logo


Rispondi a romano calvo Annulla risposta

1500

  1. antonio masi Rispondi

    Buongiorno. Sarei interessato a riscontrare i dati diffusi recentemente in Italia nell'ambito della curva di Beveridge. Non sono riuscito a trovare il grafico inserito nell'intervento nè l'indagine Istat citata. Chi può aiutarmi? antonio.lucano76@gmail.com Grazie!

  2. roberto fiacchi Rispondi

    Un commento approfondito richiederebbe una maggiore conoscenza del lavoro degli assegnatari del Nobel. Per quanto mi riguarda vorrei che questo riconoscimento per l' economia a chi ha dato impegno nello studio del mercato del lavoro possa servire per dare al tema occupazione una attenzione maggiore da parte soprattutto della politica, onde evitare che valore e conoscenza vengano prioritariamente indirizzati verso inutili diatribe "accademiche" come quelle in corso relative alla FIAT. Penso occorra capire che il problema principale è che è in atto il tentativo di fare arretrare i lavoratori a colpi di interventi " intelligenti ", "utili " o addirittura ritenuti " marginali ". Un investimento, seppur elevato, non vale la svendita di diritti conquistati con lotte, sacrifici e tanto altro! I diritti dei più deboli mai vengono ricevuti " gratis ", come la Democrazia, e richiedono sempre la massima attenzione.

  3. brigate grosse Rispondi

    Alla fin fine hanno vinto il nobel dimostrando (!?) che la disoccupazione è dovuta al mancato incontro tra i posti vacanti e i disoccupati. E noi ignoranti che credevamo che fosse dovuta alla mancanza di posti di lavoro! La soluzione proposta dai soliti economisti è una bella ennesima riforma del mercato del lavoro che elimini il posto fisso e renda più “fluido” tale mercato. Cosa aspettano i lavoratori ad incavolarsi?

  4. Paolo Rebaudengo Rispondi

    Grazie ai premi nobel per l'economia e grazie a Tito Boeri e Pietro Garibaldi che ne hanno efficamente riassunto il lavoro. Nel mercato del lavoro i dati di flusso spiegano assai più dei dati di stock. Leggo: "Quando una piccola quantità di lavoratori continua a entrare e uscire dalla disoccupazione generando forti flussi dall’occupazione alla disoccupazione e viceversa, mentre il resto dei lavoratori è saldamente legato a un posto fisso, è evidente che vi è qualche cosa di completamente distorto nel mercato del lavoro ecc.". D'accordo, osservo tuttavia che non è una piccola quantità di lavoratori a entrare e uscire frequentemente dalla disoccupazione: la stragrande maggioranza degli avviamenti al lavoro oggi avviene con forme di lavoro a tempo determinato (con una durata media che non supera i tre mesi). E' mancato il monitoraggio dell'effetto delle norme sul lavoro varate nel 2003 e mancano vere politiche attive del lavoro, anche per la separazione tra gli enti che si occupano di politiche passive (CIG, indennità di disoccupazione) e di chi si occupa di interventi formativi e di supporto alla ricerca del lavoro (ove ciò avviene....). Cordiali saluti.

  5. Umberto Fioravanti Rispondi

    In effetti basta osservare i dati di un qualsiasi Ufficio Provinciale del lavoro per verificare l'enorme quantità di persone che ad ogni periodo di tempo considerato cambia posto di lavoro indipendentemente dal ciclo economico. Non mi risulta che questo sia dovuto solo o prevalentemente alla presenza più o meno ampia del lavoro precario. Anni orsono questo dato era rilevabile, dal personale addetto, e con ovvio rispetto della privacy attraverso la verifica dei nominativi delle persone che entravano e/o uscivano dal lavoro incrociando il dato con la tipologia di assunzione dichiarata dal datore di lavoro. Oggi le cose non sono più così semplici. Speriamo nei Premi Nobel

