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Se Marchionne va al talk show

Tanto clamore, ma nessuna novità nelle parole di Sergio Marchionne in televisione. L’amministratore delegato Fiat continua a chiedere che il nodo della riorganizzazione dei siti produttivi italiani sia affrontato fino in fondo. I presupposti perché la multinazionale dell’auto rimanga in Italia e contribuisca al rilancio del paese ci sarebbero, ma è un errore prendere la sua presenza per garantita se la competitività del paese si deteriora senza che si faccia niente per invertire la tendenza.

 

 

Nonostante il clamore suscitato, l’’intervista rilasciata da Sergio Marchionne a Fabio Fazio non aggiunge niente di nuovo a quanto è stato detto e scritto sull’’argomento nell’’ultimo anno. Rientra nella strategia dell’’amministratore delegato Fiat di rompere l’’empasse e ottenere una risposta chiara sulla fattibilità o meno del progetto Fabbrica Italia, come ho argomentato in un articolo precedente. Dire in un talk show di grande audience che l’’apparato produttivo italiano ha un contributo negativo sulla redditività del gruppo Fiat rappresenta un ulteriore passo, dopo l’’escalation di conflittualità durante l’’estate, per segnalare che il nodo della riorganizzazione dei siti produttivi italiani va affrontato fino in fondo. Diversamente, l’’impresa trarrà le proprie conclusioni. In quest’’ottica si spiega anche la “ruvidità” delle affermazioni dell’’ad del Lingotto, che hanno ferito la sensibilità del ministro del Welfare e causato una ondata di commenti polemici.

COSA CHIEDE MARCHIONNE

Marchionne ha confermato che il paese è in declino. Gode di un osservatorio privilegiato, potendo confrontare la competitività del nostro sistema con quella degli altri paesi che conosce direttamente per lavoro. Ha anche citato le solite classifiche internazionali, che portano invariabilmente alla conclusione, ormai proverbiale, del “neanche in Zimbabwe”. In realtà, a parte i giornali e telegiornali filogovernativi, qualunque cittadino sperimenta quotidianamente il fatto di vivere in un paese sempre più ripiegato su sé stesso e incapace formulare un progetto per contrastare questo trend. La nostra “classe dirigente”, con qualche sparuta eccezione, ha ben altro di cui occuparsi e di cui discutere (“qualcuno ha aperto i cancelli dello zoo e sono usciti tutti”).
Si può condividerlo o meno, ma va dato atto alla Fiat di aver avanzato un progetto per uscire da questa situazione, limitatamente alla sua attività. L’’impresa si impegna a consistenti investimenti negli impianti e chiede in cambio accordi sindacali che ne garantiscono la governabilità. Il progetto dovrebbe portare a livelli di produttività che rendano economicamente sostenibili gli stabilimenti. Cosa importante, Marchionne ha esplicitato il fatto che, se gli aumenti di produttività verranno raggiunti, i salari ne beneficeranno. L’’obiettivo è la Germania e non la Cina. Su questo dovrebbero chiedere garanzie i sindacati, piuttosto che concentrarsi sui dieci minuti di pausa in meno. Di progetti alternativi non se ne vedono. E nessun progetto può prescindere dall’’aumento di produttività del lavoro.
Una critica ricorrente è che la Fiat ha ricevuto aiuti di Stato e quindi ha dei doveri verso il paese. Marchionne ha sostenuto che il bilancio del dare/avere è in pareggio. Difficile fare conti di questo tipo. È possibile, anche probabile, che il saldo storico sia in realtà a vantaggio della Fiat. Ma il punto non è questo. Come ho sostenuto riguardo alla chiusura di Termini Imerese, pretendere che la Fiat operi in base a supposti e non meglio specificati “obblighi morali” dovuti ad aiuti passati e non a criteri di economicità significa condannarla a scomparire in breve tempo. Accordi opachi, tipo incentivi in cambio del mantenimento di uno stabilimento in perdita, hanno condotto la Fiat sull’’orlo del baratro nel passato. L’’unico modo per garantire un futuro alla produzione di auto in Italia è che la Fiat vi rimanga perché è conveniente produrre qui.
I presupposti per mantenere la Fiat con una solida base in Italia ci sarebbero: gli “headquarters” a Torino, una tradizione lunga e sperimentata di rapporti di subfornitura, il grande mercato di sbocco italiano. Pensare che ciò sia sufficiente è illusorio. Se la competitività del paese si deteriora senza che nulla si faccia – o, quando si fa, si va nella direzione sbagliata, come con la riforma in senso corporativo delle professioni che il ministro Alfano porta avanti-, nel volgere di qualche anno la presenza del gruppo in Italia potrebbe diventare marginale.

