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  1. gp Rispondi

    Il problema delle riviste americane ed inglesi non è la lingua in cui si scrive ma è riuscire a farsi pubblicare! Le riviste anglosassoni si sono sviluppate perché funzionali al locale sistema universitario. Ogni giornale ha editor che condividono la stessa necessità: pubblicare per continuare a fare il professore e far pubblicare i propri affiliati. Ovviamente tra un articolo mediocre di un interno ed un articolo anche interessante di uno sconosciuto ricercatore italiano, secondo voi chi verrà pubblicato? I ricercatori italiani difficilmente trovano il giusto spazio su riviste che ospitano articoli anche meno rilevanti ma che rispondono ad esigenze diverse. Inoltre, i ricercatori italiani in UK pubblicano grazie all'interessamento e/o al supporto di professori residenti (e nella stragrande maggioranza dei casi sulla rivista di riferimento dell'Università presso la quale lavorano o studiano). L'alternativa è pubblicare insieme a professori già conosciuti dalla rivista. Tale sistema tende a non favorire approcci innovativi, è decisamente classista e ben poco meritocratico. Dà ragione a chi se ne va all'estero. Ci sarebbe infine da discutere sull’utilizzo dell’IF come criterio …

  2. enrico Rispondi

    Non capisco l'argomento sollevato da qualche commento secondo il quale i paesi anglofoni sarebbero avvantaggiati. Per quel che ne so (cioè per le scienze fisiche) le rivisite sono tutte ed esclusivamente in inglese. Cosi come le conferenze. E' l'unica lingua che esiste. Qualcuno è in grado di citarmi una rivista internazionale non in lingua inglese? Non vedo perché i non anglofoni dovrebbero essere svantaggiati.

  3. Stefano Cardini Rispondi

    Volevo segnalare questo articolo di Roberta De Monticelli, uscito nei giorni scorsi su Il Fatto quotidiano.

  4. Sand Rispondi

    Il nostro è un sistema immobile. Nell'attesa dei maggiori finanziamenti sarebbe il caso di ottimizzare le risorse assegnate. Chiudere le sedi inefficienti e senza studenti. Snellire l'offerta formativa verso percorsi più vicini al mondo del lavoro. La ricerca? Non può essere un'idea e una "interpretazione" esclusiva degli addetti ai lavori. Della ricerca bisogna dare conto a tutto il paese, con parole semplici e dati concreti. Chi fa ricerca, faccia il consuntivo annuale, lo scrivi con parole semplici e bilanci trasparenti. E questo dovrebbe valere per tutte le università. Eppoi, chi paga le tasse universitarie deve poter valutare il docente e il corso di studi. Pensare che il giudizio sia prerogativa soltanto dei "professori" è l'idea di un provincialismo che punta a tutelare l'eredità di classe. E guarda caso sono tante le dinastie nelle università italiane. Mettiamo in moto la valutazione delle università, dei docenti e dei ricercatori: solvitur ambulando (camminando risolveremo). Oggi è strategico valutare non tanto per premiare ma per sanare e garantire la qualità dei servizi pubblici, per far ripartire la produttività di questo paese.

  5. maurizio canepa Rispondi

    Il grafico presentato (come già l'analisi dei dati di King) mostra che l'università italiana è, in larga parte, quello che la nostra classe politica (e gli elettori, in ultima analisi) vuole che sia. I nostri studenti, che escono da una università ritenuta, in patria, così scadente, trovano spesso accoglienza calorosa all'estero. Sono geni che vengono fuori dalla lampada? Il dato della Gran Bretagna si spiega anche e soprattutto con il fatto che molte delle riviste di "eccellenza" (il gruppo Nature per esempio) è inglese e, anche per motivi linguistici, il numero di editor inglesi è proporzionalmente superiore al reale valore della loro ricerca. Peraltro il gruppo Nature, almeno nelle scienze "dure", ha una grossa influenza (troppa forse) anche per quanto riguarda i progetti europei. Finirà che decideranno loro quali ricerche sono buone e quali no. Ma questa è un'altra storia. Il nocciolo della "riforma" Gelmini è uno solo: depredare le risorse del sistema universitario pubblico e ricollocarle a favore delle lobbies e gruppi sociali che sostengono il governo. Tutto il resto è fuffa. Vedi visita del presidente del Consiglio al Cepu.

