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Quelle barriere per gli aspiranti avvocati

La riforma dell’avvocatura in discussione al Senato prevede tra l’altro un rafforzamento delle barriere all’ingresso nella professione. A tutela di un elevato standard qualitativo dei servizi legali a tutto vantaggio degli utenti, secondo quanto sostiene l’Ordine forense. Ma un’analisi statistica mostra che chi ha un cognome molto rappresentato nell’albo della sua provincia diventa avvocato prima. E fa nascere il sospetto che la professione non sia esente da potenti pratiche corporative.

 

La riforma dell’avvocatura attualmente in discussione al Senato propone, tra le altre cose, un rafforzamento delle barriere all’ingresso nella professione. Per esempio, oltre all’esame di abilitazione e al lungo praticantato di due anni, sarà necessario superare anche un pre-test per l’iscrizione all’’albo dei praticanti e frequentare, durante il periodo di pratica, corsi di formazione organizzati dagli ordini (per i dettagli della riforma in discussione al Senato).

I COGNOMI DI UNA PROFESSIONE

L’argomentazione principale a favore dell’introduzione di barriere all’ingresso in una professione, e in particolare in quella forense, riguarda la qualità dei servizi offerti. Soltanto i professionisti migliori e più motivati, che si aspettano un ritorno elevato dall’esercizio della professione, sarebbero disponibili a sopportare il lungo periodo di praticantato, la preparazione del difficile esame di abilitazione e la lenta e faticosa costruzione di un adeguato portafoglio clienti. In assenza di praticantato o con un esame meno selettivo entrerebbero nella professione avvocati meno qualificati e meno motivati, a svantaggio anche del cliente. Anche le tariffe minime e il divieto della pubblicità commerciale potrebbero essere letti in quest’ottica. Un avvocato poco capace potrebbe comunque riuscire a sopravvivere nella professione offrendo servizi a basso costo e pubblicizzando tale offerta.
L’esame, le tariffe minime e il divieto di pubblicità sarebbero, in questo senso, barriere all’ingresso nella professione che servirebbero a tenere alla larga i “peggiori” e a mantenere un elevato standard qualitativo dei servizi legali a tutto vantaggio degli utenti. O almeno questo è ciò che sostiene l’’Ordine forense.
In quest’ottica, dunque, il superamento delle barriere non dovrebbe essere legato ad altro se non alle capacità professionali dei candidati. Una prima analisi in questa direzione può essere condotta sulla base dei dati (pubblici) sugli iscritti agli albi, disponibili presso il sito del Consiglio nazionale forense.
Da questi dati è possibile calcolare l’età in cui ogni avvocato si è iscritto al proprio albo, una variabile che è influenzata sia da quanto tempo si impiega a laurearsi sia da quante volte si sostiene l’esame di abilitazione. In media si diventa avvocati a 32 anni. È facile desumere che se l’’età media di laurea in Italia è 26,5 anni (così come riportato dalle statistiche del Miur) un giovane avvocato viene impiegato in media 5,5 anni come praticante (di cui due obbligatori e gli altri, probabilmente, dovuti a bocciature all’esame di abilitazione).
Seguendo una crescente letteratura negli ultimi anni (e che ha avuto anche spazio su queste pagine) abbiamo messo in relazione l’età di iscrizione all’albo con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell’albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione. (1)
Quando l’indicatore è maggiore di 1 significa che il cognome è sovra-rappresentato nell’albo rispetto alla popolazione, il contrario se l’indice è minore di 1. In media, il cognome di un avvocato appare nell’albo 50 volte di più che nella popolazione.
Nel grafico mostriamo la relazione tra l’età di iscrizione all’albo e l’indice. Si nota chiaramente che esiste tra queste due variabili una forte relazione negativa che è statisticamente significativa (all’ 1 per cento). Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell’albo della sua provincia diventa avvocato prima. Per esempio, chi non ha alcun omonimo nell’albo diventa avvocato con un trimestre di ritardo rispetto alla media.

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Naturalmente, possono esserci molte spiegazioni per l’evidenza statistica del grafico. Quella più positiva riguarda la possibilità che, benché il cognome non fornisca informazioni dirette sulle capacità intellettuali di una persona, è plausibile che avere un parente avvocato aiuti a diventare un bravo avvocato, perché si impara da una persona vicina e più esperta. Quella più maliziosa suggerisce, invece, che la professione sia attraversata da pratiche corporative così potenti da generare il risultato del grafico.

