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  1. Anonimo Rispondi

    Sono un Italiano che per scelta di vita ha abbandonato il suo ruolo di impiegato a Fiat Mirafiori e mi sono trasferito in Brasile dove attualmente ricopro lo stesso carico nella fabbrica FIASA di Betim. Non voglio informare il mio nome e cognome proprio perché a differenza dell'Italia, se qualcuno di Fiasa leggesse questo mio commento sarei licenziato in 2 minuti. Questo perché il sindacato nello stato di MINAS GERAIS praticamente non esiste. Lo noto nel comportamento dei miei colleghi, che nonostante 30 di febbre vengono a lavorare per paura di essere licenziati... probabilmente è peggio del più famoso metodo americano nei licenziamenti. I diritti dei lavoratori minimi vengono rispettati solo perché ci sono delle leggi a farli rispettare, ma tutto quello che è in più qua non esiste. Inoltre, leggendo questo articolo sembra che tutti gli stipendi in Brasile siano più bassi. Non è così. Prendendo in considerazioni 3 fasce, questa è la differenza in media (valori netti): OPERAIO: FIASA - 500 euro / MIRAFIORI - 1.000 euro IMPIEGATO: FIASA - 1.500 euro / MIRAFIORI - 1.300 euro (questo è il mio caso) DIRIGENTE: FIASA 8.000 euro / MIRAFIORI - 5.000 euro

  2. lodovico jucker Rispondi

    Ottimo articolo. Ma sono altrettanti curioso di conoscere il profilo delle aziende automobilistiche tedesche: come facciano, con un costo del lavoro (e reddito per i lavoratori) molto più alto di quello italiano, a creare profitti con volumi di produzione molto più alti di quelli di Fiat in Italia.

  3. alias Rispondi

    Non sono riuscito a scoprire dalla tv, e neppure dai numerosi commentatori ed economisti industriali, quanto costa la Panda all'automobilista in Polonia, in Brasile, in India (oddio, forse non lo sa neanche il concessionario in Italia). Lo potremmo sapere? Fabio Fazio ci ha provato, molto alla larga in verità, quando chiesto a Marchionne, in tv, se è plausibile un salario medio cinese di 1000 euro al mese, e Marchionne gli ha ringhiato pronto che "non esiste". Perchè negare l'evidenza, che sono i nostri salari interni (e quindi anche i nostri prezzi al consumo) ad adeguarsi pian piano a qualli cinesi?

  4. Francesco Molle Rispondi

    E' facile scrivere da dietro un pc che non vengono violati i diritti degli operai e argomentare il tutto con numeri e tabelle, ma l'autore dell'articolo (così come Marchionne stesso) si è chiesto se gli operai si sentano bistrattati? Cosa ne pensano? Il lato emotivo di chi vive direttamente sulla propria pelle questa esperienza lavorativa è stato completamente trascurato quindi io personalmente ci andrei con i piedi di piombo nel dire che non vengono violati i diritti dei lavoratori senza aver prima visitato lo stabilimento (se poi è realmente così complimenti a Fiat). Inoltre, per ciò che concerne la scarsa adesione sindacale ci terrei a precisare che anche in Italia esiste la libertà negativa per ciò che concerne l'adesione sindacale e anche in Italia solamente una bassissima percentuale di dipendenti Fiat è iscritta alla FIOM (il 12,5% a detta di Marchionne) e lo sappiamo tutti come se la passa un operaio Fiat in Italia, ciò per dire che non sempre la non adesione è frutto di una scelta volontaria e precisa ma anche di trascuratezza e desolazione nei confronti del futuro.

  5. Maurilio Menegaldo Rispondi

    L'articolo è davvero interessante, anche se per forza di cose sintetico. Il PLR, così come descritto, assomiglia molto ai premi di risultato (PDR) nostrani, come in realtà (e non teoricamente) vengono contrattati. Suppongo che le variazioni nel suo ammontare derivino dalle variazioni di produttività nello stabilimento: essendo molto grandi, si può presumere che il confronto sindacato-azienda-lavoratori sia reale e che riguardi i risultati reali dell'azienda. Se così fosse, a far da contrappeso a un evidente paternalismo ci sarebbe una partecipazione effettiva dei lavoratori alla vita aziendale, non solo in termini di condivisione dei risultati ma anche di consapevolezza dell'andamento aziendale. Ma è proprio così? Sarebbe interessante approfondire questa e le altre questioni poste dai commenti fatti, anche per capire se e in che misura i modelli esteri possono essere riprodotti in Italia.

