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Scienziati italiani in classifica

Recentemente stilata dalla Via-academy, la classifica dei migliori scienziati del nostro paese permette di dare uno sguardo d’insieme all’impatto scientifico degli italiani nel mondo. Con qualche sorpresa. Intanto, non tutte le discipline esportano lo stesso numero di cervelli. I rettori non sono in genere i primi della classe. E in più, il nuovo sistema mette in discussione consolidate classifiche dei professori più bravi ottenute con altri metodi.

Per la prima volta è possibile dare uno sguardo d’insieme all’’impatto scientifico degli italiani nel mondo. La classifica dei top italian scientists stilata recentemente dalla Via-academy produce una sintesi del meglio della ricerca italiana sulla base dell’’indice “h” di Hirsch.
Calcolato con un metodo omogeneo per tutte le discipline, il valore di “h” misura l’’impatto degli scienziati italiani che lavorano in Italia o all’’estero. Qui presento una sintesi di nuove informazioni che emergono dall’’analisi della classifica, che ora contiene 578 nomi. In primo luogo, quanti e dove sono i bravi ricercatori italiani? Queste domande non avevano finora una risposta esauriente.

IL METODO

Come sono stati selezionati i nomi degli scienziati presenti nella classifica Via-academy? Calcolando per migliaia di ricercatori il numero di Hirsch, h-index, che è il numero x di pubblicazioni che hanno ricevuto almeno lo stesso numero x di citazioni. Se il lavoro di uno scienziato è citato, significa che il lavoro è importante, o perché fornisce metodi di studio o perché lo scienziato è considerato un esperto della materia. Nel citare le sue pubblicazioni si riconosce che quello scienziato ha un impatto nel suo settore. Quindi, più citazioni riceve uno scienziato, maggiore è il suo impatto. Tuttavia, se lo scienziato ha prodotto un paio di lavori importanti, e poi si è scoperto che la sua teoria o applicazione era errata, dopo poco tempo quei lavori non saranno più citati. L’’indice h misura quindi non solo il numero di citazioni, ma anche la continuità dell’’impatto nella comunità scientifica. Ciò vale sicuramente per valori elevati di h (ad esempio, maggiori di 30), la soglia per entrare nella classifica di Via-Academy (nessun premio Nobel ha un indice “h” inferiore a 30). Secondo l’esperienza acquisita dalla Via-Academy, il miglior metodo per misurare l’indice “h” è utilizzare Google Scholar. La figura 1 dimostra la forte correlazione fra i valori di “h” per i biochimici italiani ottenuti con questo metodo e quelli ottenuti con i dati Isi, sinora ritenuto più validi. (1)

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Figura 1 – Correlazione fra due diversi metodi per calcolare h-index

I RISULTATI

Confermando i dati di Daniele Checchi e Tullio Jappelli per gli economisti (), circa l’’1 per cento degli scienziati italiani presenta valori di “h” maggiori di 30. Fra questi, il 27 per cento lavorano all’’estero e spesso occupano le prime posizioni nelle loro discipline (tabella 1). Tuttavia, la media di “h” è simile per scienziati che lavorano in Italia o all’’estero. Per esempio, è uguale a 42 sia per gli economisti in patria che per quelli sparsi nel mondo. Interessante notare quanti economisti (55 per cento) lavorano all’’estero rispetto ai farmacologi (11 per cento) o ai chimici (4 per cento). Chiaramente, non tutte le discipline esportano lo stesso numero di cervelli.
Un’’altra considerazione emerge dal confronto dei valori di “h” dei rettori delle università italiane e dei direttori di istituti del Cnr, che sono in media molto al di sotto della soglia di 30 (figura 2). Infatti, solo una dozzina di queste persone rientrano nella classifica Via-academy, mentre in alcuni casi, come a Chieti, il rettore è anche lo scienziato di maggiore impatto.
Per concludere, menzionerei lo sconvolgimento che la classifica della Via-academy produce nel mondo accademico, e non solo. Prima era opinione diffusa che i migliori scienziati che lavorano in Italia fossero i circa novanta compresi nella lista “Isi highly cited”. Ebbene, quella lista non comprende alcuni scienziati di biologia che hanno un h-index ben maggiore della media di quelli che vi compaiono, mentre invece quasi la metà di quelli lì compresi non rientra nella classifica Via-academy. Il dibattito si apre ora su un panorama quattro volte più ampio degli scienziati italiani di maggior impatto.

Tabella 1 – Distribuzione per disciplina degli scienziati italiani ora nella classifica Via-academy

(1) Ulteriori dettagli sono sul sito della Via-Academy.

