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La lungimiranza delle regole semplici

Nelle proposte di riforma del Patto di stabilità e crescita spicca l’idea di chiedere ai paesi ad alto debito una riduzione continua del rapporto debito pubblico-Pil, secondo una formula semplice. Se fosse stata applicata fin dall’avvio del l’area euro, il rapporto debito-Pil italiano sarebbe ora in vista del 70 per cento e non vicino 120 per cento. L’Italia può chiedere un’applicazione “intelligente” della nuova regola. Oppure uniformarvisi anche se nel primo periodo comporterà decisioni dolorose. Il paese saprà fare la scelta giusta?

La crisi del “debito sovrano dell’area euro”, iniziata quest’’anno con il caso della Grecia, non è ancora conclusa. Ma in qualunque modo finisca è chiaro che le regole preesistenti non erano sufficienti per prevenirla e che bisogna rivedere le regole comuni per la politica economica.
In questi giorni, la Commissione europea ha pubblicato le sue proposte per la futura governance dell’area euro.
Tra i tanti aspetti importanti spicca l’idea di richiedere ai paesi ad alto debito una riduzione continua del rapporto debito pubblico-Pil secondo una formula semplice: ogni anno almeno un ventesimo del debito “eccessivo” (cioè il debito al di sopra della soglia del 60 per cento del Pil di Maastricht) dovrebbe essere eliminato. Non è un’’idea nuova; fu proposta già nel lontano 1995 come condizione per poter entrare nell’’euro. All’’epoca non venne neanche presa in considerazione perché troppo semplicistica. L’’Italia poté entrare nell’euro e l’’applicazione “intelligente” del Patto di stabilità permise al paese di continuare con i deficit. Il risultato è che il rapporto debito-Pil italiano viaggia oggi di nuovo verso il 120 per cento (vale a dire vicino al valore del 1995), mentre sarebbe in vista del 70 per cento se la regola sulla riduzione del debito fosse stata applicata in maniera meccanica.
Il grafico 1 fa vedere l’andamento del rapporto debito-Pil per l’ultimo decennio. Si vede chiaramente come il debito sarebbe oggi molto più basso (sotto il livello della Germania) se l’Italia avesse seguito la regola sulla riduzione del deficit ora proposta o se almeno avesse tenuto il bilancio in pareggio sul ciclo come richiesto dal vecchio Patto di stabilità.

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Grafico 1

Fonte: calcoli dell’autore su base dati della Commissione europea

L’ITALIA DI FRONTE A UNA SCELTA

Ma il passato è acqua passata (e magari un insieme di molte occasioni perdute). Per l’Italia la proposta della Commissione richiede una scelta. Il paese potrebbe concentrare tutto lo sforzo della sua diplomazia a livello europeo sul tentativo di rendere l’applicazione della regola sulla riduzione del deficit più “intelligente”. Gli argomenti non mancano: in Italia il risparmio delle famiglie è ancora molto solido e pertanto il livello del debito privato rimane basso. Inoltre, con la bassa crescita l’applicazione meccanica (stupida?) della regola sulla riduzione del debito richiederebbe probabilmente all’Italia un surplus del 2 per cento del Pil, molto di più del bilancio in pareggio richiesto dal Patto di stabilità.