  6. Federico Rispondi

    Nulla da controbattere, Marchionne è un manager di una multinazionale, se ci sono migliori condizioni in altri paesi da poter sfruttare è suo dovere approffittarne per il bene dell'azienda. Il problema è che non ci sono più le condizioni perchè le aziende italiane mantengano le loro produzioni nel nostro paese: io penso che l'unica soluzione possibile a questo fenomeno debba venire dalle istituzioni in modo da fornire incentivi a non spostare le produzioni all'estero.

  7. Riccardo Rispondi

    Già dal lead era chiaro il taglio dell'articolo, leggendolo però era come se mi aspettassi una conclusione meno impietosa e, a mio avviso, cieca. Sono a dir poco opinabili gli argomenti che lei fornisce a supporto della sua tesi secondo la quale la percentuale di sindacalizzazione è bassa perché i lavoratori scelgono liberamente di non aderire e che l'azienda sopperisce essa stessa al compito, del sindacato, di fornire protezione e maggior potere contrattuale ai lavoratori. Un ragionamento del genere è figlio di una concezione dei meccanismi economici che è come se si piegasse forzatamente alle implicazioni della globalizzazione e occupi la sua analisi non tanto per cercare di far confluire l'interesse individuale in quello collettivo ma al contrario di diffondere nella collettività il pensiero che l'interesse individuale è quello da perseguire.

  8. Franco Rispondi

    Molto interessante l'articolo per la conoscenza dell'economia automobilistica brasiliana, ma direi smaccatamente interessate le conclusioni tese sostanzialmente a schiacciare la posizione del lavoratore dipendente sotto il predominio dell'imprenditore. Numeri, statistiche, dati storici e quant'altro messo in campo sono travolti dalla constatazione iniziale, data per ovvia, che i lavoratori brasiliani sono/erano pagati di meno di quelli italiani! E si vuole accusare le critiche al Marchionne partendo da quella ...ovvia premessa? Anche chi non ha mai sentito parlare di Carlo Marx sa che il processo produttivo nell'accumulazione capitalistica ha sempre cercato di comprimere il salario per ottenere da ciò il di più di guadagno -il super profitto- che gli assicura la supremazia e che ha allentato la morsa contro i lavoratori solo nei periodi storici in cui il costo delle materie prime è diminuito. E' giusto -e sono d'accordo con l'autore- informarsi di come il fatto avviene nel mondo, ma è giusto sapere e domandarsi soprattutto perchè avviene.

  9. riccardo nogara Rispondi

    Dalla parte dei consumatori e lo siamo tutti: imprenditori e lavoratori, elettori ed eletti, amministratori ed amministrati, criminali e cittadini onesti, cattoloci e laici, sposati e separati, eterosessuali ed omosessuali, insegnanti e scolari, malati e medici, genitori e figli.Tutti vogliamo i prodotti migliori per prezzo e qualità e tutti vogliamo far parte della loro produzione. Stiamo arrivando alla globalizzazione del mercato mondiale. Ormai quasi tutti gli abitanti di questo pianeta sono mossi dal desiderio di essere consumatori e produttori, perchè ognuno possa migliorare le proprie condizioni di vita. Che il lavoro nobilitasse l'uomo l'abbiamo sempre saputo purchè si lavori. C'è stata l'era del consumismo che in parte c'è ancora, come ancora c'è chi non ha di che per vivivere. Ora con il risveglio dei cinesi, indiani, brasiliani, degli ex comunisti è iniziata l'era del consumatore-produttore con un mercato con sempre più prodotti. E tutti cercono di produrre per soddisfare le richieste possibilmente di tutti i consumatori a prescindere dal sesso, dal colore della pelle, dal credo religioso e politico, dal luogo di provenienza.

  10. Tarcisio Bonotto Rispondi

    Competitività: la si dovrebbe analizzare tra componenti omogenee. Tra la Lituania, Cina e Italia non c'è certo omogeneità. Il potere d'aqcquisto magari è lo stesso, ma il reddito è diverso, anche 1 a 10. La proposta di Ravi Batra, economista della Southern Methodist University di Dallas, Texas, in un convegno a Verona, era di cooperativizzare, in Italia, dapprima tutte le grosse aziende: Fiat, Barilla, Cirio, etc. perchè fossero gli stessi lavoratori a gestirsi il presente e futuro. Forse con la proprietà dell'azienda e la gestione, lavorerebbero sodo senza bisogno di ricatti globali. Forse questo passo è troppo riovoluzionario e molti scienziati hanno detto che non si può fare. Ma senza sperimentare nulla di nuovo si rimane nelle vecchie logiche che hanno portato allo sconquasso economico. Il futuro dell'economia vedrebbe tutti conivolti con la propria responsabilità. Oggi sembra che di responsabili ci siano solo i Marchionne... Andiamo avanti così...

