

    Credo che i costi di trasformazione del nostro sistema universitario in un sistema articolato in università di serie A e serie B o C siano proibitivi. Cerco di fare calcoli più precisi in un "post" pubblicato su noise. Qui vorrei solo aggiungere che, mentre è salita negli ultimi dieci anni la percentuale di diciannovenni che si iscrivono all'università (siamo ora al 50%), non è aumentato (né aumenterà prevedibilmente) il numero delle matricole (a causa del calo demografico.) Non siamo cioè nelle condizioni di espansione in cui ci trovavamo negli anni settanta quando la articolazione in università di diverso livello, o con "missione" diversa, fu clamorosamente rifiutata. Tuttavia, come spiego, nel "post" ritengo possibile diversificare l'offerta didattica e le funzioni dei docenti all'interno delle singole istituzioni.

  5. mny Rispondi

    Secondo me la debolezza di questa proposta è qui "L’importante è che nel mio paese ci fosse innanzitutto una Inter e a me fossero date opportunità pari agli altri per potervi accedere". l'Inter esiste ma non sono date a tutti pari opportunità per accedervi. in IT permangono, a differenza di UK e altri paesi, enormi disuguaglianze sociali che bloccano, da decenni, la mobilità sociale. prima conseguenza visibile e confrontabile della mancanza di reali "pari opportunità". in altre parole e restando nella metafora, l'Inter seleziona e selezionerà solo i figli dei suoi ex giocatori, allenatori, ecc. e guarderà anche al vivaio di qualche squadra di serie B o C. Le resteranno invisibili i giocatori di squadre minori non per questo, magari, meno dotati. l'ultimo colpo di scure sulle borse di studio (-90% in meno) non farà che rafforzare questo sistema già iniquo.