  6. Marcello Romagnoli Rispondi

    Ogni discorso sulla valutazione si infrange inevitabilmente sullo scoglio di come misurare il merito. Una parte dei partecipanti alla discussione è sicuramente animato dalla volontà di identificare un metodo ottimale, oppure comunque buono. Altri lo usano per procrastinare all'infinito un cambio dello status quo. Partendo dal presupposto che un sistema più efficiente è necessario in Italia, mi trovo in questo senso in piena sintonia con quanto scritto da Elena Pettinelli, dico che sarebbe meglio superare questa empasse, accettare un metodo di valutazione e adottarlo, pur nella consapevolezza che è limitato e fallace. Si potrà sempre cambiarlo o migliorarlo.I metodi tra cui scegliere devono avere la caratteristica di essere oggettivi. I risultati dovranno essere pubblici e verificabili per evitare che ciò che si tenta di far uscire dalla porta non rientri sotto altra forma dalla finestra. L'algoritmo di valutazione deve prendere in considerazione anche i finanziamenti esterni che ogni ricercatore è in grado di attrarre. Tra i mali dell'università italiana non dobbiamo però dimenticare: il cronico sottofinanziamento e l'eccessiva burocrazia che brucia tempo e risorse.

  7. Stefano Zapperi Rispondi

    Dal grafico si desume che l'Italia spenda molto poco per l'università rispetto agli altri paesi. Nel suo libro, "l'università truccata", Roberto Perotti scriveva invece che l'Italia è uno dei paesi che spende di più per l'università, dietro solo a USA Svizzera e Svezia. Si era sbagliato lui o sono gli autori del presente articolo ad essere in errore?

  8. Sand Rispondi

    In questo paese sono tanti i campanili e ognuno tecnicamente insostituibile. Se dovessimo chiuderne uno per motivi di spesa, ci vorrebbero 20, 30 anni per decidere l'indicatore giusto per la valutazione di merito. Ma il punto resta: cosa fare per mettere fuori tutti quelli che non meritano? Tutti quelli che per caso si sono ritrovati ad insegnare e che da un po' di anni vengono chiamati anche "precari"? Se non sbaglio sono circa 5000 gli insegnamenti universitari in questo paese. Se dovessimo progettare una valutazione di merito per ogni insegnamento, verrebbe fuori una matrice numerica da dover istituire un nuova specializzazione. Perdonatemi la punta di sarcasmo, ma che tristezza leggere che perfino i giovani (?) ricercatori difendono il sistema che divora soldi, chiedendo altri soldi. Nei paesi moderni e liberi è indispensabile valutare coloro che rappresentano le professioni più elevate e sono pagati con i soldi pubblici. Non riuscendo a valutarli, abbiamo deciso di tenerli fino a 70 anni con la riforma delle pensioni: magistrati, primari e professori universitari. Forse tra 50 anni riusciremo ad esprimere quello che oggi ci tocca solo vedere nei paesi del Nord Europa?

  9. Enrico Santarelli Rispondi

    Materia insidiosa la valutazione della ricerca. Attorno alla quale il dibattito internazionale offre più questioni irrisolte che certezze condivise. Tra queste ultime: 1) l'utilizzabilità dell'IF nella misurazione della popolarità di una sede editoriale (rivista) ma non in quella della performance dei singoli ricercatori 2) il fatto che nelle hard sciences il RAE britannico abbia alimentato la propensione “furbesca” a spezzettare la presentazione dei risultati di una stessa ricerca in più articoli. Cosa, questa, non molto apprezzata in quelle discipline. Al momento l'impiego contestuale di indicatori bibliometrici e peer review rappresenta il migliore dei mondi possibili nella valutazione della ricerca. E’ importante che in un paese con poca tradizione in questo ambito – sta partendo la VQR, il secondo esercizio quinquennale di valutazione della ricerca (http://civr.miur.it/) – non si presentino come infallibili e ottimali procedure sulle quali non vi è ancora consenso generalizzato.

  10. Lorenzo Giordano Rispondi

    Non è affatto vero che le comunità scientifiche nel mondo utilizzano esclusivamente l'inglese per comunicare le loro ricerche. Anzi. Inoltre, molto dipende dalla disciplina. Il punto centrale, comunque, è che gli indicatori di "eccellenza" basati sulle citazioni (come il fattore di impatto) non sono metodologicamente validi e affidabili, e inoltre essi sono tutti distorti sistematicamente a favore dell'inglese, e quindi tendono a favorire i paesi anglofoni nelle classifiche internazionali, come mostrato limpidamente, fra i tanti, da Van Leeuwen, Moed, Tijssen e Van Raan in "Language biases in the coverage of the Science Citation Index and its consequences for international comparisons of national research performance". Scientometrics 51 (1), 2001, pp. 335-46.