  11. luigi zoppoli Rispondi

    Non c'è niente da fare. Il cospirazionismo impera. Fossi al posto di Marchionne comincerei a chiudere anche Pomigliano in attesa di chiudere il resto.

  12. Marisa Manzin Rispondi

    Mi manca però l'incidenza del salario/stipendio sul costo di un'automobile. E' chiaro che più automatizzata (informatizzata e robotizzata) è la produzione, meno incide il costo del lavoro sul costo dell'unità di prodotto. Qual è questa percentuale nei diversi stabilimenti Fiat?

  13. claudio Rispondi

    Sarebbe interessante anche comparare alcuni aspetti che non mi sono ancora chiari. Ad esempio, se possibile, la saturazione media sulle linee, le pause, e, in generale, i periodi di riposo individuale e collettivo, come ferie, permessi individuali. Da non sottovalutare, inoltre, gli organici disponibili sulle linee: con un costo del lavoro così basso è sicuramente più facile abbondare e non far ricadere sui presenti la mancata produzione degli assenti, come avviene sulle nostre catene di montaggio (ho presente l'industria del freddo, ad esempio).

  14. marcello giberti Rispondi

    In tutte le analisi di confronto di produttività mancano completamente variabili abbastanza fondamentali come il grado di efficenza degli impianti determinato dal grado di automazione, velocità di trasferimento dei prodotti nella fabbricazione, elasticità delle varianti di prodotto, strutture logistiche e altri elementi che sono fondalmentalmente legati agli investimenti. Immagino che in paesi che favoriscono gli investimenti sia finanziariamente che fiscalmente, la FIAT sia indotta ad aggiornamenti continui del rendimento degli impianti più che alla semplice pressione economica ed efficientistica sulla forza lavoro. Mi interesserebbe un analisi più raffinata della semplice sparata sul numero di macchine prodotte per addetto in Polonia o in Brasile. Così come mi piacerebbe sapere quali siano le differenze di carichi fiscali e contributivi ed altre forme di incentivi statali che in Europa sono teoricasmente proibiti ma largamente ammessi in Polonia (che è in Europa) o in Brasile e Croazia (che non lo sono). Gli impianti a Torino e a Betim sono uguali? M.Giberti

  15. Alessandro Meazza Rispondi

    Grazie per il suo contributo, innanzitutto. Ma la realtà brasiliana, nella quale ha inciso positivamente per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori (salariali e non) la prepotente crescita economica del paese, è paragonabile a quella degli stabilimenti dell'Europa dell'est come Polonia e Serbia? Non sono forse quest'ultime le situazioni che la Fiat vorrebbe prendere ad esempio per l'organizzazione delle fabbriche italiane?

  16. paolo zangani Rispondi

    Leggo il suo articolo e traggo alcune conclusioni che mi paiono evidenti: la globalizzazione permette di utilizzare lavoro a basso costo per realizzare prodotti che vengono venduti in altri paesi a prezzi molto remunerativi; una scarsa sindacalizzazione permette di gestire "paternalisticamente" i rapporti di lavoro permettendo ulteriori profitti; la sua conclusione che tutto questo non viola i diritti dei lavoratori mi pare quanto meno azzardata... dipende da cosa si intende per diritti!

  17. Paolo Quattrone Rispondi

    Il perfetto trionfo dell'idea di prigione di Michel Foucault: le pratiche manageriali rendono l'operaio contento di essere sfruttato. Il trionfo del capitale sul lavoro. Forse una tavola sull'evoluzione dei profitti rispetto a quella dei salari aiuterebbe a capire la questione. Assumendo che non ci siano creative accounting practices che ne celino la differenza. Peccato, perche' l'articolo mi era piaciuto fino a quasi la fine... ma Foucault (che per molti lettori sara' un illustre sconosciuto) ci ha lasciato una eredita': ha lasciato un progetto incompleto, lo studio della fabbrica come ordinatore delle relazioni sociali e come pilastro fondamentale del sistema capitalista contemporaneo.