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  1. Gianpaolo Paglia Rispondi

    Invece di mettere la testa sotto la sabbia, i produttori di vino italiani, tra i quali sono anche io, dovrebbero decidere di affrontare il mercato sapendo di poter disporre di buone carte, quali tradizione vinicola, varieta' autoctone, una cultura alimentare importante, una immagine dei prodotti alimentari e della cucina che e' seguita e amata in tutto il mondo. Invece, il solito difetto ci afflige: il mercato non tira? Cerchiamo di limitare l'offerta, la domanda seguira'. Come da voi chiaramente spiegato, nulla e' piu' ottuso che affidarsi a questa soluzione in un mercato globale: se il mio Morellino di Scansano costera' piu' del valore percepito dal consumatore, questi acquistera' un altro prodotto. Tra le azioni di questo tipo adottate a livello nazionale, e della cui legalita' avrei piu' di un dubbio: blocco dell'impianto dei vigneti in una determinata Doc o Docg (nel Morellino l'albo dei vigneti e' "chiuso" dal 2000); decurtazione obbligatoria del 20% delle rese, non per motivi di aumento di qualita', ma per sostegno ai prezzi (Chianti Classico e ora Amarone); addirittura con la nuova legge 61, i Consorzi potrebbero imporre i prezzi minimi. Ricerca, promozione? Poco o nulla.

  2. Dario Civalleri Rispondi

    Credo che l'Unione Europea farebbe meglio a smetterla di falsare le dinamiche economiche, e, se insistesse, sarebbe il caso di costringerla.

  3. Giordano Masini Rispondi

    L'unico effetto tangibile della contingentazione è stato quello di far lievitare i costi d'impianto (a causa della necessità di acquistare le "quote", a prezzi talora superiori a quelli degli stessi terreni). Una strenua difesa (protezionistica e corporativa) dell'esistente a cui hanno contribuito le certificazioni d'origine. Chissà se i viticoltori californiani avrebbero avuto lo stesso successo nel proporre al mercato mondiale vini di qualità a prezzi ragionevoli se la loro produzione fosse stata sottoposta a un sistema di vincoli così stringente. Chissà se avrebbero superato le resistenze dei consumatori di vino italiani e francesi se avessero ottenuto dal loro governo un’etichetta con scritto “vino buono” pagandola con la libertà di fare il vino come pareva a loro, cioè ricercando il prodotto migliore al prezzo migliore. Ho provato a raccontare sul mio blog la mia esperienza di viticoltore mancato: http://lavalledelsiele.com/2010/02/02/terra-e-liberta/

  4. Nicola Matarazzo Rispondi

    La questione è molto più complessa di quanto riportato e rileva un pregiudizio, la diversa posizione di interesse tra produzione e consumo, dicotomia da superare, in quanto gli interessi di chi produce sono interconnessi con quelli di chi consuma, in un ecosistema limitato. Immagino che quando si parla di lobby si faccia riferimento all’agricoltura industriale (perfetto ossimoro dell’epoca moderna) e non sicuramente ai vitivinicoltori che hanno sempre subito, ma guarda caso sono ancora l’ossatura della produzione vitivinicola dei paesi più tradizionali, La nuova regolamentazione europea non mi sembra apporti modifiche sostanziali e/o limitanti alle nostre denominazioni, se non quelle di riportarle nell’alveo della regolamentazione più generale delle denominazione previste per tutti i prodotti alimentari nell’UE. Infatti la nostra suddivisione rimane valida a tutti gli effetti con le menzioni tradizionali nazionali. Il problema è che disegna un percorso per corazzate del vino, in un mare dove forse sarebbe più opportuno avere dimensioni diverse (vedasi i vini varietali senza indicazione geografica). Ancora una volta, cui prodest?

  5. Gregorio Galli Rispondi

    In realtà gli unici veri beneficiari dell'attuale sistema PAC sono: 1) Gli squali che speculano vendendo e comprando quote, titoli e altri pezzi di carta, con la complicità di Stati e UE; 2) Tutta la "filiera lunga" che termina con le più inefficienti (e onerose) di tutte le imprese conosciute: le catene di supermercati. In tutto questo gli agricoltori, quelli tradizionali, riescono a vendere uva, grano o uova solo AL DI SOTTO del costo di produzione. Parlare di "lobby degli agricoltori" è quindi irresponsabile, dato che oggi l'agricoltore medio (da 50 a 300 ha, con produzioni in filiera lunga) fa la fame. Al contrario sono molti quelli che, come il sottoscritto (agricoltore di “medie dimensioni” e piccolo viticoltore), credono fermamente nell'abolizione della PAC come è oggi e in una VERA liberalizzazione del mercato, che avrebbe l'effetto di porre il consumatore (e la grande distribuzione) di fronte a un secco dilemma: voglio prodotti di alta qualità? Se sì, allora devo pagarne il costo reale, altrimenti mi bevo vino industriale e pollo molliccio.