Leggi anche:  Il problema delle professioni è l’auto-regolamentazione

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25 commenti

  1. aloisius

    Le reazioni all’intervento di Marchionne dimostrano che, oltre che un paese in declino di produttività, siamo anche senza una classe dirigente degna di questo nome.

  2. Elio Gullo

    Un grande gruppo industriale che opera su più mercati deve porsi problemi di sviluppo in ciascuno di essi. E se l’Ad dice che la produttività degli stabilimenti italiani è inferiore alla media degli altri stabilimenti Fiat non vedo di cosa ci si debba scandalizzare. Una classe politica all’altezza avrebbe dovuto per tempo assicurare le condizioni per evitare la delocalizzazione di impianti di una certa importanza. Non mi pare che ci si sia scandalizzati – né a destra né a sinistra – se la delocalizzazione la facevano i produttori di scarpe o di mobili. La Fiat produce auto e va da sè che deve essere redditivo produrle in Italia. Ma Fiat non può determinare tutte le condizioni favorevoli (infrastrutture, costi dell’energia, rapporti con le parti sociali, etc.), gran parte di esse sono in mano alla politica. Quanto ad eventuali "debiti di riconoscenza" nei confronti degli aiuti di Stato, non solo è difficile valutarli come scritto da Schivardi, ma cosa serve tirarli fuori? L’interesse del paese dovrebbe essere quello di garantire il lavoro ai propri cittadini e quindi creare l’ambiente – regole, infrastrutture, etc. – perché ciò sia possibile.

  3. roberto

    Durante le campagne elettorali e nelle poltrone dei talk show tutti i politici si riempiono la bocca dicendo che un problema dell’Italia è la scarsa competitività, ora che Marchionne lo fà notare tutti si alterano. Atteggiamento schizofrenico. Inoltre gli errori del passato (incentivi statali alla Fiat) non possono essere la scusa per continuare a sbagliare.

  4. Paolo Rebaudengo

    Dunque il ministro del welfare ha una sensibilità. E quasi nessuno risponde nel merito, ma ognuno con i propri slogan. Il livello di produttività di un Paese è misurato dal valore dei beni e servizi prodotti per unità di risorse umane, naturali e finanziarie. L’indice di competitività non è un concorso di bellezza. Per esempio quello costruito dall’Università di Cardiff è basato su tre indicatori: creatività, infrastrutture/acccessibilità e risultati economici. La qualità del sistema dell’istruzione e quella dell’occupazione sono analizzati in quanto l’una è causa e l’altra è effetto del livello della produttività. E’ ridicolo offendersi sul posizionamento del nostro Paese in classifiche per scalare le quali occorrerebbero politiche di riforma e di investimento anzichè di tagli indiscriminati nella scuola, nell’Università, nella ricerca, nella formazione professionale, nelle infrastrutture, nella giustizia, nell’efficienza del mercato del lavoro, nella lotta alla criminalità e all’evasione fiscale, tutti elementi della competitività economica e sociale: la controprova è data dalle politiche dei Paesi europei del nord e dal loro posizionamento nelle graduatorie internazionali.

