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  1. janullrich Rispondi

    Articolo esplicativo e chiarificatore, ma alcuni aspetti della vicenda mi sembrano essere stati trascurati. 1) Oltre agli evidenti scompensi per i consumatori, la Pac ha beneficiato e continua a favorire solo i grandi produttori, a dispetto dei piccoli coltivatori, per i quali era stata pensata e istituita, nell'ottica della riduzione del divario tra industria e agricoltura nella Comunità, oggi Unione. 2) Un'altra grande ingiustizia della Pac è che una tale politica di aiuti non lascia accesso al mercato europeo ai prodotti agricoli più economici e convenienti dei paesi in via di sviluppo mantenendolo artificialmente alto il prezzo del latte nell'Unione e permettendo a pochi "fortunati" di produrre a condizioni molto vantaggiose. Non mi è chiaro su questo punto se i produttori europei di latte siano anche esportatori potendo praticare in altri mercati dumping e artifici simili (potendosi permettere un prezzo più basso fuori dell'Unione). Sarei molto grato a chiunque possa offrirmi delucidazioni in materia.

  2. paolo lencioni Rispondi

    Non dobbiamo dimenticare le importazioni di latte in polvere (di tutte le qualità incluse quelle artificiali e quelle tossiche) che arrivano da tutti i paesi extra-comunitari inclusa Cina e Nuova Zelanda per nominare alcune fra le più lontane e più perniciose. Tali importazioni utilizzate, in gran parte, per produrre prodotti derivati del latte stanno minando il mercato, causando un'ulteriore riduzione dei prezzi...a scapito del Made in Italy. Continuo ad essere convinto che prima che usciremo dall'euro e dalle tenaglie degli interessi tedeschi e francesi meglio sarà per la nostra economia.

  3. carlo Rispondi

    Ma non capisco, secondo voi i produttori con il prezzo del latte fermo agli anni '80 0,33€/litro si arrichiscono? E' giusto far pagare loro la sovraproduzione calcolata con tanto di Iva e interessi del 7% annuo? Allora e' meglio che diciate loro di morire. La perversa macchina burocratica permetteva che la sovraproduzione (latte oltre la quota) venisse versata ad AGEA tramite i primi acquirenti (industria di trasformazione) la quale, dopo aver effettuato la compensazione, avrebbe permesso il ritorno capitale (dopo tre mesi). Ma i produttori gia' in ristrettezze economiche, non potevano aspettare AGEA in quanto le spese erano gia' onerose. Molti produttori allora si riunirono in Cooperative divenendo così loro Primi Acquirenti che per costituzione non sono tenute a versare nulla. Molti altri si affidarono alle fidejussioni bancarie (ancor oggi non riscosse) e di queste ora ne rimangono una piccola parte, le altre hanno chiuso o peggio! Altri si sono affidati alla Associazioni Sindacali, le quali hanno consigliato/costretto i loro associati ad acquistare quote (dietro lauto compenso spesso non dichiarato per intero) con mutui ventennali ben sapendo che il regime quote latte termina nel 2013.

  4. diana Rispondi

    Trovo interessante questa "mappa tematica", che mostra l'importazione di prodotti caseari nei vari Paesi: le aree sono state deformate rispetto alla condizione reale in funzione dello specifico indicatore (importazione netta, in $). Confrontate l'area dell'Italia con la Germania e la Francia: http://www.worldmapper.org/display.php?selected=46

  5. Dario Civalleri Rispondi
    Al di là delle quote assegnate a ogni paese, mi chiedo se e come funzioni il sistema di assegnazione delle quote ai singoli produttori nazionale, se sia abbstanza flessibile da adattarsi alle dinamiche aziendali e se e come funzioni l'eventuale mercato secondario. Conoscendo i miei polli, mi chiedo se, per caso, non esistano soggetti con il latte e senza le quote accanto a soggetti con le quote e senza il latte.
  6. Osvaldo Rispondi

    "Ad ogni modo, per trent’anni l’Italia é stata vincolata a produrre meno latte di quanto richiesto dal mercato interno, il tutto per rispettare un regolamento volto a contenere gli squilibri imputabili agli altri Paesi dell’Unione." Resta ancora inspiegabile il perché l'Italia abbia nel 1984 accettato questo vincolo quando poteva benissimo esercitare il diritto di veto. Di questo danno enorme dovrebbero essere chiamati a pagare i politici dell'epoca, colpevoli secondo me di tradimento.

  7. Piero Nasuelli Rispondi

    Sostanzialmente condivido quanto riportato, ma rilevo che ci si dimentica un fatto importante. La sottostima della "quota" nasce dall'incapacità dell'Italia nel "rilevare" la quantità di latte. Con il regolamento 856/84 il quantitativo globale garantito di latte di ogni singolo Stato membro (per l'Italia era il 1983) è stato ottenuto sommando i quantitativi di latte consegnati dai produttori alle imprese di trasformazione. Dalle rilevazioni fatte in Italia e riferite all'anno 1983 il quantitativo globale di riferimento, che può intendersi come il totale del latte venduto dai produttori ai trasformatori o direttamente al consumatore, venne fissato in 8.823 migliaia di tonnellate. Il riferimento al censimento del 1981 e alle statistiche Istat è inesatto. I responsabili delle Organizzazioni di Categoria degli Agricoltori, Coldiretti, Cia e Confagricoltura, insieme al Ministro Pandolfi sottovalutarono completamente la nuova normativa ritenendo che un sistema così "contorto" non potesse durare. A me pare un classico caso di italica inefficienza. Uno dei tanti chi ci relega, in campo agricolo, tra i partner non affidabili della UE.