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14 commenti

  1. Lorenzo Marrucci

    La qualità scientifica media dei rettori, presidi e direttori di dipartimento dipende dal modo in cui questi vengono scelti. Evidentemente la modalità italiana, ossia l’elezione da parte dei docenti, risponde ad altre logiche, con risultati mediamente non buoni. Risultati migliori si ottengono invece nei sistemi (anglosassoni e derivati da questi) in cui questi dirigenti accademici vengono nominati (hired) dal board di governo o dai dirigenti superiori. Studi interessanti di questi fenomeni e dell’importanza di avere uno scienziato di qualità in questi ruoli dirigenziali si trovano ai link http://www.ilr.cornell.edu/cheri/workingPapers/upload/cheri_wp82.pdf (pubblicato anche su A. H. Goodall, Journal of Documentation, Volume 62 (2006)) e http://www.ilr.cornell.edu/cheri/workingPapers/upload/cheri_wp89.pdf

    • La redazione

      Certamente non bisogna essere uno scienziato top per divenire rettore e tantomeno fare bene il mestiere manageriale. Però per i direttori del CNR la questione è diversa. In effetti ci sono istituti di ricerca statali come INAF che sono guidati da uno scienziato fra i top del settore. Non si capisce pero’ perche’ certe università eleggano rettori che sono pure fra i loro scienziati di maggiore impatto – e succede di più al Sud (anche Messina e Reggio Calabria, per estendere gli esempi).

  2. enrico

    Come vengono "rintracciati" gli scienziati italiani all’estero? Se un ricercatore non si auto-nomina nella classifica, potrebbe non venire preso in considerazione. Se così fosse bisognerebbe puntualizzare che le percentuali di scienziati all’estero nella tabella 1 rappresentano solo una stima al ribasso. Infatti mi sembrano un po’ bassine…

  3. Oliviero

    Attenzione a non copiare l’auditel. La qualita’ non e’ solo un numero.

  4. Ottavio Veneri

    La classifica basata sul H-index è un non senso. Le stesse tabelle riportate nell’articolo mostrano che gli H-index di certe discipline sono mediamente molto più alti di quelli di altre e ciò non accade perché i medici sono più bravi dei fisici, ma solo perché il numeri di citazioni per articolo e il numero totale di articoli pubblicati in medicina ed in biologia sono più alti che altrove. Non per caso, anche gli If delle riviste di questi settori sono più alti di quelli delle riviste di altre discipline. La classifica discussa in questo articolo non tiene minimamente conto di questi semplici fatti e produce risultati che non hanno nessun senso, dal momento che un bravo fisico avrà comunque un H-index inferiore a quello di un mediocre medico. Come se una città misurarsse l’altezza del suo campanile in centimetri anziché in metri e concludesse di ospitare la torre più alta del mondo!

    • La redazione

      A me sembra che è il suo paragone che non abbia senso. Invece la lista della Via-acdemy di sensi ne ha piu’ di uno – innanzitutto di trasparenza, e poi diinformazione. Se un giovane scienziato vuole specializzarsi con i migliori del suo campo, ora sa chi sono e dove sono – prima no! In ogni caso, la sua posizione sembra
      minoritaria nella comunità scientifica. Si fanno e discutono classifiche di nazioni ed universita’ basate su parametri bibliometrici, essenzialmente pubblicazioni e citazioni E perché non si dovrebbero fare anche per coloro che le fanno, ste pubblicazioni, secondo l’impatto che esse producono. Con tutti i limiti settoriali etc. etc.

       

  5. Antonio Parri

    Questa classifica è a miglior dimostrazione dell’insensatezza del H-index. Ma come si fa a dar retta a cose del genere. Carlo Rubbia (Nobel 1984) sarebbe al 319° posto. Sotto nientepopodimeno che 318 persone che nella maggior parte dei casi il Nobel non sanno manco cosa sia. Ma quando la si smetterà di trattare la cultura come se si fosse la federazione internazionale di tennis o di sport equestri?

  6. Stefano Zapperi

    Studiare con indici bibliometrici la produzione scientifica dei ricercatori non è in sé una cosa sbagliata. Ma questa classifica mi lascia perplesso per una serie di motivi: 1) La classifica è chiaramente incompleta e mancano decine se non centinaia di nomi. Ad esempio, al dipartimento di fisica di Roma ci sono parecchi ricercatori mancanti. Basterebbe utilizzare l’organico dei professori universitari del MIUR per avere un campionamento migliore, mancano addirittura alcuni vincitori dei progetti ERC. Sarebbe interessante conoscere la metodologia usata, ma e’ un informazione non facilmente reperibile. 2) Come qualcuno ha già fatto notare (meritandosi una lunga non-risposta) non ha alcun senso stilare una classifica mischiando insieme campi diversi in cui la distribuzione dell’indice h varia drasticamente. Chiaramente non ha senso chiedersi se sia piu’ bravo Eco o Rubbia, visto che fanno un mestiere diverso. 3) La classifica non rappresenta la lista dei “migliori scienziati” ma quella degli scienziati maggiormente citati nel tempo (da qui anche un bias anagrafico). Bisognerebbe chiamare le cose con il loro nome.

