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Come la Fiat può svincolarsi dal contratto nazionale

1. Secondo l’’orientamento oggi prevalente della giurisprudenza, per poter derogare al contratto collettivo nazionale con effetti estesi a tutti i dipendenti dell’’azienda, un contratto aziendale deve essere firmato da tutte le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto nazionale.

2. Secondo l’’orientamento giurisprudenziale oggi prevalente, la clausola di tregua contenuta in un contratto collettivo vincola soltanto i sindacati stipulanti, ma non i singoli lavoratori, i quali, anche se iscritti ai sindacati stipulanti, possono aderire a qualsiasi sciopero proclamato da altre organizzazioni. Ma sta rafforzandosi la corrente dottrinale – finora minoritaria – secondo cui, invece, come nella maggior parte degli altri Paesi europei, la clausola di tregua vincola anche i singoli lavoratori a cui il contratto collettivo si applica.

3. Il contratto collettivo nazionale di lavoro dei metalmeccanici è un contratto a termine. Come tutti i contratti a termine, esso non può essere disdetto da una delle parti unilateralmente prima della scadenza; non mi sembra, pertanto, che la Fiat possa sottrarsi alla sua applicazione prima della scadenza, fissata al 31 dicembre 2012.

4. Diverso è il caso dell’’accordo interconfederale del gennaio-aprile 2009 sulla struttura della contrattazione collettiva: questo è un contratto a tempo indeterminato, quindi suscettibile di recesso unilaterale.

5. Come ogni contratto, anche l’’accordo interconfederale e il contratto collettivo nazionale di lavoro, nella situazione attuale di perdurante inattuazione dell’’articolo 39 della Costituzione, si applicano soltanto a chi li ha firmati, o è rappresentato dall’’associazione firmataria, o vi ha aderito all’’atto della stipulazione del contratto individuale. Questo è il motivo per cui si può pensare a una nuova società (la c.d. “newco”), che nasca oggi per la gestione dello stabilimento di Pomigliano d’’Arco e che, non affiliandosi ad alcuna associazione imprenditoriale e non richiamando quei contratti nelle proprie lettere di assunzione, essa resti libera da qualsiasi vincolo contrattuale preesistente. In tal caso, il solo vincolo sarà quello – desumibile dall’’articolo 36 Cost. – dell’’applicazione di standard retributivi non inferiori ai minimi generalmente praticati dalle aziende del settore.

6. Scopo della costituzione della “newco”, invece, non può certamente essere quello di mandare a casa quelli tra i vecchi dipendenti dello stabilimento di Pomigliano che non accettano il nuovo piano industriale: questo è stato possibile nel caso Alitalia, perché l’’impresa era in amministrazione straordinaria, ma non sarebbe possibile a Pomigliano, dove in questo caso si applica per intero la disciplina europea del trasferimento di azienda, che prevede il passaggio automatico di tutti i dipendenti dell’impresa cedente alle dipendenze dell’impresa acquirente.

7. Lo scopo della Fiat in questa operazione è certamente essere quello di sottrarre lo stabilimento di Pomigliano al campo di applicazione del contratto nazionale dei metalmeccanici. Un altro suo scopo potrebbe essere quello di fondare a Pomigliano un nuovo sistema aziendale di relazioni industriali, nel quale sarebbero riconosciuti soltanto i sindacati firmatari dell’’accordo aziendale. Questo significherebbe che la Fiom-Cgil resterebbe priva di rappresentanze aziendali riconosciute: esito, questo, reso possibile dal referendum che ha modificato l’’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori nel giugno 1995.

8. L’’unico modo per evitare questa scelta traumatica, e al tempo stesso garantire l’’effettività dell’’accordo aziendale di Pomigliano sul nuovo piano industriale, sarebbe un accordo sulle regole, firmato da tutti i sindacati compresa la Fiom-Cgil, che riconosca alla coalizione maggioritaria il potere di contrattare anche in deroga rispetto al contratto nazionale, con effetti estesi a tutti i dipendenti (questo consentirebbe alla Cgil di “restare in gioco” come sindacato riconosciuto, pur non sottoscrivendo l’’accordo sul piano industriale).

9. In assenza di un accordo sulle regole firmato dai sindacati, lo stesso risultato potrebbe essere conseguito, in via sussidiaria e provvisoria, da un intervento legislativo che colmasse la lacuna dell’’ordinamento lamentata da Marchionne:

Per ulteriori approfondimenti si veda sul mio blog un esempio di come questa legge potrebbe essere redatta.

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Chi ha paura del negoziante straniero?

  1. Calogero Massimo Cammalleri

    3. bis – Nulla comunque vieta alla Fiat di riprodurre le condizioni di Pomigliano in ogni altro stabilimento e produrre di fatto gli stessi effetti di una disdetta anticipata. A sentire di Mirafiori, anzi, lo scopo di Pomigliano palesa sempre più intenti “pedagogici” piuttosto che industriali, come avevo scritto sulle mie pagine http://www.kaloscam.com/?p=329 . 7. bis – Lo scopo della Fiat, in questo caso, è comune a quello dei sindacati affiliati alle confederazioni diverse dalla Cgil: quello della tattica cislina dell’isolamento della cgil sotto forma di buonsensismo modernista. Anche se alla fine la tattica sembra riuscita solo alla Fiat, posto che la Cisl, sul caso sul caso Mirafiori, più che rivendicare pietisce il rispetto dei patti. 9. bis – Se intervento legislativo dev’essere perchè non attuativo dell’art. 39 Cost.? Più democrazia sindacale della rappresentanza unitaria, proporzionale agli iscritti, voluta dal costituente, non si vede in altre proposte. O c’è chi ha paura della conta? prof. Calogero Massimo Cammalleri associato di diritto del lavoro nell’Università di Palermo.