  6. Armando Pasquali Rispondi

    E' evidente che un mercato del lavoro più liberalizzato porta a maggiori diseguaglianze e a minori risorse per sostenere i più deboli. Per una ragione molto semplice: più la vita diventa difficile, meno i vincenti sono disposti ad indennizzare i perdenti. Togliere gli ultimi diritti rimasti ai lavoratori, ultimo retaggio dell'era d'oro del capitalismo post IIa guerra mondiale, non è la soluzione, ma il problema. Chi non vive in centro a Milano ma nelle sue periferie può toccare con mano il degrado che avanza giorno dopo giorno. Ma il degrado economico è nulla di fronte al degrado delle coscienze, anche se il primo contribuisce molto a creare il brodo di coltura nel quale il secondo si sviluppa. La si può vedere anche del punto di vista termodinamico: più ordine al centro (le classi ricche, che vivono nelle belle case e mandano i figli nelle scuole migliori, prima in Italia e poi all'estero - esistono studi che legano strettamente il rendimento scolastico anche solo a un fattore apparentemente banale come la presenza di libri nella casa) più disordine nelle periferie. E oltre un certo limite, il gioco non è a somma zero, ma negativa. Molto negativa.

  7. Marcello Battini Rispondi
    Il riferimento al caso Italia, accennato nelle ultime righe dell'articolo, fa intravedere delle connessioni tra funzionamento del mercato del lavoro ed organizzazione sociale corporativa. Le conseguenze sono intuitive, ma essere riusciti a dimostrare, con metodo scientifico, queste relazioni è veramente d applauso.
  8. Felice Di Maro Rispondi

    Umilmente mi permetto di far notare che se tre economisti hanno ricevuto il Premio Nobel per ricerca sul lavoro, ora non ci sono più scuse, la ricerca per il lavoro va fatta sul serio e a trecentosessanta gradi. Naturalmente debbono cambiare nell'insieme anche i processi economici più generali e vanno anche rilanciati gli investimenti sia pubblici che privati. Attenzione però che se nell'insieme anche i processi di innovazione tecnologica non vengono considerati c'è il rischio di avere nuovi squilibri e con crisi nella fase attuale che al di là delle stime è una fase di recessione.

  9. Tarcisio Bonotto Rispondi

    Quali sono gli effetti del precariato secondo questa teoria? Ci sono degli aspetti che vengono considerati meno: il flusso della produzione e del lavoro sono lasciati alla mercé del mercato e non programmati in conformità alle esigenze della popolazione. In secondo luogo in certe regione vi è surplus di lavoratori intellettuali, a causa di condizioni socio/economiche particolari, ma non c'è domanda per tali lavoratori. In altri vi è domanda di lavoratori specializzati, ma non si trovano. In entrambi i casi vi sono ragioni psicologiche e capacità che devono trovare espressione adeguata. Un insegnante non può fare il tecnico perché vi è più domanda di tecnici. Il 1972 è stato l'anno dei Medici. Tutte le mamme desideravano avere un figlio medico. Se pur vera la constatazione degli autori, tuttavia vi sono fattori sia psicologici sia socio/ambientali che influenzano l'andamento dell’occupazione. Sarebbe utile poter programmare la produzione e l’occupazione in ragione delle potenzialità e bisogni della popolazione, ma per questo servirebbe una politica di Autosufficienza Economica. Il sistema capitalistico non è in grado di offrire adeguate soluzioni per la massima occupazione.

  10. romano calvo Rispondi

    Una riduzione di vacancies produce un proporzionalmente maggiore aumento di disoccupazione. Al contrario un aumento di vacancies produce una proporzionalmente maggiore riduzione di disoccupazione. L’esercito industriale di riserva aumenta più che proporzionalmente quando si riducono le nuove vacancies e si riduce quando aumentano le vacancies Lo diceva già Marx e sono passati 150 anni. Il fatto che incrementandosi la quota dei lavori a termine aumentino anche i flussi (di ingressi ed uscite dal mdl) è una acquisizione tautologica. Basta pensare ad una sala cinematografica in cui ad un certo punto si proiettano film di metà durata: è chiaro che il doppio di persone vedranno quel film nello stesso lasso di tempo. Queste cose le ho capite negli anni 80 con i contratti di formazione lavoro e poi via via di riforma in riforma. Nel vostro articolo, oltre alle lodi ai vostri colleghi, non è chiaro che cosa sarebbe questo “qualcosa di completamente distorto nel mercato del lavoro che spetterebbe quindi alla politica economica di intervenire”. Parlate del precariato oppure del fatto che esista una quota “saldamente legata al posto fisso?”