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A medicina va curata la distribuzione degli studenti

Ogni anno il ministero determina a livello nazionale il numero di immatricolazioni al corso di laurea in Medicina e la ripartizione dei posti tra le singole sedi. Il sistema quindi garantisce la sopravvivenza delle piccole facoltà e insieme le progressioni di carriera dei docenti dei grandi policlinici. Il ministero dovrebbe limitarsi a fissare un numero programmato su base nazionale ed espletare un concorso unico per le ammissioni, garantendo poi maggiore autonomia alle singole sedi per decidere il numero di studenti ammessi.

Il concorso di accesso alle facoltà di Medicina viene criticato sia nei contenuti sia nelle modalità. Per quanto riguarda i contenuti, molti sottolineano che i test di ammissione vertono su argomenti non centrali nella preparazione di un medico e che non si valuta il percorso scolastico degli studenti, lasciando spesso al caso la selezione dei migliori. Altre critiche mettono in evidenza che la graduatoria dei vincitori non è nazionale e che il test si svolge simultaneamente in tutta Italia. Sovente uno studente non è idoneo nella sede in cui si è presentato, pur avendo conseguito un punteggio superiore agli idonei di un’’altra sede. Solo un concorso nazionale consentirebbe di selezionare gli studenti migliori e ai meritevoli di optare per la sede prescelta, fino a esaurimento della graduatoria.

COME SI DISTRIBUISCONO GLI STUDENTI

Le critiche non colgono tuttavia un aspetto di rilievo: il meccanismo di ripartizione dei posti tra le varie sedi e il numero troppo elevato delle Facoltà di Medicina. Ogni anno, prima dell’’estate, il ministero determina a livello nazionale il numero di immatricolazioni al corso di laurea in Medicina e Chirurgia, alle professioni sanitarie e al corso di laurea in Odontoiatria e la ripartizione dei posti tra le singole sedi. Analoghi decreti riguardano le professioni sanitarie e i corsi di odontoiatria.
L’’ultimo decreto, ad esempio, prevede complessivamente 11.346 posti distribuiti tra 40 sedi (statali e non statali) nei corsi di laurea di medicina e chirurgia (8755 posti), odontoiatria (789) e professioni sanitarie (1802).
La tabella indica, ad esempio, che possono iscriversi al corso di laurea in medicina e chirurgia di Bari 346 studenti, 326 a Padova, e così via, fino alle piccole sedi di Vercelli, Foggia e Molise (75 posti ciascuna). Si nota anche l’’estrema frammentazione dei corsi in odontoiatria, con 789 posti distribuiti in 36 sedi diverse, e ben 12 corsi attivati con meno di 20 iscritti.
Il decreto non spiega i criteri per la ripartizione, ma è noto che le università esercitano forti pressioni per aumentare la propria quota di studenti (o per non ridurla), perché ritengono utile che un numero elevato di studenti ne garantirà la sopravvivenza in futuro. Ed è anche noto che nel tempo i grandi policlinici hanno incoraggiato la nascita delle piccole sedi per creare cattedre aggiuntive per i propri docenti, e non certo per limitare il numero dei propri iscritti.
La tabella indica anche il numero di docenti di ciascuna sede. Complessivamente, le facoltà di Medicina occupano oltre 12mila docenti (tra ricercatori, professori associati e ordinari). Circa metà insegna nelle grandi facoltà di Roma (oltre 2.000 docenti nelle due facoltà della Sapienza e in quella di Tor Vergata), nei policlinici di Milano e Napoli (oltre 500 docenti); seguono Bologna, Firenze, Messina, Padova e Palermo (tra 400 e 500 docenti).
Di fatto il decreto del ministero sostiene le piccole sedi attribuendo loro una quota di studenti e razionando il numero di iscritti nelle università maggiori oltre ogni ragionevole misura. Il rovescio della medaglia è che i policlinici delle grandi città limitano il numero di studenti in cambio della possibilità di impiegare alcuni dei propri docenti presso le sedi periferiche. Il decreto del ministero garantisce quindi la sopravvivenza delle piccole facoltà, ed insieme le progressioni di carriera dei docenti dei grandi policlinici.