    • La redazione

      Il meccanismo previsto dall’articolo 39 della Costituzione regola soltanto la contrattazione collettiva di livello nazionale. Non occorre dunque né fare riferimento a quel meccanismo, né tanto meno intervenire con legge costituzionale che lo modifichi, per risolvere il problema tecnico dell’efficacia dell’accordo di Pomigliano. Per il resto rinvio alla risposta a Ciocia.

  2. generoso ciocia

    Evviva i sindacati gialli, quelli dei contratti da fame, delle gabbie salariali e di tutte le situazioni da fame che generavano negli anni ’50. Bravi, a volte si torna proprio ai nostalgici (ma per chi?) anni ’50. Evviva Marchionne figlio di Valletta, evviva la fame. Col cavolo che Fiat venderà tutte le automobili che pretende di vendere, ricatto per buttare a mare il contratto. Smemorati! E’ stata proprio la stabilità dei contratti collettivi, la sicurezza di una retribuzione definita che a dato all’operaio non solo la sensazione (ma solo la sensazione) di un generale arricchimento, ma anche la possibilità di comprare la prima auto, la seconda, di riempire l’Italia di 40milioni di automobili dando alla fiat la sensazione di essere diventata una potenza automobilistica (con i nostri soldi, ma la fiat c’è abituata). Ora che il salario ridiventa una graziosa concessione del sovrano di turno, queste 40 milioni, sarà difficile rinnovarle…come sarà difficile fare altro. Non lamentatevi se poi l’economia mafiosa e camorrista sommerge quella legale. Auguri…all’Italia, naturalmente.

    • La redazione

      Il piano industriale che è oggetto dell’accordo di Pomigliano, con le 80 ore di lavoro straordinario previste, porterà circa 3000 euro in busta paga in più ai lavoratori di quello stabilimento, rispetto alla retribuzione normale del settore metalmeccanico. Il problema che può porsi, in riferimento a quell’accordo, non è un problema di "fame"; semmai un problema di carico di lavoro. D’altra parte, qual è l’alternativa auspicata dal nostro lettore Ciocia per i lavoratori di Pomigliano? L’assunzione controllata dalla camorra nei sottoscala della periferia di Napoli dove si lavora dieci ore al giorno per 700 euro al mese senza contributi e senza diritti di alcun tipo? Lo sa Ciocia che alla Fiat arrivano da tutte le province del Mezzogiorno centinaia di lettere che chiedono l’insediamento nel loro territorio di uno stabilimento con un piano industriale identico a quello di Pomigliano? Per lo sviluppo del Mezzogiorno è meglio "nessuna Pomigliano", o "cento Pomigliano?"

       

  3. Gerardo Fulgione

    Gentile prof. Ichino, sorvolo sulle mie opinioni sul suo intervento poiche’ credo che il problema abbia un carattere soprattutto economico-politico e non giuslavoristico. Ho letto la sua proposta sul blog di una legge che regoli la rappresentatività sindacale, personalmente sono piu’ daccordo con la proposta di mutuare per il privato (pur con tutte le necessarie sfumature diverse) la legge che regola la rappresentatività nel Pubblico impiego. Nonostante le critiche che essa ha ricevuto di recente ritengo che abbia funzionato bene. Ritiene anche lei che sia così?

  4. Andrea

    Chiaro il suo punto professore, ma non ci si può non chiedere se accettare deroghe importanti dal CCNL, magari stabilendole solo con una parte del sindacato meno rappresentativa, non rappresenti un precedente che determinerà una sicura accellerazione di tutte le imprese verso questo nuovo modello di deregulation. Crede veramente che tutto il problema competitività del paese si risolva abbasando ulteriormente il costo del lavoro (anche se la busta paga aumenta, il costo per ora di lavoro non credo proprio aumenterà)? Grazie

  5. paola urso

    Al di là della discussione sugli aspetti legali e sulle lacune dell’attuale normativa del lavoro resta a mio avviso da chiarire il modello industriale della Fiat, la Fiat è veramente un’opportunità di sviluppo per l’Italia? E’ forse producendo un auto a basso valore aggiunto, economica, superata che si può rilanciare l’industria dell’automobile in Italia? Lo sfruttamento dei lavoratori senza vincoli è l’unico modo perchè la Fiat investa in Italia? Non sarebbe meglio per l’Italia e per la Fiat cominciare finalmente a produrre auto innovative e di qualità, piuttosto che affidarsi agli aiuti di Stato e alla riduzione del costo del lavoro ad ogni costo. Da anni ormai la Fiat non inventa più niente in ogni campo, designer, tecnologia, ecc., le sue auto sono auto qualunque a basso valore aggiunto, poco appetibili per il mercato dei paesi evoluti, basta girare per le strade d’Italia, Germania, Francia ecc.. Il modello industriale che porta avanti la Fiat è quello per i paesi poveri e in via di sviluppo, auto economiche che devono costare pochissimo, poca ricerca, poca innovazione, aiuti di stato. E’ un modo per fare profitti. Ma allora stiamo diventando un paese povero?

  6. Saimo

    MI chiedo quando la competizione basata sul costo del lavoro si farà sugli stipendi dei manager, dei professori universitari…

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