  6. Lorenzo Monticone Rispondi

    Da molti anni ormai gli economisti in generale e il mondo universitario in particolare guardano con occhio molto critico al supporto comunitario per l'agricoltura, sostenendo, di fatto, che l'agricoltura è un settore economico come tutti gli altri e che deve soggiacere alle regole del libero mercato. Bisognerebbe però ricordarsi che la produzione agricola, tanto più se, come quella vinicola, spesso legata a realtà produttive piccole e locali, porta con sè valori culturali non commerciabili: chi parla di "più debole" che soccombe nel meccanismo del libero mercato lo fa in astratto. In agricoltura, nella nostra agricoltura, il più debole speso non è il peggiore e per questo va difeso. Perché chiudere un azienda agricola non è come chiudere una fabbrica. Non resta un capannone vuoto: resta un pezzo di terra incolta, e spesso una famiglia in meno a presidiare il territorio. E quelli che discettano di libero mercato, opposti a ipotetiche norme "sovietiche", dove andranno la domenica a fare la loro gita fuori porta? In un bel terreno incolto? Meditate, gente, meditate...

  7. Mario Rispondi

    Ho letto i commenti dei lettori e sono completamente d'accordo. Ma non è così con quasi tutti i settori dell'agricoltura? A me sembra che l'intera Pac persegua quale obiettivo il reddito degli agricoltori, non certo il benessere dei consumatori. Il tutto con quote (come nel caso del latte), diritti di reimpianto e quantaltro. Possibile che la lobby degli agricoltori sia ancora così forte nel 2010?

  8. giovanni stefanecchia Rispondi

    E questa sarebbe la liberale Europa? L'Europa dei consumatori?E' una vergogna! Questa è economia pianificata (leggi socialista!).In un libero mercato ogni attore si assume la responsabilità delle proprie scelte, rischiando anche i propri capitali se si sbagliano gli investimenti. Questa è l'Europa di una burocrazia ormai in metastasi, dell'assenza della politica e a favore dei contributi ai furbetti.

  9. Confucius Rispondi

    Ma la Comunità Europea non ha il libero mercato come faro che indica la rotta da seguire? Da quando in qua il libero mercato si serve di distorsioni quali tasse sul tappo o quote di produzione (per il latte o per la pesca del sugarello nell'area XYZ da parte di pescherecci battenti bandiera lussembughese)? Chi utilizzava questo criterio di pianificazione ed indirizzo del libero mercato era l'Unione Sovietica, dove il libero mercato non esisteva affatto. Un pò di coerenza: non si può predicare il liberismo e ricorrere poi a cavilli legali per avvantaggiare o mantenere in vita un settore produttivo rispetto ad un altro. Lasciamo che il libero mercato L decida quale produttore merita di sopravvivere perchè più efficiente o di maggiore qualiltà e quale merita di soccombere, senza estorcere denaro al consumatore mantenendo artificialmente alti i prezzi al dettaglio (salvo poi regalare burro alla Russia e polli al Medio Oriente, distorcendo il libero mercato anche oltre i confini dell'Unione Europea).

  10. ANDREA ARALDI Rispondi

    Non potrebbe essere possibile una "tassa sulla bottiglia" di due euro al litro, la potremmo chiamare "il diritto di tappo dell'unione" :-) ? Tale tassa potrebbe immediatamente e direttamente essere utilizzata per sostenere i produttori Ue (che potrebbero quindi avere un costo di produzione inferiore e uscire sul mercato a prezzi leggermente più bassi) , incentivando magari i processi di aggregazione che permetterebbero economie di scala a maggiore gestione manageriale, Per una quota (il 20 % della tassa) le entrate potrbbero essere invece girate ai Servizi Sanitari Nazionali (che sopportano l'onere delle cure legate al consumo non responsabile di alcool)! Una "tassa sulla bottiglia" spingerebbe il mercato verso i vini di qualità più alta (2 euro a bottiglia incidono di più su i vini a basso prezzo che non su quelli a alto prezzo).