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Quote latte: un pasticcio europeo

In Italia vi sono oggi circa 40.000 produttori di latte sparsi su tutto il territorio nazionale, ma con forti concentrazioni nella Pianura Padana.

I NUMERI DEL LATTE

La produzione di latte ammonta ad oltre 10,8 milioni di tonnellate ed il suo valore si aggira intorno ai 5.019 milioni di euro (dati Ismea). Quando si parla di latte, però, non bisogna pensare solamente alla materia prima: la filiera produttiva è, infatti, costituita anche da migliaia di aziende che operano nei sotto settori del burro, del formaggio e dello yogurt. Con 14.380 milioni di euro di fatturato l’’industria lattiero-casearia si colloca al primo posto nel settore alimentare italiano (con il 13 per cento dei ricavi totali).
La produzione di latte, come quella di molti altri prodotti agricoli, è stata oggetto di regolamentazione da parte dell’’Unione Europea attraverso varie leggi emanate all’’interno dell’’Organizzazione Comune dei Mercati (OCM). L’’obiettivo di questi interventi era contenere la produzione ed evitare squilibri tra domanda ed offerta (1). Se, infatti, inizialmente l’’obiettivo della Politica Agricola Comune (PAC) negli anni cinquanta e sessanta era favorire la crescita delle aziende agricole degli Stati membri, nei decenni successivi l’’orientamento si é invertito a causa dell’’eccesso di offerta generato dai miglioramenti delle tecniche colturali e i conseguenti incrementi di produttività (2). La domanda di prodotti lattiero-caseari ha, inoltre, subito spesso una contrazione dovuta al rallentamento della crescita della popolazione e al suo progressivo invecchiamento che hanno modificato i consumi alimentari provocando una diminuzione, ad esempio, degli acquisti di latte. La comparsa dell’’olio d’’oliva nei mercati dell’’Europa settentrionale e una migliore educazione alimentare hanno, invece, inciso negativamente sul consumo di burro.

UN MECCANISMO CONTORTO

Giá alla fine degli anni sessanta risultava evidente che il settore era caratterizzato da squilibri di produzione. Negli anni settanta sono stati introdotti un regime di premi per la non commercializzazione del latte e la riconversione delle mandrie bovine, nonché un prelievo di corresponsabilità gravante in maniera uniforme su tutti i quantitativi di latte consegnati alle latterie. Queste misure si sono peró dimostrate onerose ed inefficaci. Il sistema del prelievo di corresponsabilità é stato abbandonato in favore del sistema delle quote latte, che prevede un prelievo supplementare gravante solamente su quelle produzioni commercializzate in eccesso rispetto ad una quota individuale di riferimento assegnata ad ogni produttore. Nel 1984 é stato, dunque, introdotto, con il convinto sostegno di molti paesi (tra i quali spicca la Francia), tale sistema con l’’obiettivo di contenere la produzione, invertire la tendenza al ribasso del prezzo del latte e garantire una buona redditività agli allevatori.
Come spesso accade con la PAC, gli interessi degli agricoltori sono stati anteposti a quelli dei consumatori i quali, con una politica di restrizioni dell’’offerta, hanno pagato dei prezzi tenuti artificialmente elevati. L’’unico possibile beneficio per i consumatori é rappresentato dalla tutela degli allevamenti in montagna e nelle zone svantaggiate i quali, senza l’’incremento dei prezzi attribuibile al regime delle quote latte, difficilmente potrebbero sopravvivere. Dato che il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche superiori e viene spesso utilizzato per la produzione di formaggi (ad es. l’’Asiago) o altri alimenti di grande qualità e legati al territorio ed alle tradizioni locali, si sostiene che una pressione al ribasso del prezzo del latte causato dall’’abolizione delle quote nel 2015 (3) rischierebbe di far scomparire alcune produzioni di pregio.
A tal riguardo, peró, non risulta difficile immaginare misure di sostegno alternative e mirate specificatamente ad alcuni produttori svantaggiati o ad alcuni prodotti di particolare pregio. In particolare, la politica delle denominazioni dei prodotti agricoli, se ben attuata, può, da un lato, garantire sostegno alle produzioni di qualità senza, dall’’altro lato, introdurre meccanismi regolamentari invasivi nella formazione dei prezzi e nell’’incentivazione degli investimenti. In sostanza, le denominazioni incidono sul funzionamento del mercato, ma solo nell’’ottica di correggere un fallimento del mercato stesso dovuto all’’elevata asimmetria informativa esistente tra produttori e consumatori.