CHI CORREGGE LE PROVE DI AMMISSIONE

È difficile riuscire a scoprire quale sia l’interpretazione corretta e tuttavia possiamo trarre qualche indicazione dalla riforma del 2003, che ha introdotto l’’abbinamento casuale delle corti d’’appello per la correzione delle prove scritte negli esami di ammissione (legge 167/2003).(2) Prima della riforma, ovvero fino al 2003, ogni corte d’appello correggeva i propri esami. Dal 2004 in poi ogni corte d’appello è abbinata casualmente a un’altra e l’una corregge gli scritti dell’altra. L’’obiettivo della riforma era quello di uniformare il numero di idonei tra sedi del Nord (storicamente un numero esiguo) e quelle del Sud (storicamente elevato) e per debellare eventuali pratiche scorrette nella correzione degli scritti (obiettivi confermati da questo commento dell’’allora presidente del Consiglio nazionale forense).

Il secondo grafico mostra la stessa correlazione tra frequenza relativa del cognome e età di iscrizione all’albo per gli albi del Nord (a sinistra) e per quelli del Sud (a destra), separando avvocati iscritti prima e dopo il 2004. Come si vede, prima della riforma l’effetto “cognome” è molto più forte al Sud che al Nord (circa due terzi più elevato). Dopo la riforma l’effetto praticamente scompare in entrambe le aree.
Ci sembra che questa evidenza sia più coerente con l’interpretazione maliziosa che con quella positiva, il che mette seriamente in dubbio l’argomentazione che le barriere all’entrata servano a mantenere alta la qualità dei servizi legali.

(1) Per questo sfruttiamo il fatto che la distribuzione geografica degli albi coincide quasi perfettamente con le province.
(2) L’’abbinamento avviene per sorteggio tenuto conto di alcuni parametri dimensionali delle Corti d’’Appello.

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15 commenti

  1. profeta ezechiele ... il picconatore

    Io mi sono veramente rotto le scatole di avere degli ordini che pensano al mio bene. Che mi tutelano, mi difendono .. il tutto ovviamente nel mio solo esclusivo interesse. Voglio un paese dove posso scegliere avvocati sulla base del loro costo, ovviamente se mi fanno vincere e non se mi fanno intraprendere cause perse in partenza. Voglio scegliere e pagare un avvocato come sceglo e pago un fornaio. Non voglio difensori, non voglio protettori e tanto meno ordini. Voglio essere libero. E molto probabilmente (se saprò scegliere) spenderò meno e sarò stato servito meglio….

  2. Luca de Vecchi

    Mi rallegra la sincronia con la quale ci occupiamo del medesimo argomento su siti diversi nello stesso giorno. Grazie del vostro, contributo. Sempre denso di dettagli e di approfondimento.

  3. Raffaello Carinci

    Sono un avvocato di prima generazione, da 30 anni nel foro. Penso che la liberalizzazione della professione forense, in sé giusta e corretta, vada posta in relazione alla situazione italiana: studi universitari assai poco qualificati e qualificanti in molti atenei (una laurea in legge non si nega a nessuno!) che seguono studi superiori in larga parte d’Italia pessimi; filtro inesistente all’accesso alla professione (non è certo un filtro l’attuale esame); quasi 200.000 avvocati iscritti negli Albi, parte dei quali incapaci di redigere anche una semplice lettera – non dico un atto giudiziario – in corretto italiano.. Domanda: quali strumenti ha il cittadino per scegliere tra 200.000 avvocati? Il problema, ancora una volta, è quello della formazione e della selezione della classe dirigente (perché i professionisti, in un paese moderno, dovrebbero porsi come classe dirigente), e quindi della scuola, degli studi liceali e universitari. Sono d’accordo, gli Ordini vanno soppressi, ma occorre individuare una Autorità che, realmente terza, eserciti il potere disciplinare sugli avvocati: sapete indicarmi quale potrebbe essere?

  4. Antonio Sechi

    Grazie per l’articolo molto interessante. Sono, o meglio sarebbero, cose ovvie, ma in Italia è necessario partire dall’ovvio, sperando in meglio. Un effetto a mio parere significativo di questa controriforma è quello di sbarrare definitivamente la strada a tutti coloro che non possono pensare di vivere per altri 5/7 anni a spese della famiglia. Già, perchè il nostro paese è il luogo dove le famiglie (soprattutto quelle di medio-basso reddito) sovvenzionano indirettamente gli studi professionali mantenendo i figli che dal loro lavoro (spesso senza orari nè regole nè garanzie) non guadagnano nemmeno quanto necessario per vivere.