LE REGOLE SERVONO

Il Patto di stabilità non era rilevante per i problemi della Spagna e dell’Irlanda. È vero che quando una bolla gonfia il debito privato e favorisce un eccesso di investimento nell’immobiliare anche le migliori regole sul debito pubblico non possono evitare seri problemi quando questa scoppia. Ma non se ne deve trarre la conclusione che regole sui deficit e debiti pubblici non servano. I casi di Portogallo e Grecia ci insegnano che il debito pubblico va controllato perché costituisce sempre una fonte di rischio.
La regola per la diminuzione del debito ora proposta dalla Commissione non ci protegge da nuove bolle immobiliari o di altro tipo. E non sarà applicata prima che la crisi attuale non sia superata. Ma una regola del genere sarebbe comunque utile per evitare altri casi come la Grecia o il Portogallo. Il pericolo è reale perché molti paesi usciranno dalla crisi con il debito pubblico oltre al 100 per cento del Pil, e molti di questi avranno probabilmente un  periodo di bassa crescita davanti a sé. È la combinazione più temuta dai mercati, con il pericolo che si inneschi una spirale di sfiducia nei mercati finanziari e tassi di interesse più alti, che renderebbero ancora più difficile la politica fiscale.
Per l’Italia, l’influenza della bassa crescita che probabilmente dobbiamo aspettarci per il prossimo decennio si può vedere nel grafico qui sotto, che mostra l’andamento del rapporto debito pubblico-Pil sotto l’ipotesi che la crescita sia soltanto del 2 per cento. Il grafico mostra dove andrebbe il debito pubblico in tre scenari:
1) Il deficit continua sul livello degli ultimi dieci anni, ossia il 3 per cento del Pil. In questo caso il rapporto debito-Pil andrà sopra il 120 per cento.
2) Il bilancio è in pareggio (in media sul ciclo = vecchio Patto di stabilità). In questo caso il debito scende lentamente sotto 100 per cento del Pil.
3) Si segue la nuova regola della riduzione del debito. In questo caso il debito scende più rapidamente e va sotto l’80 per cento alla fine dei dieci anni.

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I tre scenari rappresentano la scelta fondamentale che l’Italia deve fare. Continuare come nel passato sembrerà meno doloroso, ma sarebbe molto pericoloso con mercati finanziari così volatili. La regola sulla riduzione del deficit proposta dalla Commissione richiederebbe all’Italia di mantenere un avanzo di bilancio per molti anni. Sarebbe una scelta molto dolorosa nel breve termine perché richiederebbe tutta una serie di Finanziarie molto incisive. Il vantaggio sarebbe di mettere il paese al riparo di attacchi speculativi e ridare alla fine lo spazio di manovra per la politica fiscale necessario per poter reagire ad altri imprevisti.

 

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  1. Federico Giri

    Secondo me l’idea di includere un riferimento anche al debito delle famiglie non è sbagliata a patto che questo non sia un espediente per alcuni ministri di abbassare la guardia sul proprio debito (chi ha detto Tremonti?). In fondo se in uno stato vi sono molte famiglie indebitate e queste non riescono a ripianare i debiti saranno poi le banche a chiudere i battenti. E se sono gli stati poi ad intervenire a salvarle sapere che il rapporto debito/pil è basso non ci consolerà affatto. Debito pubblico e debito privato se vogliamo sono le due faccie della stessa medaglia. Capitolo bassa crescita. E’ vero che paesi come l’Italia probabilmente patiranno una bassa crescita e ciò influirà sui conti pubblici ma è altrettanto vero che andrebbe misurta anche la qualità della crescita. Un’economia spinta dall’edilizia (come Spagna e Irlanda) non può essere paragonata ad una dove si fanno molti investimenti in ricerca o sull’esportazione di beni ad alto contenuto tecnologico. Inoltre teniamo conto anche delle condizione del credito. In Irlanda è stato erogato del credito pari a tre volte il Pil. Facile alimentare la crescita quando ogni cittadino spende il triplo di quello che possiede. Si potrebbero anche inserire parametri qualitativi sul debito. Maturity più lunghe garantiscono più stabilità, un debito in mano prevalentemente nazionale è meno soggetto a rischi di uno detenuto principalmente in mani estere,etc… In ultimo credo che il vero punto dirimente sia il fatto che deve nascere un bilancio comunitario. Se vogliamo stare dalla Grecia alla Finlandia sotto l’ombrello euro i paesi del Nord Europa devono trasferire fondi a quelli del sud con i quali poter fare interventi di tipo strutturale. Oggi i paesi del sud non sono in grado di competere con quelli del nord in termini di produttività e se i tassi di cambio non variano più come possono i paesi come grecia o spagna ad esportare qualcosa in germania o in olanda? Questioni scritte di getto e di fretta e da raffinare! Scusate per la confusione.

