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Scelte locali per la conciliazione famiglia-lavoro

La conferenza Stato-Regioni ha finalmente dato il via libera alla nuova formulazione dell’articolo 9 della legge 53/2000 che prevede contributi a favore delle imprese per misure a sostegno della flessibilità e conciliazione famiglia-lavoro. Nei dieci anni passati dalla prima approvazione della norma i progetti presentati sono stati ben pochi. Non per questo è stata necessariamente un fallimento. Sarebbe meglio però lasciare alle autonomie locali le decisioni sullo sviluppo delle politiche di genere e per la famiglia. E su quali siano gli interventi più adeguati.

L’articolo 9 della legge 53/2000 intitolata“”Contributi a favore delle imprese per misure a sostegno della flessibilità e conciliazione famiglia-lavoro””, dopo un blocco di oltre un anno, ha finalmente superato la prova della conferenza Stato-Regioni ed è stato licenziato nella sua ri-formulazione insieme ad altre misure in favore della conciliazione famiglia-lavoro. Ci auguriamo ora di vedere al più presto i documenti applicativi di questa norma, ovvero il bando, le linee guida per la progettazione e le linee guida per la rendicontazione.

DIECI ANNI E POCHI PROGETTI

Ma qual è il motivo di tanti e tali travagli? Perché l’articolo 9 non è mai decollato dall’anno della sua pubblicazione ovvero dal 2000? E questa sarà finalmente la volta buona? Riuscirà la norma a radicarsi sul territorio nazionale e nelle aziende italiane?
Dell’’articolo 9 molto è stato detto, spesso decretandone un sostanziale fallimento dovuto alla risibilità del rapporto tra progetti approvati nei suoi dieci anni di vita e numero delle aziende iscritte al registro delle imprese: 684 progetti su oltre 5 milioni di imprese: lo 0,014 per cento.
Ma forse il numero risibile delle aziende che hanno sperimentato lo strumento non basta per certificarne l’’insuccesso. L’’articolo 9 della legge 53/2000 ha uno scopo promozionale e la prova della sua efficacia all’’interno di ogni singola azienda porta con sé un processo di diffusione delle politiche di conciliazione aziendali, ma anche tutta un’’altra serie di indicatori di efficienza legati ai processi territoriali che tale strumento è in grado di attivare.
Accanto a una valutazione dell’incidenza della norma sul sistema economico nella sua complessità, andrebbe condotto un monitoraggio sui risultati raggiunti in quei territori ove l’’articolo 9 è stato applicato con continuità, coerenza, sinergia.

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MEGLIO DELOCALIZZARE

Proprio dall’esperienza di quei contesti dove quanto previsto dall’’articolo 9 è stato accompagnato dalla creazione di network locali, dall’’impegno delle organizzazioni pubbliche e private a colmarne le lacune normative e applicative, dalla nascita di reti di imprese attente alle politiche di conciliazione, la norma ci insegna che è necessario favorire la partecipazione e attivazione diretta dei sistemi locali nella diffusione e applicazione delle leggi, specie quando queste hanno carattere promozionale; ci insegna che non esiste più un unico bisogno al quale si può pretendere di dare risposta dall’’alto; ci insegna che è forse illusorio cercare di incasellare preventivamente tutte le necessità e fornirne preventivamente le soluzioni; ci insegna che i bisogni delle donne, delle famiglie, delle aziende del Nord sono molto diverse da quelle del Sud, che quelle della Sicilia sono diverse da quelle del Piemonte e che quelle della provincia di Mantova sono diverse da quelle della provincia di Milano e che quindi una buona applicazione di questi strumenti non può prescindere da una stretta collaborazione e sinergia con i livelli amministrativi locali.
Delocalizziamo allora l’’articolo 9, il suo spirito, il suo impianto legato alla sperimentazione di interventi condivisi; delocalizziamo le risorse per le politiche per la famiglia, per il welfare aziendale e in generale per lo sviluppo locale; creiamo a livello centrale e a livello regionale delle unità di coordinamento, di monitoraggio e di valutazione e lasciamo che siano le province, i comuni, le camere di commercio, le reti locali delle imprese e le famiglie a decidere, attraverso percorsi partecipati, quali siano gli interventi di cui hanno maggiormente bisogno, se il nido pubblico o il nido famiglia, se la tages mutter o la baby sitter, se la banca delle ore o la flessibilità, se il tele-lavoro o il part-time, se il manager family friendly o il diversity manager.
Lasciamo che siano le autonomie locali a decidere quale debba essere la strada per il loro sviluppo e lo sviluppo delle politiche di genere e per la famiglia. Senza dubbio, otterremmo economie di scala che forse ci consentirebbero un maggiore controllo e una maggiore efficacia delle politiche.

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  1. Maurilio Menegaldo

    Chi scrive ha contribuito, come delegato sindacale RSU, alla stesura (qualche anno fa) e alla gestione (tuttora) di un accordo che ha costituito la base di un progetto per la conciliazione vita-lavoro secondo l’art. 9 della l. 53/2000. Oltre all’efficacia immediata, le misure previste dall’accordo si sono rivelate estremamente utili sia in termini di clima aziendale e di soddisfazione di lavoratrici (la stragrande maggioranza) e lavoratori, sia in temini di organizzazione del lavoro, specialmente come ora in tempi di crisi. Ben venga quindi un maggiore coinvolgimento degli enti locali (regioni e comuni), che possono tra l’altro fare da sprone alle aziende poste nel loro territorio: occorre però fare presto, perché le famiglie sono sempre più in difficoltà causa i tagli a scuole e servizi sociali. In questo frangente, dovrebbero essere molto più attive anche le organizzazioni sindacali, che purtroppo però, quasi sempre per carenze culturali, non riescono a comprendere la portata dei benefici che una buona implementazione della l. 53 può portare a chi lavora.

  2. Marella Momaro

    Condivido totalmente la nota sul ruolo del sindacato sul tema della conciliazione. Lavoro in una delle maggiori imprese italiane, fra l’altro una delle poche che ha registrato negli ultimi anni rilevanti utili. Qui il sindacato è concretamente assente da anni e il tema della conciliazione ne soffre. Le indagini di clima degli ultimi anni hanno evidenziato una marcata insoddisfazione generale in particolare sul tema della conciliazione famiglia-lavoro. Nessuna controproposta del sindacato…

  3. Daniela B.

    Mi chiedo in che misura la mancata diffusione dei progetti legati all’articolo 9 della legge 53/2000 sia dovuto ad una carenza di richiesta "dal basso". Intendo dire che il problema è senz’altro reale e avvertito nella vita di tutti i giorni di lavoratrici e lavoratori, ma forse non emerge per una questione di cultura in senso lato: il lavoratore italiano non considera il tema ancora rilevante nel rapporto con l’azienda né l’azienda nei confronti del lavoratore. O forse perchè le famiglie che decidono da sè e a priori di rimandare la nascita dei figli o di affidare il problema della conciliazione famiglia-lavoro ad altri canali, interni alla famiglia stessa. O forse ancora per una questione di sfiducia nella capacità e nelle competenze della leadership statale (a livello nazionale e locale) rispetto a problemi del cittadino riguardanti aspetti della vita diversi dal lavoro. O forse ancora semplicemente perchè tali problemi in Italia non sono ancora diventati problemi politici, ma solo burocratici e non incidono nemmeno sull’orientamento del voto.

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