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IL CASO ITALIANO

Con il Reg. (CE) 856/1984 ad ogni Stato membro é stata assegnata una quota nazionale, calcolata sulla base dei censimenti del 1981 ed aumentata dell’’1 per cento. Sfortunatamente per l’’Italia, peró, nel 1981 il nostro Paese era l’’unico all’’interno della Comunità Europea a non registrare alcun eccesso di produzione, essendo l’’offerta pari a circa il 60 per cento del fabbisogno nazionale. Molti produttori hanno contestato l’’attendibilitá delle cifre relative alla produzione di latte nel 1981 sostenendo che queste hanno ampiamente sottostimato la produzione effettiva. Difficile sapere quale possa essere stato il margine d’’errore dal momento che il settore del latte era (ed è) nel pieno di un processo di razionalizzazione che ha portato il numero di allevamenti da oltre 200.000 nel 1980 ai circa 40.000 di oggi. Molti allevamenti avevano in realtà non più di cinque vacche e vendevano i propri prodotti nel mercato nero (4). Di questo non si può certo incolpare l’’Istat che, inoltre, ha incrociato i dati delle proprie rilevazioni con quelli sulla consistenza del bestiame in possesso dei veterinari. Se, dunque, la produzione effettiva è stata quasi certamente sottostimata nel 1981, con ogni probabilità non lo è stata di molto, essendo stati censiti tutti i grandi allevamenti.
Ad ogni modo, per trent’’anni l’’Italia è stata vincolata a produrre meno latte di quanto richiesto dal mercato interno, il tutto per rispettare un regolamento volto a contenere gli squilibri imputabili agli altri Paesi dell’’Unione. Questo sistema si è, pertanto, rilevato del tutto inefficiente perché ha impedito la libertà di iniziativa economica dei produttori di latte, conservando lo status quo della produzione di latte in Europa ai valori del 1981 (salvo le piccole modifiche alle quote nel corso degli anni), e ha danneggiato sensibilmente i consumatori europei.

(1) Obiettivo principale del regime è ridurre il divario tra l’offerta e la domanda nel mercato del latte e dei prodotti lattiero-caseari e le conseguenti eccedenze strutturali per conseguire un migliore equilibrio del mercato”, pag. L 270/123, comma (3) del Reg. (CE) 1788/2003. Il regolamento é consultabile a questo sito internet.
(2) Dal 1957 al 1968 gli obiettivi persuguiti dalla PAC erano: (i) aumentare la produttivitá nell’’agricoltura; (ii) garantire un livello di vita e reddito equo agli agricoltori; (iii) stabilizzare i prezzi; (iv) garantire la stabilitá degli approvviggionamenti; (v) garantire prezzi ragionevoli ai consumatori. Negli anni successivi il peso attribuito al primo obiettivo é diminuito a vantaggio del secondo ed a danno del quinto.
(3)Il regime delle quote é stato istituito nel 1984 e prorogato varie volte, l’’ultima delle quali con il Reg. (CE) 1788/2003 per ulteriori 11 anni. L’’orientamento prevalente oggi é di non prorogare piú il sistema delle quote. Dunque, salvo sorprese dell’’ultima ora, nel 2015 il mercato del latte dovrebbe essere finalmente liberalizzato.
(4)A pag. 14 della Relazione 3/2002 della Corte dei Conti è riportato quanto segue: “In effetti, all’’inizio degli anni ’80 l’’Italia presentava un sistema zootecnico estremamente frammentato e contraddistinto da una forte dicotomia strutturale, con un numero di aziende efficienti – con dimensione economica paragonabile ad altri sistemi zootecnici della Comunità – ed una frangia numerosissima di piccoli allevamenti con una consistenza di vacche inferiore alle cinque unità. Ne derivava una sostanziale difficoltà a conoscere in maniera precisa e sistematica i dati sulla evoluzione delle produzioni e delle strutture produttive, considerando anche che soprattutto le piccole imprese ricorrevano a forme di vendita diretta, senza alcuna contabilità e con la tendenza a sottostimare la reale entità della produzione commercializzata per evitare che la rilevazione dei dati statistici fosse eventualmente impiegata a fini fiscali”. La Relazione è consulatibile su questo sito internet.

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  1. Piero Nasuelli

    Sostanzialmente condivido quanto riportato, ma rilevo che ci si dimentica un fatto importante. La sottostima della "quota" nasce dall’incapacità dell’Italia nel "rilevare" la quantità di latte. Con il regolamento 856/84 il quantitativo globale garantito di latte di ogni singolo Stato membro (per l’Italia era il 1983) è stato ottenuto sommando i quantitativi di latte consegnati dai produttori alle imprese di trasformazione. Dalle rilevazioni fatte in Italia e riferite all’anno 1983 il quantitativo globale di riferimento, che può intendersi come il totale del latte venduto dai produttori ai trasformatori o direttamente al consumatore, venne fissato in 8.823 migliaia di tonnellate. Il riferimento al censimento del 1981 e alle statistiche Istat è inesatto. I responsabili delle Organizzazioni di Categoria degli Agricoltori, Coldiretti, Cia e Confagricoltura, insieme al Ministro Pandolfi sottovalutarono completamente la nuova normativa ritenendo che un sistema così "contorto" non potesse durare. A me pare un classico caso di italica inefficienza. Uno dei tanti chi ci relega, in campo agricolo, tra i partner non affidabili della UE.

