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  1. Alessandro Rispondi

    Ma il confronto più che costo standard basso Versus costo standard alto, non andrebbe fatto tra i due metodi, cioè adozione dei costi standard o quota capitaria calcolata non si sa come? Scrivo di getto, non conosco ancora bene l'argomento, ma se il costo standard viene dalla media delle tre regioni più virtuose che hanno bilanci in attivo (quindi che non hanno speso per intero la loro quota capitaria totale, a meno di non essere giunte al pareggio per via di grosse entrate diverse da quelle dello Stato) sarà più basso della quota capitaria e quindi rappresenterà per lo Stato, rispetto agli anni precedenti, un risparmio. No, eh?

  2. federico Rispondi

    Se si deve applicare un costo standard, questo costo moltiplicato per il numero (eventualmente 'pesato') degli abitanti di una determinata regione darà il montante del fondo da allocare a questa regione; la sommatoria di tutti questi montanti regionali darà il fondo totale da attribuire al SSN. Se si segue il metodo che figura nella bozza invece sostanzialmente non si fa altro che ripartire pro capite il fondo allocato al SSN, anche se si introduce un 'peso' in relazione all'età. C'è un'apprezzabile differenza.

  3. gianluca Rispondi

    E’ opinione diffusa che il male che consuma da tempo la gran parte delle risorse finanziarie dei bilanci delle Regioni sia la “Sanità”. E’, altresì, idea condivisa da molti che per sconfiggere un male occorra conoscerne approfonditamente le cause. Se ciò è vero, e non abbiamo motivo per credere il contrario, per guarire da tale tipo di malattia è necessario fare una corretta analisi dei costi sostenuti dalle strutture sanitarie per garantire un processo di cura efficace agli assistiti. Sembra un’ovvietà. Talvolta, tuttavia, occorre rimarcare l’ovvio perché spesso non sappiamo scorgere la soluzione pur avendola a portata di mano. Soluzione, che come comprenderete, potrebbe ridurre in parte il trade-off tra l’efficacia delle cure e l’efficiente gestione delle risorse dedicate. Provate a chiedere a un qualsiasi Manager della sanità pubblica quanto costa uno dei 579 DRG! Vedrete che la risposta non vi sarà data oppure vi saranno dati numeri a casaccio! Vi propongo di leggere l’articolo, pubblicato sulla Rivista “Panorama della Sanità” n. 31 del 30 agosto 2010 sezione lavoro.

  4. renato foresto Rispondi

    La vera crisi della nostra spesa pubblica é l'inefficienza, ma non c'é un metro per misurarla. Se per efficienza intendiamo il rapporto costo/ricavi nel quale il secondo termine non é misurabile e guardiamo soltanto alla spesa ordinaria che ricade tutti gli anni sui cittadini, il panorama rivela sì una notevole disparità fra le regioni, ma risulta ancora maggiore fra le Asl maneggiate dalle singole regioni. Allora come la mettiamo?

  5. ANTONIO CARLO Rispondi

    La discussione sullo standard come "moltiplicatore" distoglie l'attenzione da altri problemi ben piu' "a monte". 1) Non tutti gli abitanti sono pazienti. Per assurdo, se dei 5 milioni di veneti nessuno va in ospedale, il Veneto ricevera' comunque una bella fetta di risorse di cui, in realta', la regione non ha bisogno. Pertanto l'allocazione di risorse dovrebbe avvenire ex-post: se il costo standard prefissato e' 10 e il Veneto avra' curato 2milioni di pazienti al termine del 2010, la regione si vedra' allocati 20milioni di Euro. 2) Il secondo punto importante e' che gli standard dovrebbero essere calcolati "da zero". Se la regione piu' virtuosa spende 10 per paziente, come si puo' essere certi che la regione, in realta', non potrebbe spendere solamente 5 per paziente? 3) Idealmente si dovrebbero avere una molteplicita' di standard, perche' chiaramente curare un'appendicite non costa tanto quanto il trapianto di un rene. Paesi come l'Inghilterra si sono spinti molto in avanti in questo (cercate "nhs" nel sito www.cimaglobal.com, avrete accesso a molteplici reports). Colgo positivamente, comunque, il fatto che un primo passo in avanti sia stato compiuto.