  2. Roberto A

    IL 2 mi pare troppo prudenziale,minimo sarà almeno del 3% se non di piu’,nel 2006 e nel 2007 la crescita era stata intorno al 4 e al 3,8 e nel 2010 é stimata nel 2,2%. E non c’è bisogno di avanzi di bilancio per ridurre l’eccedenza del rapporto debito/PIL oltre il 60 di un ventesimo: basterebbe il pareggio di bilancio da un certo anno in avanti e una crescita minima almeno del 3% nominale, si potrebbe rispettare pure con un deficit del 0,5%. Prendiamo i dati del 2010: PIL a 1554 e debito a 1844 (usando i dati previsionali del fabbisogno di cassa del DPF): ipotizziamo che nel 2011 ci sia un deficit dell’1% (per semplicifare,uguale al fabbisogno di cassa) e una crescita del PIL nominale pari al 3%,si avrebbe a fine 2011 un debito pari a 1852 miliardi [ 1844+((1554*1,03)*0.005) ] che rapportato ad un PIL di 1600 (1554*1,03) si avrebbe: debito PIL 2010=118,66,debito/PIL 2011=115,75 con una riduzione pari a 2,91 (118,66-60)/20=2,93. Ora, di sicuro non partirà il prossimo anno,credo tra 3-4 anni, abbiamo il tempo di ridurre il deficit a quei livelli dal 2,7 previsto per il 2012.

  3. Franco

    Provo a esaminare il pregevole articolo alla luce di una considerazione sul debito ricavata dalle stime rilevate sugli emigrati irregolari, quelli cioè che noi chiamiamo immigrati clandestini,quelli che arrivano in Italia con il debito da saldare ai loro traghettatori. Sorpresa! L’importo è identico alla quota di debito pubblico che ogni neonato in Italia si vede appioppato sulle spalle al primo innocente vagito! Ve ne eravate accorti? I gendarmi dei capitalisti, cioè le banche. nelle loro varie attitudini di accumulatrici di risparmio altrui e di credito ai clienti propri, stanno cercando di camuffare ancor di più la cruda realtà dello sfruttamento con i vari G e Basilea; ma la spirale capitalistica dell’accumulo finisce sempre nell’immancabile necessità di estorcere a qualsiasi inconfessato costo dai più deboli e dagli illusi il costo dell’accumulato superfluo. E’ giusto e sacrosanto perciò ridurre e comprimere il debito pubblico, ma non a carico dei deboli e degli illusi bensì con una generale compensazione di debiti-crediti-finanziamenti a carico degli Enti interessati nei vari Cda. Tesoro e Banca d’Italia, naturalmente, compresi.

  4. Alessandro Sciamarelli

    Temo non ci sia molto da essere ottimisti. Le dinamiche del debito pubblico e del deficit (quest`ultimo nel 2009 al 5.3% del Pil, e costantemente sopra il 3% dal 2003, fatta eccezione per il 2007) alla luce dei dati storici più recenti sono piuttosto sconfortanti, per cui mi pare piuttosto implausibile ipotizzare un deficit all’1% nel 2011. Anche in uno scenario di crescita nominale media annua del Pil non sotto il 2% (2006 e 2007 sono stati abbastanza eccezionali, gli ultimi veramente positivi per l’economia italiana e nessuna previsione internazionale accredita un ritorno ad una crescita nominale intorno al 3-4% nei prossimi anni), se la dinamica tendenziale di crescita del deficit dovesse restare quella osservata nei dati storici credo che l’ipotesi 1 ventilata da Gros (deficit/pil ratio che continua sui livelli osservati nell’ultimo decennio) sia la più probabile.Tra rinviare l’aggiustamento del deficit come abbiamo fatto sinora (e come probabilmente accadrà) o effettuare una dolorosa serie di Finanziare per riportare il rapporto debito/pil a livelli sostenibili, certo la prima sembra piu`praticabile politicamente. Ma il conto potrebbe essere molto salato.