  5. Giuseppe Cadel

    Gentile Redazione, alla vostra analisi sulle tempistiche di conseguimento del titolo professionale, va aggiunto il fatto che spesso la stessa correzione dei compiti porta via moltissimo tempo. Non di rado, tra il momento in cui un candidato sostiene la prova scritta e quello in cui supera la successiva prova orale passa oltre un anno, con le conseguenze che ne derivano sull’inserimento a pieno titolo nel mondo professionale. Grazie per l’attenzione Giuseppe Cadel – Milano

  6. avv. Daniela Leo

    Ma davvero credete che essere figli o parenti di avvocati garantisca un accesso facilitato alla professione? Sicuramente vi sono noti i dati degli iscritti agli albi sul territorio nazionale. Nessun paese al mondo regge 200.000 (e più) avvocati. Purtroppo la classe forense è arroccata a difendere posizioni già perse da tempo quando invece bisognerebbe dire che: 1) le facoltà di giurisprudenza non possono continuare a laureare dei giovani che non avranno altro sbocco lavorativo che la professione forense per mancanza di altre possibilità; 2) è necessario porre un limite di età (i nostri albi sono pieni di over 80) per la pensione; 3) è necessario un limite di età anche per l’ingresso – sapete che i notai che vanno in pensione possono chiedere l’iscrizione negli albi forensi e che lo stesso vale per i magistrati? e che gli avvocati degli istituti pubblici – tipo INPS e INAIL – raggiunto il limite minimo per la pensione- possono tranquillamente esercitare come liberi professionisti?. La difesa delle tariffe minime non è un falso problema per la difesa della qualità del lavoro forense: sapete come si comportano i grandi enti? E potrei continuare. Analisi complete, please.

    • La redazione

      Grazie per il suo commento. Come economisti empirici crediamo a quello che ci dicono i dati e i dati presentati nell’articolo ci dicono che chi ha un cognome frequente diventa avvocato prima. Su questo punto, che è davvero l’unico sollevato dall’articolo, l’analisi ci pare completa. Cordialmente

  7. Antonio Nota

    Trovo che al precedente commento manchi la visione globale del sistema. Nessun paese al mondo è capace di sostenere piu di 200000 avvocati e conseguentemente si dà la colpa al fatto che l’accesso alla professione e troppo facile. Si provi a riflettere sul mercato e sulla competizione. In un mercato dove la competizione è reale e non esiste un ordine che mi dice cosa devo fare, gli avvocati più bravi emergono, gli altri vengono espulsi. So che è difficile ma la professionalità reale non si misura con l’iscrizione o meno ad una corporazione ma con la capacità di stare sul mercato ed essere competitivi ed innovatori. I paesi dove la competizione è maggiore e dove diventare avvocato ha meno barriere all’entrata, hanno meno avvocati (si guardi alla Spagna o all’inghilterra); trattasi di evidenze empiriche. Il consiglio che posso dare quindi è considerare la visione globale del sistema nonsolo il punto di vista di chi vuole difendere il proprio orticello. le rendite di posizione portano ad un equilibrio inefficiente con il risultato che in generale la qualità della professione si abbassa. Essere iscritti ad un ordine non è sinonimo di qualità, è solo lobbing.

  8. paolo pinotti

    Complimenti! Molto interessante. Mi lascia solo perplesso la dimensione quantitiva degli effetti… stiamo parlando di differenze inferiori ai 12 mesi quando si passa da frequenze minime e massime del cognome. Penso che sia dovuto al fatto che restringete il campione a quelli che comunque (prima o poi) hanno passato l’esame, probabilmente gli effetti aumenterebbero di parecchio se riusciste ad includere tutti i “figli di nessuno” che magari provano un paio di volte e poi lasciano perdere (ma immagino sia più difficile avere quei dati).

    • La redazione

      Grazie del commento. Hai ragione a notare che gli effetti non sono enormi ma, crediamo, nemmeno trascurabili. Prima di tutto, il trimestre di ritardo di cui parliamo nell’articolo si riferisce al confronto tra il minimo e la media della frequenza relativa dei cognomi, non al confronto tra minimo e massimo (che implica, invece, una differenza di 4 mesi). Per dare un’idea della dimensione di questa correlazione, ti offriamo questa interpretazione. Supponiamo, per semplicità, che la dimensione stocastica
      dell’età di ingresso nella professione sia dovuta esclusivamente alla probabilità di superare l’esame di abilitazione. Per il resto tutti si laureano, iniziano e terminano la pratica alla stessa età. Supponiamo anche che la probabilità di passare l’esame sia sempre uguale e indipendente dal numero di tentativi precedenti (così possiamo usare tutto quello che sappiamo sulla distribuzione negative binomial). Con queste assunzioni un periodo di pratica medio di 5,5 anni corrisponde ad una probabilità di superare l’esame pari al 18%. Conseguentemente, un aumento del periodo di pratica pari a un trimestre corrisponde ad una riduzione della probabilità di superare l’esame di circa 1,5 punti percentuali, ovvero circa il 5,5%. Non enorme ma nemmeno totalmente irrilevante. Infine, concordiamo con la seconda parte del commento, ma come immaginerai
      reperire i dati sugli iscritti agli esami non è per nulla facile (nonostante siano pubblici).