  5. stefano lalatta

    Le recenti polemiche sollevate dalle dichiarazioni di Marchionne, rischiano ancora una volta di distogliere l’attenzione dal tema di fondo di cui ci occupiamo (come sempre più spesso in Italia). Marchionne fa benissimo a dire che l’Italia rappresenta un problema per la redditività del Gruppo, fa benissimo a smarcarsi dai mega aiuti di Stato ricevuti da Fiat in 100 anni di storia, fa benissimo a cercare allenaze dove crede. Dove sbaglia marchionne è quando tralascia di elencare qual’è la sua strategia di prodotto (ne ha una?) tralascia di ricordare quanti modelli nuovi sono nati sotto la sua guida (1: la 500), tralascia di fare un sano confronto con i sui competitor (Reanault, WV, Seat, Peugeot, …) che in questi 6 anni hanno rilasciato da 4 a 11 nuovi modelli. Allora forse si capisce meglio dove e come la Fiat può (o potrebbe) fare utili. Il resto è la solita demagogia populista (con già schieramenti di ogni genere nelle file della politica e del sindacato) che oramai contraddistingue qualsiasi dibattito in Italia. Marchionne dovrebbe essere chiamato (e valutato) a progettare e vendere macchine. Niente altro.

  6. Roberto

    Difficile non concordare sull’impianto dell’articolo ma mi si permetta due osservazioni: 1. non è chiaro chi sarebbe che "rema contro" la riorganizzazione del sistema implicita nel lavoro di Marchionne. Il Governo e quanti hanno espresso grandi apprezzamenti per le soluzioni concrete di Marchionne, sottoscritte da una parte del Sindacato, o il resto del mondo che, anche prima di Fazio, urlava il proprio sdegno per il "turbocapitalista" che calpesta i diritti. 2. Molti dei presupposti per costruire la riorganizzazione comportano la ridefinizione di impianti di tutela e sostegno di aziende e lavoratori che invece, ovviamente, nessuno intende toccare: la Legge 300 ma anche le "non-norme" che consentono a 35 organizzazioni di rappresentanza datoriale di "campare", chè tutti tengono famiglia o un sistema che premia evasione e inefficienza. Marchionne lancia un "sasso intelligente", il problema siamo noi (everybody)

  7. francesco pontelli

    Concordo con quanto detto da Marchionne ma avrebbe dovuto aggiungere che è colpa del ceto politici e degli " economisti " a loro asserviti se abbiamo di fatto de-industrializzato l’Italia rincorrendo il sogno di una società dei servizi. Non dimenticando che se con gli incentivi gli italiani hanno acquistato al 70% auto straniere è perché l’offerta Fiat Lancia e Alfa Romeo è ancora scadente sotto il profilo del prodotto: e questa è responsabilità del Presidente e di tutto lo staff Fiat .

  8. Marcello Battini

    Ho seguito, in diretta, l’intervista di Marchionne. A caldo, il mio primo pensiero à stato: " Speriamo che la classe politica e sindacale del Paese, rifletta su quanto detto e ne faccia tesoro. Il destino del Paese, nei prossimi anni, dipende dalle scelte politiche del presente. A mio avviso, la situazione italiana è più prometente di quella degli altri partner europei perchè abbiamo, a causa degli errori passati, più margini di miglioramento di tutti, senza intaccare, anzi, potendo migliorare lo stato di welfare esistente. Basta colpire i privilegi corporativi. Tutti, a parte Casini (sorpresa!!), a destra, a sinistra, al centro, hanno preso a villaneggiare Marchionne. Se questo è il "sentimento" politico e sindacale, allora non ci resta che piangere.

  9. Alfredo Recanatesi

    Qualche osservazione sulla nota del prof Schivardi. L’Italia, si sa, è un Paese difficile. Ciò nondimeno, molte imprese, anche manifatturiere, vi operano con successo dimostrando che la competitività non è necessariamente irraggiungibile Se tra queste imprese non ci sono le attività italiane di Fiat Auto è anche perché gli stabilimenti sono tutti fortemente sottoutilizzati (con una utilizzazione attorno al 40% la produttività è ovviamente bassa); sono sottoutilizzati perché impiegati in produzioni di fascia bassa e media sulle quali la concorrenza è più forte; sono produzioni di fascia medio-bassa perché la Fiat, forte dell’esperienza in questi segmenti con i quali è diventata una multinazionale (Brasile, Polonia, Turchia ed ora Serbia), non si è mai avventurata nei segmenti più pregiati e remunerativi come, nel tempo, hanno fatto BMW, che cominciò da piccole utilitarie, o Volkswagen, per anni inchiodata al solo Maggiolino. Ora Marchionne offre la carota di salari più elevati indicando il modello tedesco al quale il prof. Schivardi sembra dar credito. Ma produrre la Panda a Pomigliano è l’esatto opposto di quel modello…