  5. bob

    Non ho la pretesa di parlare di complessi meccanismi finanziari. Ma per curare il malato sarebbe da risalire all’origine del male stesso. Capisco che i periodi storici cambiano, ma per quella poca memoria che ho e facendo di mestiere impresa, il debito pubblico è scoppiato in questo Paese con l’avvento delle Regioni. In pratica il voler riproporre 21 volte tutti i vizi e i privilegi di Roma. Oggi per curare il male ci viene proposto esattamente il contrario della buona gestione e della parsimonia nelle spese come si fa in una sana famiglia, cioè quello che chiamano "federalismo". Perché con tutti i distingui storici non ci andiamo a studiare il periodo economico che va dal ’50 al ’65. Come si vede anche e soprattutto l’economia dei freddi numeri è legata alla cultura e alla storia di ognuno di noi.

  6. Nicolò

    Senza troppa presunzione, mi sembra che la posizione di Gros sia troppo semplicistica. L’andamento della crescita economica non è infatti indipendente dal saldo di bilancio pubblico. Misure fiscali molto restirttive, soprattutto se applicate contemporaneamente in molti paesi, non possono che abbassare il tasso di crescita dell’economia di un paese. Di conseguenza elaborare scenari in cui si assume una data crescita e si guarda l’evoluzione del debito a seconda di valori diversi del deficit di bilancio pubblico non è corretto. Le cose credo siano più complesse. In altre parole: una crescita dell’economia italiana del 2% annuo è a mio avviso impossibile con un avanzo di bilancio praticato contemporaneamente in Italia, Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo, Francia e Germania.

  7. luigi zoppoli

    Le osservazioni italiane che implicano il tener conto del debito pubblico e di quello delle aziende non finanziarie e degli intermediari finanziari possono anche avere un senso, ma per l’Italia temo che il punto focale continui a essere la crescita debole. Se in rapporto alla manovra di recente approvata BankItalia calcolava un effetto recessivo di 0,5% sul PIL impegni più cospicui, pur necessari, avrebbero effetti depressivi maggiori. Insomma, comunque vada se non si realizzano le riforme strutturali di cui è divenuto noioso far l’elenco, senza riduzioni di spesa pubblica, regole di stabilità o meno, rimarremo in braghe di tela e l’economia sempre più fragile e meno competitiva. Ma non c’è occasione pubblica nella quale tra ministro del Tesoro e presidente del Consiglio le riforme famose le escludono. E stendiamo un velo pietoso sul federalismo alla polenta taragna.

  8. rossi giovanni

    Gli scenari delineati nelle varie ipotesi di applicazione del patto comportano un evidente cambio di direzione della mentalità di gestione della cosa pubblica e degli affari privati di questo paese. Tutta la classe dirigente, da quella politica a quella della pubblica amministrazione a quella degli affari e delle banche è chiamata ad un senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future che non ammette ambiguità o gioghi di prestigio, ma non credo che con la classe dirigente che ci ritroviamo ciò sarà possibile.

  9. Maurizio

    Mi piacciono tutte le presentazioni delle possibili soluzioni del problema del debito. Ma siamo in Italia. In primavera si va a votare e un governo come questo aprirà i cordoni della borsa se no perde miseramente. A giugno-luglio avremo un nuovo governo che farà i primi provvedimenti a settembre-ottobre intanto il debito avrà superato il 120%. Solo allora gli italiani si accorgeranno che il ventennio berlusconiano ha arricchito pochi e impoverito tutti.

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