  7. maurizio canepa

    L’H-factor è molto di moda. Ed è certamente utile. Non dovrebbe diventare un idolo. L’unica cosa certa è che è un misuratore di notorietà/visibilità. Non necessariamente un indice di qualità. E’ noto che privilegia ricercatori anziani che lavorano preferibilmente nello stesso settore da molto tempo. Privilegia direttori di grandi centri, a volte ottimi manager della ricerca ma non sempre grandi scienziati. Dipende dal bacino numerico degli scienziati di una disciplina. E per una serie di motivi intuibili favorisce gli scienziati che pubblicano articoli a molti nomi. Promuove un uso spinto delle auto-citazioni. Un uso autistico dell’H-factor porterà inevitabilmente alla creazione di caste, che non è una bella cosa per la scienza. Infine, google-scholar è meritorio perchè è gratis, ma in certe discipline è largamente deficitario. La classifica della via-academy (il rischio auditel, come sosteneva un commentatore prima di me, è evidente) è una cosa agghiacciante. Spero che nessun giovane si lasci abbindolare così facilmente.

  8. Giuseppe Rocco Casale

    E’ importante dire esplicitamente cosa l’h-index può fare, visto che sta tormentando sempre di più molti ricercatori a causa dell’eccessivo potere di discriminazione che ad esso si associa. Nelle diversificate comunità di studiosi (separate già nettamente dall’h-index, come notato da altri lettori), esistono i raggruppamenti: ad esempio, i fisici delle particelle, che di norma scrivono articoli con centinaia di autori per volta e quindi entrano a loro volta in numerosi articoli, hanno un h-index più alto dei fisici dell’atmosfera, che hanno qualche autore per articolo. Se si guardano gli scienziati di un certo raggruppamento, si nota che essi hanno tutti più o meno lo stesso h-index. E’ chiaro che da un lato questo meccanismo genera nei dipartimenti e negli enti di ricerca imbarazzanti dispute tra gruppi appartenenti a settori diversi (per spartirsi le poche briciole a disposizione sulla base di un qualche criterio “oggettivo”) dall’altro non permette di dire, tra due studiosi dello stesso raggruppamento, chi sia il più meritevole, a parte eliminare le code. Ciò che l’h-index può fare è permettere confronti tra istituti e università una volta aggregati i dati dei singoli.

  9. Ajna

    Articolo con buoni spunti, ma sotto gli standard de lavoce. Mi accodo a diversi commentatori qui sotto nella perplessità a paragonare pere con le mele; oltre tutto non si tiene conto di quanto già qualcuno accennava, ovvero che molti potenti magari su di una ricerca mettono solo la firma o poco più, mentre dei galoppini davvero talentuosi sotto difficilmente sapremo o vedremo qualcosa. Ho riconosciuto con una certa sorpresa miei ex docenti che dubito siano così pregevoli, ma poi vedere sul finale di questa lista d’elite uno che fa uscite ben poco scientifiche come zichichi dà molto da pensare…

  10. AB

    Non sono contrario a prendere in considerazione indicatori bibliometrici, ma sono fortemente contrario a prenderli sul serio. Nel caso si parli di televisione sono sicuro che molte persone non ritengono che un programma che fa grandi ascolti sia necessariamente un buon programma. Giudicare la scienza in base alle citazioni non è la stessa cosa dell’auditel, ma ci sono molte somiglianze. Dare troppo peso agli indicatori basati sulle citazioni può influenzare negativamente la produzione dei ricercatori. Se si arriva al punto che la produzione scientifica è giudicata in base a quanto è citata, è ovvio che molti cercheranno di concentrarsi sugli argomenti dove si pubblica più facilmente e dove è possibile essere citati di più. Questo porterebbe a tralasciare argomenti magari di nicchia, ma non necessariamente meno rilevanti di altri più "popolari". Inoltre, tanto più un gruppo è grande, tanto più è facile ottenere citazioni incrociate. Risulterà ad esempio sconveniente mettersi su un argomento nuovo e difficile in cui sono pochi quelli che se ne occupano. Vi segnalo infine: Citation Statistics.

  11. Alessandro Figà Talamanca

    Secondo un calcolo basato su "google scholar" il Rettore dell’Università di Roma "Sapienza" raggiunge un H-index di 43. Ma l’H-index di un anziano misura i suoi contributi alla scienza o il suo potere? Al lettore l’ardua sentenza.

  12. Davide

    Questa classifica non ha senso: tutti i medici ed i professori d’ambito medico hanno H-Index altissimi.
    Da questa classifica sembra che siano tutti dei geni…

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