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DOVE SONO I DOCENTI

La terza colonna della tabella e la figura calcolano il rapporto tra posti disponibili (studenti di primo anno ammessi) e numero di docenti. Si nota subito che su scala nazionale il rapporto tra iscritti e docenti è molto basso (meno di un iscritto per docente). Si nota anche che il rapporto varia molto tra le diverse sedi. In particolare, sono soprattutto i grandi policlinici che registrano valori molto bassi del rapporto tra iscritti e docenti. Ad esempio, nel policlinico di Messina il rapporto è 0,62, cioè il numero di studenti iscritti al primo anno (301 nei vari corsi di laurea) è poco più della metà del numero dei docenti (485); Firenze (344 iscritti e 478 docenti) si trova in una situazione analoga. Valori molto bassi si registrano anche in tutte le grandi città (Roma, Bologna, Napoli, Milano). Al contrario, le piccole sedi (Varese, Ferrara, Foggia, Molise, L’’Aquila) ospitano molti più studenti in relazione ai docenti disponibili (con rapporti superiori all’’unità). Un caso a parte è la nuova facoltà di Salerno, che con 150 posti disponibili non ha ancora un corpo docente stabile. E’’ evidente che i criteri per la distribuzione dei posti non seguono né i parametri della disponibilità dei docenti, né quelli del prestigio dei policlinici. Per mantenere in vita piccole strutture o grandi strutture poco efficienti si nega dunque la possibilità a molti studenti di usufruire di una formazione adeguata nelle migliori strutture.
I criteri per la distribuzione degli studenti tra gli atenei andrebbero radicalmente rivisti. Il ministero dovrebbe limitarsi a fissare un numero programmato su base nazionale ed espletare un concorso unico per le ammissioni (superando le obiezioni di natura tecnica e legale), come suggerito da alcuni interventi recenti. Andrebbe poi garantita l’’autonomia delle singole sedi, fissando solo alcuni requisiti minimi per strutture e docenti.
A titolo di esempio, immaginiamo che il prossimo anno i posti complessivamente disponibili per il corso di laurea di medicina e chirurgia siano gli stessi del 2010/11 (8.755 su base nazionale). Si potrebbe stabilire che ciascuna Facoltà può ammettere un numero di studenti pari a quello in tabella, aumentato del 20, del 30 o del 50%, accrescendo quindi la disponibilità “potenziale” del sistema. E’’ prevedibile che le iscrizioni aumenterebbero nelle sedi di maggiore prestigio, in grado di offrire una migliore formazione; ma poiché il totale nazionale degli studenti iscritti sarebbe invariato, in altre sedi il numero di iscritti si ridurrebbe. Se gli studenti venissero correttamente orientati a scegliere le sedi migliori, il concorso nazionale e il nuovo meccanismo di attribuzione dei posti disponibili aumenterebbero la concorrenza tra atenei e la qualità dei nostri medici, con beneficio per la collettività. La sopravvivenza dei corsi di laurea con pochi iscritti, delle sedi periferiche e delle piccole strutture andrebbe poi valutata in sede regionale, senza gravare sul già esiguo fondo di finanziamento ordinario delle università.

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13 commenti

  1. Lorenzo

    Il discorso che viene fatto in questo articolo adrebbe fatto per 1000 altre facoltà italiane…una valanga di corsi inutili con 2-3 iscritti…e voi andate ad intaccare medicina?

  2. massimo

    Condivido l’analisi. Resta, tuttavia, irrisolto il problema della gestione pratica delle prove nelle varie sedi. Come evitare che i possibili abusi di una realtà alterino i risultati anche a danno di coloro che effettuano la prova in altre sedi?

  3. Ignazio

    Quando si aboliranno questi inutili, dispendiosi e per nulla democratici test di accesso all’università?

  4. Maria Pina Dore

    Il numero delle immatricolazioni riportato nelle tabelle per le professioni sanitarie, nell’Università di Sassari, non sono 32 ma bensi 369, pertanto il rapporto studente/docente cambia notevolmente! Le fonti andrebbero meglio controllate.

    • La redazione

      I test per l’accesso ai corsi di laurea magistrale sono quelli che hanno suscitato il maggiore dibattitto. Quelli di accesso alle professioni sanitarie a cui si riferisce il lettore potrebbero continuare ad essere gestiti su base regionale: Come si dice nell’articolo e nella nota alla tabella, si considerano come iscritti gli immatricolati ai corsi di laurea magistrale (chi studia medicina e chirurgia, cioè i futuri medici) e sono escluse le professioni sanitarie con corsi di laurea di primo livello (infermieristica ostetricia, ecc). Per quanto riguarda la possibilità di espletare un unico test nazionale per l’accesso alla laurea in medicina i problemi tecnici non mi sembrano insormontabili. Si potrebbero ad esempio concentrare i test solo in alcune sedi, e ripartire le domande pervenute in due o più tornate con esami diversi ma di analoga difficoltà.

