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  1. maurizio canepa Rispondi

    Un articolo interessante che mette in piena luce uno dei problemi del nostro sistema universitario. L'onda anomala del 1980 (una specie di "solitone") è infatti una delle cause della attuale fase di stanchezza accademica, con un numero troppo elevato di docenti ormai anziani. La seconda fase di ingressi (1998-2004) ha avuto l'aspetto positivo, a parte il numero di promozioni eccessivo, e le storture ben note del meccanismo di base (una miriade di concorsi locali), di garantire paradossalmente flussi più continui, più simili ai modelli europei. Un reclutamento virtuoso dovrebbe infatti essere sostanzialmente continuo e non episodico. La "riforma" Gelmini (non c'è nessuna riforma a costo zero) presenta tre grossi rischi; (1) una futura ope-legis mascherata; (2) la demolizione nei fatti del ruolo di associato, che saranno ridotti al rango dei vecchi assistenti di ruolo; (3) l'eccessivo potere nelle mani degli ordinari (andati in ruolo proprio con i concorsi del 2000-2001, a parole fortemente criticati). Un ritorno al passato remoto di cui nessuno sentiva la mancanza.

  2. Giuseppe Esposito Rispondi

    Questa non-riforma enuncia una serie di principi e poi, sistematicamente, li contraddice tutti. Partiamo dall’inizio. L’Università è da migliorare? Se sì e se si propone una riforma così articolata e radicale, allora è ineludibile la conclusione che qualche distorsione, finora, c’è stata. Eppure questa ovvia premessa è sistematicamente negata nel resto del provvedimento. Si presenta una sequenza di innovazioni, nella beata certezza che esse facciano sparire i problemi; senza curarsi minimamente di introdurre alcun meccanismo di controllo volto a prevenire e correggere storture e abusi. Governance? Nel CdA entrano gli esterni, ma non i controlli su eventuali conflitti di interesse. Reclutamento? Si introduce l’abilitazione nazionale, ma a numero aperto, senza controlli sulle chiamate né monitoraggio sugli idonei non chiamati. Lotta al nepotismo? Non selezioni aperte, trasparenti e verificabili, ma promozioni ope legis per gli interni, insieme a elaboratissimi percorsi irti di vincoli, ostacoli e paletti per gli esterni.

  3. Giuseppe Ghini Rispondi

    Molto interessante. Sono d'accordo quasi su tutto. C'è però un ma: rispetto alla mai sufficientemente esecrata 382/1980 la situazione e' diversa. Le universita' dovranno pagarsi i propri ricercatori e questo cambia, perché ogni singola università dovra' fare conti di Budget e di Requisiti minimi. Inoltre, un'onda anomala si presenta solo quando precari diventano di ruolo: riguarda cioe' i ricercatori a t.d., mentre il caso dei ricercatori a t.i. che diventerebbero associati è un'altra partita, piu' vicino a questioni di ordine pubblico e di ministero del welfare che a questioni di politica accademica. Tanto piu' che molti di questi sono ricercatori d'annata, quelli, appunto dell'onda anomala provocata dalla 382 e che andranno in pensione non appena ricevuto il passaggio ad associati. Il Miur ha fatti un calcolo realistico, quasi cinico: costa meno promuoverne una certa quantita' ad associati a carico delle singole università, passando la patata bollente alle singole facolta', piuttosto che riconoscere a tutti - ope legis – la terza fascia docente e una maggiorazione di stipendio. E il tempo gioca a favore del Ministero. Grazie, GG

  4. sekhmet Rispondi

    Non mi sono chiarissime le conclusioni che si vogliono raggiungere con questa analisi. Che sarebbe meglio se il reclutamento avvenisse regolarmente anno per anno, con certezza di finanziamenti e con una quantità di posti che permetta di evitare di ricorrere in modo eccessivo a personale precario per coprire vuoti di organico? Certo, però mi sembra che al momento il latte sia già stato versato. Sarei anche curioso di sapere se nel lavoro, viene presa in considerazione l'età media degli assunti. I matematici di Bourbaki sostenevano che la carriera di un matematico finisse a 40 anni. Probabilmente esageravano, ma è vero che, almeno nelle scienze dure, la produttività cala fisiologicamente con l'età. Non è che dopo un blocco delle assunzioni, i primi ad essere assunti siano i più anziani, che avranno più titoli e pubblicazioni di colleghi più giovani, ma che hanno già passato il loro picco di produttività?