  6. Corrado Tizzoni Rispondi

    A mio avviso l' articolo dimostra in modo chiarissimo che il federalismo sanitario (con relativo costo standard tanto declamato e esaltato) fallisce il suo principale obiettivo: ridurre la quota di spesa sanitaria nelle regioni più spendaccione e malgestite. Prendendo in considerazione la Campania o la Calabria nella tabella allegata si vede che tali regioni continuano ad avere la stessa quota del fondo sanitario indipendentemente dal costo standard utilizzato: non vengono assolutamente penalizzate e continuano a poter gestire malamente il proprio budget. La Campania addirittura avrà più soldi rispetto ad oggi anche nell'ipotesi di un costo standard più basso: con buona pace dei leghisti.

  7. antonello Rispondi

    L'inghippo c'è e forse non è chiaro dal testo. C'ho messo un po' a capirlo: la spesa non può diminuire anche applicando i costi standard più bassi perchè il finanziamento complessivo è fissato a monte in sede politica: sono i 102 miliardi dell'esempio (fabbisogno 2010). Per cui il calcolo teorico esposto da Mapelli, basato sui costi delle tre regioni col costo più basso serve solo a ripartire il fondo già deciso nel suo ammontare annuale. Dall'esercizio si vede che il risparmio massimo comunque sarebbe di 3 miliardi di euro (che certo non è poco ma da solo il Lazio ne ha 3,9 di deficit e ne aveva 10 alla chiusura dell'amministrazione Storace) dato da 102 miliardi-99. Da un lato comunque forse è meglio così (cioè sostanzialmente com'è stato sinora) anche perché sarebbe riduttivo valutare solo i dati di bilancio (uno può tagliare anche 24 ospedali, come si sta facendo nel Lazio, avere il pareggio di bilancio peggiorando qualità, efficacia ed appropriatezza del servizio). Quello che non capisco è perché tutto sto battage? Magari qualcosina cambierà nella distribuzione interna tra regioni? E poi: come si può realizzare invece un miglioramento delle prestazioni per i cittadini, ecc.?

  8. salvatore Rispondi

    Cari amici che spendete tempo nelle vostre aziende a calcolare i costi e a fare controllo di gestione, attenzione a non spargere la voce che esiste un software SAP utilizzabile per questo altrimenti potreste finire male! Molto meglio il pallottoliere. Se poi lo venissero a scoprire chiederebbero una personalizzazione ad personam in modo che il risultato sia il più confuso possibile. Questi controlli non sono certamente nuovi e allora perchè non li hanno già usati? Vuoi vedere che non vedono SAP allo stesso modo come non vedono 2 milioni di case non censite? Chiedetelo agli illusionisti se ne sanno qualcosa!

  9. nicola s. Rispondi

    Caro Mapelli, ho letto il suo articolo. Si tratta di un punto poco chiaro del decreto (non c'è dubbio), ma le confesso che non mi rispecchio nelle sue conclusioni. Dietro la pesatura della popolazione c'è (ci dovrebbe essere) il rapporto tra fabbisogni pro-capite delle diverse fasce di età, con fabbisogni valutati al loro livello efficiente (o standard). A buona ragione, dunque, la pesatura della popolazione (quando fatta così) è quanto basta per arrivare a ripartire le risorse programmate a finanziamento dei Lea (top-down). Proprio per il fatto che si prendono Regioni che hanno rispettato la programmazione finanziaria e offerto prestazioni di qualità relativa elevata, il fabbisogno pro-capite è rappresentabile con la spesa pro-capite. Il decreto potrebbe fare a meno di parlare di "media pro-capite pesata del costo registrato dalle Regioni benchmark", e puntare direttamente a ricavare il vettore benchmark dei fabbiosgni pro-capite per fascia di età, come media dei vettori delle spese pro-capite per fascia di età delle Regioni benchmark. Dai rapporti tra i fabbisogni pro-capite di fasce di età diverse si derivano i fattori di ponderazione delle stesse fasce di età.