  10. Mauro zannarini

    Smetterla di percepire e cercare invece di capire. La Fiat è considerata un’azienda di tutti noi. Non è vero e non lo è mai stato, ma questo ha giocato ( tutti complici) nel tranquillo deterioramento attuale, che forse Marchionne invertirà. Il Marchionne, manager e non affabulatore politico, ha sbagliato nel non aver valutato il terrore di cambiare che avvolge larghi strati dell’italia, che si culla con la visione del passato rassicurante e non si vuol accorgere del baratro che da sola s’è scavata.

  11. luigi zoppoli

    Sentire mandarini e maneggioni, sindacalisti ottocenteschi ed accusatori di Marchionne che sono stati gli autori ed i difensori della vicenda Alitalia è solo avvilente. Io credo che l’unico modo per provare a concludere la vicenda, sia che l’Ad Fiat annunci che il tempo è scaduto e Pomigliano sarà chiusa. E detto francamente, dipendesse da me la chiuderei.

  12. francesca

    Sottoscrivo pienamente. Un commento equilibrato e obiettivo, caratteristiche rare di questi tempi.

  13. Giuseppe Caffo

    L’intervento di Marchionne francamente mi è sembrato banale e scontato. E’ ovvio che nessuna fabbrica può lavorare in perdita anno dopo anno, e che aumenti salariali sono legati ad un aumento della produttività,soprattutto in presenza di un’utilizzazione degli impianti di poco superiore al 60%. Forse è falso che non ci sono importanti imprese straniere che investono in Italia? Le reazioni che le sue parole invece hanno provocato mi hanno colpito, con l’importante eccezione del lider sindacale Bonanni. Possibile che in Italia chi dice cose ovvie dettate dal buon senso susciti clamore e addirittura scandalo? Addirittura Epifani ha dichiarato che per un simile intervento in Germania sarebbe stato cacciato dall’azienda. Qulcuno ha ricordato gli aiuti statali che la Fiat ha ricevuto negli anni ’70,e qulcun altro ha detto che Marchionne non è un buon Italiano…Mah…

  14. Marco Bidorini

    Notato che il pubblico di Fazio non ha mai sottolineato con applausi qualche frase di Marchionne? Riusciamo a immaginare quanti applausi avremmo sentito se, per esempio, Landini della Fiom avesse affermato che siccome il lavoro alla catena di montaggio è duro la produttività deve restare così com’é? Il dramma è che il Paese oramai é addormentato e ha perduto persino il senso comune.

  15. Magotti P.

    Ne vorrei uno per ogni sedia del parlamento e del governo. La strumentalizzazione politica per le parole di Marchionne è stata deprimente, invece di contraddire con i numeri, cosa per altro impossibile dato che l’Ad Fiat diceva la verità, si sono limitati alle solite chiacchere inconcludenti e offese (?) personali (è più canadese che italiano).

  16. giorgio capon

    Al di là delle ragioni e degli argomenti sostenuti dai due campi (Marchionne e Fiom) mi sembra che una vertenza sindacale pur di grande rilievo stia uscendo dai suoi confini naturali per trasformarsi in una battaglia di principi e di bandiera. Ciò radicalizza le posizioni delle parti e rischia di impedire il conseguimento – non dico di un compromesso perché la parola suona riduttiva – ma di un punto di incontro cui sembra assurdo rinunciare nella attuale situazione occupazionale a fronte della dichiarata disponibilità della Fiat a investire.

  17. Bardamu

    Togliamo pure i minuti di pausa e produciamo x auto in più. Poi chi le compra le Fiat? E’ solo un problema di costi della Panda o della 500? o è il rapporto fra qualità e costi che fa e farà la differenza?