  9. cormorano

    Cari Basso e Pellizzari, sono figlio di un noto legale della mia città, sono iscritto all’albo dal 2004 e nel mio studio c’è il presidente dell’ordine della mia città. A dicembre sosterrò lo scritto per la quinta volta, pur avendolo passato due anni fa (bocciato all’orale dopo 4 mesi di studio massacrante). Le statistiche sono fredde e spesso inutili. L’unica verità è che si tratta di un esame privo di criteri certi, rimesso all’arbitraria valutazione di colleghi più o meno competenti. Un vero terno al lotto.

    • La redazione

      Grazie del suo commento, che ci costringe ad essere più precisi per fugare dubbi di superficialità, come dal suo titolo. Il fatto che ci siano casi come il suo (tecnicamente si chiamano outliers) ovviamente non falsifica i risultati che presentiamo nell’articolo. Certamente, se i casi come il suo fossero molto frequenti allora non potremmo trovare quello che troviamo nei dati. In altre parole, i nostri risultati suggeriscono che i casi come il suo non sono particolarmente frequenti. Se, come dice lei, l’esame di abilitazione fosse semplicemente "un vero terno al lotto" allora, per definizione, la probabilità di superarlo dovrebbe essere incorrelata con qualsiasi altra cosa, incluso il cognome.

  10. maurizio cardaci

    L’unica vera riforma è la totale abolizione di ogni ordine professionale ad iniziare da quelli dei notai, avvocati e farmacisti. Vere caste che limitano la libertà dei cittadini e si arricchisono alle loro spalle. I saperi non sono di esclusivo patrimonio di poche corporazioni! Sugli avvocati desidero ricordare cosa ha scritto sulla "stanza" del Corriere della Sera nel dicembre del 1998 o 1999 (non ricordo bene la dita ma non è difficile risalire) Indro Montanelli in risposta all’avvocato di Genova – noto esponente all’epoca di Forza Italia Alfredo Biondi ; " …… della giustizia mi fido poco, degli avvocati di meno". Le cose ora sono peggiorate.

  11. sandro.aa

    Gli ordini professionali sono un retaggio del passato (corporazioni medioevali, …, fasciste) che ovviamente difendono i propri interessi anche a disprezzo del ridicolo "lo facciamo per gli utenti", non per nulla l’Europa sta in tutti i modi cercando di eliminarle. Tutti gli ordini (avvocati, commercialisti, notai, …) sono avvantaggiati da un insieme di leggi che è eufemistico definire complesso, in realtà si tratta di una accozzaglia di norme che si sono stratificate senza alcuna logica ed ormai sono di difficile interpretazione pure per i migliori fra gli addetti ai lavori. Al riguardo sarebbe interessante un confronto statistico fra la legislazione italiane e quella degli altri paesi europei su alcuni parametri di efficenza e comprensibiltà quali ad esempio: numero di leggi, numero medio di rimandi ad altre leggi (visto il dlg 123/456, considerato il comma 2-ter/bis della legge xxx/yyy), la catena più lunga di rimandi, la legge più "anziana" in esercizio, il numero di norme in contrasto fra loro in cui la più recente non abroga esplicitamente la più vecchia.

  12. Rino Iglio

    Sono titolare di uno studio associato ed esercito da 14 anni in proprio. Non riesco a comprendere di che barriere discutiamo. Domando: un paese che ha più di 200.000 avvocati ha le barriere? Del resto, tutti o quasi tutti i praticanti che sono passati per il mio studio hanno ottenuto l’agognato titolo. Domando ancora: per quale motivo (serio) un giovane che aspiri a diventare farmacista (titolare di una farmacia ) o notaio si trova dinanzi a sé il muro del numero chiuso degli esercenti la professione (questa sì una barriera, disciplinata in maniera ferrea da una legge frutto e relitto di una mentalità arcaica) e non può godere delle stesse possibilità di accesso di un aspirante avvocato, ma anche ingegnere, architetto etc? Inverto la domanda: perché non si disciplinano tutte le professioni alla stessa stregua? Per quanto mi riguarda, potrebbero esserci anche il doppio del numero degli avvocati in Italia, ma io dovrei avere, specularmente, la possibilità di rogare un atto di compravendita immobiliare. Vale a dire: sono d’accordo a liberalizzare completamente la professione forense, ma a patto che vengano liberalizzate tutte le professioni. E’ una posizione assai peregrina?

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