  5. michelangelo

    I Test si sono rivelati un dispendioso esercizio finaziario, soprattutto per le numerse famiglie che vivono ai limiti della soglia della povertà. Se l’obbiettivo, è quello di limitare il numero dei laureati in funzione a quello che sono le richieste del mercato, e non si vogliono penalizzare le famiglie più povere e dare loro le stesse opportunità delle famiglie più fortunate, basterebbe condizionare, il diritto allo studio universitario, all’ obbligo di ogni studente di non uscire fuori corso. Pena: l’esclusione

  6. Vito Svelto

    Non risulta perfettamente chiaro dal testo ed anche dai commenti che il test per l’ammissione al corso di Laurea Magistrale in Medicina è unico su base nazionale; lo stesso test viene effettuato contemporaneamente in tutte le sedi. Sarebbe diretto ed immediato fare un’unica classifica nazionale. E’ ovvio che, in questo modo, fissato il numero totale degli ammissibili al CDL la distribuzione degli immatricolati alle diverse sedi, sarebbe notevolmente diversa da quella attuale, con sedi che scoppierebbero e sedi semideserte. Cosa facciamo? Spostiamo anche i docenti e gli ospedali? Imporre la gradauatoria unica nazionale accanto al vincolo di un numero massimo di iscrivibili in una sede, comporterebbe una migrazione di immatricolati tra sedi diverse. Siamo pronti, senza adeguate borse di studio, ad una tale migrazione? Sarebbe accettata? I tempi necessari per realizzare un’adeguata distribuzione fra sedi degli studenti sarebbero, inoltre, molto lunghi. Il sistema diventerebbe complesso da essere di difficile e pericolosa gestione. E’ solo un cenno ai problemi di cambiamento rispetto all’attuale sistema; tante alternative sono fattibili ma di complessa realizzazione pratica.

  7. Disperato

    Solo per dire che l’effettuazione di questi test (come di qualsiasi altro tipo di verifica – prova – esame – ecc…) in simultanea da qualsiasi parte del globo (quindi con condizioni di assoluta parità informativa tra i partecipanti) è cosa fattibile con utilizzo di tecnologie informatiche oggi di larghissima disponibilità. A maggior ragione se l’organizzatore è un ministero con miliardi di euro/anno di budget. In un paese che spende decine di milioni (di euro) per il sito del turismo di Rutelli/Brambilla o per italia.gov o altre amenità simili, osservare che non riusciamo a dispiegare dove sarebbe necessario le stesse tecnologie che usiamo per partecipare a un forum sulle ricette della pizza o per partecipare a uno dei mille sondaggi. E’ semplicemente disperante.

  8. Paolo Casillo

    A completamento di quanto detto da Vito Svelto aggiungo che lo stesso vale per Odontoiatria e che le correzioni sono uniche a livello nazionale (se ne occupa il MIUR tramite il CINECA): quindi questa classifica è già disponibile presso il Ministero oltre che ricavabile dalle graduatorie dei vari Atenei. Come detto da Maria Pina Dore (ho letto anche la risposta dell’autore) nel conto delle professioni sanitarie si riportano solo le lauree specialistiche: che senso ha? A questo punto il "Rapporto studenti docenti" non ha alcun senso: le facoltà di Medicina e Chirurgia usano i docenti anche per le professioni sanitarie di primo livello oltre che per altri corsi di laurea. Ne consegue che l’articolo risulta piuttosto sciatto e impreciso: non basta sputare qualche numero per fare un buon testo, bisogna anche saperlo interpretare.