  5. luca.jourdan Rispondi

    Una cosa mi sfugge in questa analisi. i posti promessi da associato sono 9000, su un totale di 25000 ricercatori circa. Questo significa che 16.000 ricercatori rimarranno tali. di questi - si dice - alcuni sono vicini al pensionamento, altri non hanno interesse a fare uno scatto di carriera perchè il loro stipendio diminuirebbe. Ma quanti sono in realtà i ricercatori appartenenti a queste due ultime categorie? Senza questi dati mi sembra piuttosto azzardato parlare di ope legis e fare paragoni con il 1980.

  6. Altamante Fruzzetti Rispondi

    e a tratti scorretta. I ricercatori non sono entrati in agitazione per diventare associati, bensì per difendere il futuro dell'università pubblica italiana (eh già, esiste anche chi difende delle idee, e non solo il portafogli). Sostituendo la figura del ricercatore con una figura professionale interinale, l'attuale emorragia di tecnici (per i giornalisti: fuga dei cervelli) diventerà esodo, desertificando la ricerca italiana. E un paese senza ricerca non ha un grande futuro.

  7. simone Rispondi

    Nel frattempo si licenzia un testo che contiene una "promozione" ope legis per 9.000 ricercatori strutturati e che, allo stesso tempo, scippa di fatto alcune centinaia di posti da ricercatore già finanziati dal governo Prodi.

  8. francesco sylos labini Rispondi

    Grazie agli autori per quasta ottima e puntuale analisi della situazione. Sono tuttavia ancora piu' pessimista in quanto mi sembra che vi sia una esplicita intenzione per un sottodimensionamento dell'universita': basti pensare che il 40% del corpo docente andra' in pensione nei prossimi dieci anni (quelli della 382) e con il blocco del turnover ed il taglio ai finanziamenti non ci sara' il dovuto ricambio. Allora la questione da discutere dovrebbe essere, esplicitamente e non implicitamente come conseguenza delle politiche che si sono adottate, se questo ridimensionamento sia salutare. A parte il fatto che non lo e', se paragoniamo il caso italiano a quelli di altri paesi europei, la maniera in cui vengono fatte le cose, con tagli orizzontali che colpiscono tutti, e' sbagliata e frutto di una politica miope. Pagheranno il conto le nuove generazioni oltre che gli attuali precari (50,000 unita') ed i ricercatori.

  9. Sandro Giachi Rispondi

    A prescindere dal fatto che la questione dei ricercatori è assolutamente uno "specchietto per le allodole" per distogliere l'attenzione dalle questioni principali della riforma (ossia riforma della governance e del diritto allo studio in conseguenza ai tagli finanziari) è quasi divertente vedere come questo governo dice di fare una cosa poi ne fa un'altra: "combattere il baronato" e "premiare la meritocrazia" abolendo il concorso per professori associati attraverso la chiamata diretta (preceduta da un'inutile e quantomai demagogica "abilitazione"), è francamente ridicolo. Ogni riforma va pensata nel contesto socio-culturale di riferimento: copiare meccanismi anglosassoni in un paese mafioso e clientelare come l'Italia non stimola buone prassi, ma certifica le "cattive prassi" esistenti. Francamente dubito che il livello qualitativo dei ricercatori che verranno assunti sarà buono e questo processo è perfettamente coerente con quanto mostrano i vostri dati. Va bene introdurre la figura del ricercatore a tempo determinato, ma perchè eliminare il concorso pubblico? In Italia i concorsi truccati sono numerosi, ma perlomeno costituiscono un freno al clientelismo baronale.

  10. Paolo Manasse Rispondi

    Molto interessante, leggero' il paper.