  2. Osvaldo

    “Ad ogni modo, per trent’anni l’Italia é stata vincolata a produrre meno latte di quanto richiesto dal mercato interno, il tutto per rispettare un regolamento volto a contenere gli squilibri imputabili agli altri Paesi dell’Unione.” Resta ancora inspiegabile il perché l’Italia abbia nel 1984 accettato questo vincolo quando poteva benissimo esercitare il diritto di veto. Di questo danno enorme dovrebbero essere chiamati a pagare i politici dell’epoca, colpevoli secondo me di tradimento.

  3. Dario Civalleri

    Al di là delle quote assegnate a ogni paese, mi chiedo se e come funzioni il sistema di assegnazione delle quote ai singoli produttori nazionale, se sia abbstanza flessibile da adattarsi alle dinamiche aziendali e se e come funzioni l’eventuale mercato secondario.
    Conoscendo i miei polli, mi chiedo se, per caso, non esistano soggetti con il latte e senza le quote accanto a soggetti con le quote e senza il latte.

  4. diana

    Trovo interessante questa "mappa tematica", che mostra l’importazione di prodotti caseari nei vari Paesi: le aree sono state deformate rispetto alla condizione reale in funzione dello specifico indicatore (importazione netta, in $). Confrontate l’area dell’Italia con la Germania e la Francia: http://www.worldmapper.org/display.php?selected=46

  5. carlo

    Ma non capisco, secondo voi i produttori con il prezzo del latte fermo agli anni ’80 0,33€/litro si arrichiscono? E’ giusto far pagare loro la sovraproduzione calcolata con tanto di Iva e interessi del 7% annuo? Allora e’ meglio che diciate loro di morire. La perversa macchina burocratica permetteva che la sovraproduzione (latte oltre la quota) venisse versata ad AGEA tramite i primi acquirenti (industria di trasformazione) la quale, dopo aver effettuato la compensazione, avrebbe permesso il ritorno capitale (dopo tre mesi). Ma i produttori gia’ in ristrettezze economiche, non potevano aspettare AGEA in quanto le spese erano gia’ onerose. Molti produttori allora si riunirono in Cooperative divenendo così loro Primi Acquirenti che per costituzione non sono tenute a versare nulla. Molti altri si affidarono alle fidejussioni bancarie (ancor oggi non riscosse) e di queste ora ne rimangono una piccola parte, le altre hanno chiuso o peggio! Altri si sono affidati alla Associazioni Sindacali, le quali hanno consigliato/costretto i loro associati ad acquistare quote (dietro lauto compenso spesso non dichiarato per intero) con mutui ventennali ben sapendo che il regime quote latte termina nel 2013.

  6. paolo lencioni

    Non dobbiamo dimenticare le importazioni di latte in polvere (di tutte le qualità incluse quelle artificiali e quelle tossiche) che arrivano da tutti i paesi extra-comunitari inclusa Cina e Nuova Zelanda per nominare alcune fra le più lontane e più perniciose. Tali importazioni utilizzate, in gran parte, per produrre prodotti derivati del latte stanno minando il mercato, causando un’ulteriore riduzione dei prezzi…a scapito del Made in Italy. Continuo ad essere convinto che prima che usciremo dall’euro e dalle tenaglie degli interessi tedeschi e francesi meglio sarà per la nostra economia.

  7. janullrich

    Articolo esplicativo e chiarificatore, ma alcuni aspetti della vicenda mi sembrano essere stati trascurati. 1) Oltre agli evidenti scompensi per i consumatori, la Pac ha beneficiato e continua a favorire solo i grandi produttori, a dispetto dei piccoli coltivatori, per i quali era stata pensata e istituita, nell’ottica della riduzione del divario tra industria e agricoltura nella Comunità, oggi Unione. 2) Un’altra grande ingiustizia della Pac è che una tale politica di aiuti non lascia accesso al mercato europeo ai prodotti agricoli più economici e convenienti dei paesi in via di sviluppo mantenendolo artificialmente alto il prezzo del latte nell’Unione e permettendo a pochi "fortunati" di produrre a condizioni molto vantaggiose. Non mi è chiaro su questo punto se i produttori europei di latte siano anche esportatori potendo praticare in altri mercati dumping e artifici simili (potendosi permettere un prezzo più basso fuori dell’Unione). Sarei molto grato a chiunque possa offrirmi delucidazioni in materia.

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