  9. Enrico Motta

    Nel discutere su questi concorsi bisognerebbe anche calcolare cosa succederebbe se non ci fossero: in Statale a Milano c’erano 360 posti per Medicina e quasi 3000 domande; senza il deterrente del concorso si sarebbero iscritti in 4-5000. E qualcuno li trova dispendiosi, antidemocratici. Io dico che bisognerebbe rendere obbligatorio il test della demagogia, a suffragio universale, come il voto, e non solo per gli aspiranti dottori! Un’altra riflessione che mi è venuta dopo 35 anni di lavoro da medico: dato l’inevitabile contenuto specialistico di alcune branche (per es. l’Oculistica), ha ancora senso far fare a tutti 6 anni in comune? Far studiare l’anatomia del ginocchio ai ginecologi, e l’esame di Pediatria ai geriatri? Prendendo esempio dal corso in Odontoiatria, non è il caso di proporre subito indirizzi diversi, almeno nelle sedi con molti studenti e soprattutto per quelle specialità dove si registrano posti vacanti (per es, nei centri trasfusionali)?

  10. alessio fionda

    Concordo sui problemi dell’ammissione a medicina anche perchè esistono notevoli proiezioni che mettono in rilievo come in futuro ci sarà bisogno di molti più medici soprattutto chirurghi che a causa della durezza della professione e del rischio di cause si vedono ridurre di numero. Ma ciò di cui non si parla mai e che sarebbe ora che il mondo acccademico e politico se ne occupasse è cio che accade, ad esempio, a giurisprudenza. Dove a fronte di migliaia di studenti e laureati (di cui la maggioranza fuori corso) il mercato delle professioni legali non è assolutamente in grado di assorbirli tutti! Se a giurisprudenza negli anni passati fosse stata inserita un minimo di programmazione su base almeno regionale ciò non sarebbe successo. A tutti quelli che chiedono l’abolizione dei test, ci tengo a ricordare che per quanto ingiusto a 19 anni, un ragazzo o una ragazza hanno tutto il tempo per costruirsi un futuro, peggio sarebbe far laureare in medicina migliaia di persone e a 26 anni e dire loro: non c’è posto. Avete idea di cosa significa riqualificare uno che ha studiato per sei anni un tipo di professione? Quindi no all’abolizione dei test, sì al loro ripensamento.

  11. Andrea Faraci

    Sono uno studente di medicina prima a Pisa poi a Palermo, comunque sempre fra i migliori del corso, per cui non parlo a caso: 1 Giustissimo e logico sarebbe fare un test nazionale per l’ingresso a medicina e chirurgia così non vengono lasciati fuori i migliori che provano in sedi "difficili" 2 Cosa ancor più giusta e logica sarebbe fare un test nazionale per l’ingresso alle scuole di specializzazione (come Cardiologia, Radiologia) per evitare il sistema clientelare che è presente in tutta Italia (in diverse dosi) perchè ad ora ogni università ha un proprio test ovviamente non proprio trasparente e che sovente lascia fuori i migliori senza "appoggi", che così se ne vanno all’estero. Da questo dipende la efficienza del sistema sanitario italiano, ma mi pare che mai nessuno ne abbia parlato. 3 Come il voto di diploma anche quello della laurea non differenzia i migliori dagli altri visto che: – i raccomandati (figli/amici di prof, politici…) hanno un’ottima media senza studiare tanto – i prof sono superficiali (spesso) nella valutazione o talvolta (raramente) addirittura non competenti Comunque Complimenti per il sito, questo è il modo di fare giornalismo!

  12. antonello

    Intanto non capisco il tono polemico nel commentare da parte di alcuni, mi sembra fuori luogo, la sede permette di esporre le proprie opinioni senza censure, per cui argomentiamo e basta. In secondo luogo, la proposta dell’articolo corrisponde a diversi sistemi già operanti all’estero, se non sbaglio, ad esempio, in Spagna. E’ un metodo che limiterebbe (fino ad azzerarle o quasi) le raccomandazioni. Poi, alcuni (forse giustamente) lamentano il fatto che la proposta sarebbe di difficile gestione (prima le borse di studio e poi la riforma?). Questa però un po’ è un obiezione che per quanto comprensibile rischia di mantenere lo statu quo. Poi lo so che nel nostro Paese tutto quello che può far leva su oggettività e merito ci sembra impraticabile, perché il sistema è logoro. Però qualsiasi riforma da qualche parte deve pur cominciare. Infine: lo so che siamo scettici e disillusi, ma il concetto di merito (se supportato da altre politiche è ovvio) è abbastanza di "sinistra", il sistema delle raccomandazioni, conoscenze, nepotismi, favorisce, in questo come in altri campi, solo "i figli di" (medici, notai, avvocati, …). O no?

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