  18. Franco Benoffi Gambarovafranco.bg@alice.it

    Marchionne non è l’ogopogo dei laghi canadesi. Marchionne è anzitutto un Uomo che ha un senso kantiano del dovere (nel caso specifico verso gli azionisti e l’insieme dei lavoratori Fiat), che quindi richiede di poter esercitare diritti. Nel caso specifico diritto di gestire gli stabilimenti ed assolvere al suo compito che è produrre autoveicoli in modo competitivo. Quindi condivido pienamente quanto ha detto Marchionne, con il suo solito linguaggio chiari, forse brutale, in alcuni momenti. Ma non dimentichiamoci che l’ammontare degli investimenti che ha promesso per Fabbrica Italia. Come azionista, come italiano, grazie Marchionne, grazie di cuore. Franco Benoffi Gambarova

  19. Gianni

    Le polemiche sollevate dalle dichiarazioni di Marchionne ed i commenti successivi hanno avuto il merito di determinare la solita contrapposizione italiota che se non sembra ideologica, è quanto meno strabica. Se stiamo alle parole dell’AD Fiat, ovvero al fatto che il conto economico Italia è in perdita operativa per la scarsa produttività delle forze lavoro ivi impiegate, la domanda da farsi è se Marchionne ha detto tutta la verità o ne ha raccontata solo una parte. I fatti: la Fiat perde quote di mercato in Italia (e non solo); opera su un segmento del mercato delle auto medio-piccole, dove i margini sono molto ridotti; sta subendo una concorrenza particolarmente dura da parte dei produttori europei che a differenza della Fiat hanno cambiato in gran parte i loro modelli durante il periodo di crisi; la produttività dipende sopratutto dalla qualità e dal livello di innovazione ed automazione degli impianti ovvero dal capitale fisso investito dall’azienda; il costo del lavoro pesa circa il 7% nel conto economico delle aziende dell’Automotive; ha oggi circa 20.000 in CIG. Stante tutto ciò, è proprio vero che tutta la nuova sfida si giocherà su un nuovo modello di relazioni industriali?

  20. umberto carneglia

    Il deterioramento del Sistema Paese Italiano è cosa nota . Una recente trasmissione televisiva ha mostrato due esempi lampanti : la costruzione della Salerno Reggio Calabria ed il porto di Trieste: Entrambe queste realtà – una al Sud l’altra al Nord – soffrono dello stesso male : la gestione politico- clientelare, con effetti i entrambi i casi disastrosi. Il principale nodo del degrado del Paese sta nella gestione politico clientelare del settore pubblico. Ad esso si aggiunge talvolta anche una certa rigidità o miopia sindacale.

  21. Franco Benoffi Gambarova

    Certi commentatori non sono certo amici dei lavoratori della Fiat. Sopratutto si dimenticano delle centinaia di migliaia di vetture Toyota sono state richiamate a causa di difetti che mettevano a repentaglio la vita degli utenti, senza che peraltro il signor Toyoda (boss della Toyota) sentisse la vergogna e non si scusasse in modo adeguato. I suoi antenati, pregni di cultura della vergogna (leggere Deepak Lal al riguardo, se si conosce l’inglese) avrebbero fatto harakiri. Franco Benoffi Gambarova

  22. Piero

    La Fiat (in passato molto assistita) ha posto un problema generale… l’Italia ha imboccato negli ultimi decenni in una gestione familistico/clientelare con corruzione di massa via via crescente (la recente statistica sulla corruzione internazionale scopre l’acqua calda).. ormai la maggior parte delle imprese sono tecnologicamente impoverite e puntano su oligopoli protetti o sul brand legato all’immagine (che serve ma non basta).. le selezioni e le gestioni interne sono spesso basate sulle suddette logiche familistiche anche nel privato.. il sistema della formazione è slegato dalla produttività.. una intera generazione è di fatto tagliata x sempre fuori dal lavoro di qualità (il presidente dell’Inps ha dichiarato: se gli dicessimo la verità ci sarebbe la rivoluzione sociale).. il debito pubblico è un macigno fiscale irreversibile … Marchionne ha purtroppo ragione..nel breve/medio termine volenti o forzatamente dovremmo abbassare salari e tutele per allinearci ai paesi con produzioni povere simili alle nostre. Se poi nel lungo con uno slancio di impegno civile riusciremo ad imboccare la strada maestra di innovazione merito e onestà allora forse i salari potranno risalire..