  10. Roberto A Rispondi

    Sono d'accordo con Guazzoni e non capisco i commenti dell'autore dell'articolo: cosa c'entra il fattore moltiplicativo? Quello che conta é che siano applicati i costi standard piu' efficienti a tutte le regione, il che dovrebbe portare ad un risparmio a parità di servizi erogati e della loro qualità possibile (visto che la norma prevede che le regioni per il benchmark siano scelte in base a criteri di appropriatezza, qualita' ed efficienza, oltre che di equilibrio economico). Non capisco quindi la critica dell'autore. Inoltre, da diversi anni é stato creato un sistema informativo per il SSN ( http://www.nsis.salute.gov.it/ ). E non é vero che la percentuale di fabbisogno non cambia, non cambia rispetto a costi standard di livello diverso, ma cambia rispetto al metodo usato finora del costo storico o non so quale si stia usando: infatti, usando il costo standard di benchmarking, le regioni inefficienti vedranno scendere la loro percentuale di fabbisogno sul fabbisogno totale e quelle virtuose (pure mantenendo praticamente inalterato il loro fabbisogno) lo vedranno aumentare, tenendo conto che usando i costi standard il fabbisogno totale dovrebbe scendere.

  11. marco Rispondi

    E adesso chi glielo dice agli elettori leghisti?

  12. antonio petrina Rispondi

    Sarà inutile il costo standard, ma se il deficit regione per regione che hanno originato non cessa (come le analisi del 2007 già dimostravano) e se il ripiano a piè di lista è inutile per frenare il deficit di quelle regioni non virtuose, che ancor oggi sono nella medesima situazione, allora il tentativo di cui al decreto sul federalismo, dopo l'accordo di luglio in conferenza stato regione, val la pena di portarlo avanti anche per dimostrare a quelle virtuose che non è impossibile uscire dal deficit.

  13. simone Rispondi

    La sua tesi sull'inutilità del costo standard in sanità è evidente, meno chiaro è per me, perchè i costi debbano coincidere con i finanziamenti: si presuppone che tali finanziamenti siano stati tagliati correttamente per le regioni? Come è possibile verificarlo? Bisognerebbe secondo me analizzare le diverse poste di spesa delle regioni (a prescindere dai passati finanziamenti, che possono essere stati sbagliati) e raggrupparle per area di bisogno (considerando anche l'eta media della popolazione, ma per esempio anche la % di nascite, e altre variabili medico/sociali rilevanti) in modo da poter confrontare dati omogenei fra regioni diverse e fissare le più virtuose per fabbisogno in modo da definire finanziamenti coerenti con corretti fabbisogni di spesa per i diversi ambiti osservati che sommati definiscono la spesa sanitaria complessiva per regione in base alla popolazione (pesata) e alle aree di bisogno individuate. Non sono un esperto ma è dall'analisi dei costi il più possibile riconducibili a fattispecie confrontabili che si può arrivare a tarare in maniera adeguata i finanziamenti e garantire equità di ripartizione della spesa a tutta la popolazione per tutto il ciclo di vita.

  14. Marchetti Sergio Rispondi

    La quota di finanziamento regionale dipende dal costo standard (colonne 4 e 6), mentre la percentuale di finanziamento spettante ad ogni singola regione è ovviamente (algebretta da scuola media) indipendente dal valore del costo standard: dov'è lo scoop?

  15. Aldo Mariconda Rispondi

    Pur avendo fatto del controllo di gestione aziendale, trovo poco chiara e insufficiente la descrizione al punto 7) - a prescindere da ciò, conta la percentuale di ogni Regione sul valore teorico ottenuto dalla moltiplicazione tra il costo standard e la popolazione regionale pesata (art. 22, comma 6, lett. e, comma 8) -. In particolare, cos'è la "popolazione regionale pesata" e come si ricava? Aldo Mariconda

  16. Giancarlo Fichera Rispondi

    Quando decido di applicare i costi standard devo aver prima deciso con quale sistema di controllo di gestione li misuro. Nel campo sanitario SAP ha da tempo predisposto un sistema informatico di gestione dei costi, usato in varie parti del mondo e anche in qualche ASL del territorio nazionale. Ma questi politici lo sanno? Saluti

  17. Franco Guazzoni Rispondi

    In merito all'introduzione alla interessante tabella e con particolare riferimento a quanto evidenziate ai punti 6 e 7, mi sembra di poter osservare quanto segue: se i costi standard saranno calcolati in base alle spese delle regioni "virtuose", per definizione dovrebbero essere inferiori a quelli della media nazionale (che include anche le regioni non virtuose). Dunque dovrebbero portare ad una riduzione di spesa complessiva. In altre parole diventano sì un fattore moltiplicativo costante, ma inferiore a quelli attuali, almeno nelle regioni non virtuose.