  23. Luigi Calabrone

    La crisi di Fiat viene da lontano. Risale alla disastrosa gestione Agnelli, che, nel momento in cui il mercato italiano si apriva alla concorrenza – prima europea, poi mondiale – non riuscì (salvo qualche sporadico caso, come per la Thema) ad affermare qualche linea di prodotti Fiat nel mercato "alto", il più redditizio. Agnelli, industriale mediocre, tutta apparenza e niente sostanza, osannato dalla stampa italiana (in gran parte controllata da lui stesso), nella fase finale della sua vita disperse le energie della Fiat negli alberghi, finanza, telefoni, ecc., invece che nella ricerca di modelli di successo nella fascia alta. Dopo Romiti, Agnelli, per incompetenza nelle scelte delle persone, scelse per il vertice solo personaggi che non gli facessero ombra, mediocri, che dovettero essere sostituiti in tempi brevi. La scomparsa dell’Avvocato e la situazione prefallimentare di Fiat ha permesso, finalmente, che emergesse un vero manager, Marchionne, che, se sarà fortunato, potrebbe riuscire a salvare quanto ancora c’è di buono a Torino. Il gridare dai tetti la verità sulla realtà attuale, come ha fatto in questi giorni, potrebbe essere un buon inizio. La strada sarà lunga.

  24. Stefano Coco

    Il vizio, a mio avviso, dei commentatori economici, tra cui l’eccellente estensore del presente articolo, è la loro auto-referenzialità, la tendenza – intendo – a riferirsi unicamente alle leggi che regolano il mondo economico, senza lasciare spazio ad ulteriori considerazioni di carattere giuridico, culturale, ecc. (forse questo è un vizio comune del mondo sempre più "specializzato" di oggi). E’ ovvio che, alla luce della possibilità di maggiori guadagni e di un aumento della produttività, 10 min in meno sono ben poca cosa. Ma in realtà, credo sia riduttivo ed umiliante per gli operai liquidare i nuovi accordi proposti dalla Fiat ai 10 min. in meno di pausa. Il diritto di sciopero, sembra un diritto secondario? Per non parlare del disumano sistema di tornelli che contingenta i tempi in scadenze rigorosissime, e che, unito ad un lavoro snervante per la monotonia e la meccanicità, rischia di svilire e mortificare la condizione umana di persone che, purtroppo, non hanno avuto le possibilità che hanno avuto tutti i commentatori economici. Complimenti per il vostro lavoro comunque.

  25. Franco

    E’ disarmante constatare che nelle critiche non si parta dal fatto che il Dr. Marchionne è la persona scelta dalla proprietà FIAT per trarre i maggiori profitti possibili dall’apparato produttivo capitalizzato nella dipendente fabbrica. Sì, parliamo di due dipendenti, uno dei quali -il Marchionne- amministratore delegato dalla (e non della) proprietà, l’altra costituita da tutti i mezzi e i capitali -umani compresi- al cui fruttuoso sfruttamento la proprietà ha destinato il suo investimento. Marchionne deve guadagnarsi la delega affidatagli e non può mettersi a criticare la pochezza di investimenti reali della mandante. Non può pretendere però che il peso della sua direzione vada solo a scapito dei lavoratori e del territorio, i quali sì hanno il diritto e il dovere di criticare e impugnare la pochezza di mezzi (una cosa è impegnarsi, altra dare le garanzie per il mantenimento degli stessi) e la micragna atavica dei proprietari incapaci a rischiare del proprio e sempre anelanti ad aiuti di stato (quindi da tutti) con ricorso-ricatto ai governi (il potere dei soliti pochi) legati alla metallurgia bellica dalle guerre d’Africa ad ora. A ognuno il suo compito!

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