  11. Carlo D'Ippoliti Rispondi

    Anzitutto, il numero di pubblicazioni considerate "eccellenti" è un indicatore di visibilità e non di produttività. Quale delle due sia più importante è una decisione politica, mentre l'ipotesi che siano correlate è sconfessata dall'evidenza (si veda per l'economia Corsi, D'Ippoliti, Lucidi sul numero speciale 2010 dell'American Journal of Economics and Sociology). Poi, in molte discipline, nient'affatto limitate alle scienze sociali (si pensi ad esempio alla fisica) il numero di citazioni e la definizione di "eccellenza" non è un calcolo banale, né, soprattutto, neutrale. L'uso delle citazioni (specie se della rivista anziché dello specifico articolo) per giudicare l'eccellenza scientifica di una pubblicazione è sconsigliato e criticato, oltre che dalla Thomson Scientific (cioè proprio la società privata che produce l'Impact Factor, la principale metrica delle citazioni), anche dalle principali associazioni delle "scienze dure". Si veda ad esempio JCQAR (2008), "Citation Statistics", A report from the International Mathematical Union (IMU) in cooperation with the International Council of Industrial and Applied Mathematics (ICIAM) and the Institute of Mathematical Statistics (IMS)

  12. Saverio Soldi Rispondi

    In Inghilterra (non in Irlanda) sono pubblicate riviste che contano dal punto di vista dell'IF. Una classifica piu' veritiera la si avrebbe andando a vedere quanto i ricercatori europei pubblicano su riviste non pubblicate nel loro paese.

  13. Andrea Graziani Rispondi

    Un commento ai commenti. 1) L'elevata efficienza del sistema britannico non dipende certo dal vantaggio linguistico. Le comunità scientifiche nel mondo utilizzano esclusivamente l'inglese per comunicare le loro ricerche. Nessun ricercatore italiano o brasiliano comunicherebbe un risultato importante in una rivista in lingua italiana o portoghese! 2) 'E vero che l'impact factor è una misura riduttiva, che talvolta anche in riviste prestigiose sono pubblicati lavori poco validi.... ma questo accade ancor di più in riviste non prestigiose! Tuttavia a oggi il sistema del peer review è come la democrazia .... pieno di difetti, ma è il migliore che a oggi siamo riusciti a escogitare. 3) Sicuramente il sistema di governo "privatistico e manageriale" delle Università inglesi permette loro di fare delle scelte strategiche responsabili nell'interesse dell'ateneo. In questo, grande è la differenza con i nostri atenei in cui spesso le scelte strategiche sono il prodotto di mediazioni fra le diverse facoltà in competizione fra loro per le scarse risorse. 4) ben venga un RAE per il sistema italiano della ricerca. Invece il nostro Anvur si dovrà accontentare di distribuire solo il 3% del Ffo.

  14. Marco Trento Rispondi

    Articolo certamente interessante. L’analisi però sottovaluta l'impatto della distorsione linguistica che favorisce i paesi anglofoni nei confronti internazionali come effetto dell'egemonia mondiale dell'inglese. Certo, non si tratta dell'unico fattore da tenere presente (gli autori citano l'Irlanda come contro-esempio), ma resta molto importante, ed il problema non va negato o ritenuto irrilevante. In primo luogo, il fattore d'impatto è costruito su banche dati americane (ISI) che per scelta deliberata hanno sempre favorito e ancora favoriscono le riviste in inglese. In secondo luogo, è dimostrato che i ricercatori di un paese hanno tendenza a citare più sovente articoli nella propria lingua (ciò accade per tutte le comunità linguistiche). Poiché però la comunità scientifica anglosassone è la maggioranza relativa, questo fa sì che strutturalmente gli articoli in inglese siano più citati. Insomma un pasticcio. È necessario tenere conto della distorsione linguistica nei confronti internazionali e correggerla tramite sistemi alternativi di valutazione. Credere di poter competere con gli anglofoni madrelingua sul loro terreno di gioco (l’inglese) è una pura utopia.

  15. Elena Pettinelli Rispondi

    Il problema reale rimane sempre quello meritocratico. Quasi tutte le università straniere, io conosco bene quelle canadesi, si basano su un principio di responsabilità. Se tu assumi qualcuno e quel qualcuno non è produttivo o meritevole, sei tu che ne paghi le conseguenze e ti scordi nuovi fondi per ricerca e persone. Noi ricercatori abbiamo chiesto di far fare le valutazioni sul merito a referee stranieri, ma c'è stata una levata di scudi, ovviamente. Del resto l'università italiana rispecchia statisticamente la popolazione italiana, per cui esistono meritevoli, raccomandati, gente che dovrebbe fare altri mestieri, ecc. perchè allora tanto accanimento? Per quanto riguarda gli indici come il citation index o l'impact factor, si deve stare attenti, perchè non sono affatto indici di qualità della ricerca (o comunque non più). Le riviste internazionali esortano alla citazione di precedenti articoli pubblicati da stessi autori su stesse riviste, falsando in pratica i dati. Inoltre, sulle riviste scientifiche (io conosco per mestiere quelle di fisica applicata) si leggono cose sbagliate e svarioni di ogni genere che i reviewer dovrebbero controllare ma che non fanno o non sanno fare!

  16. gutul Rispondi

    Vorrei solo far notare che il CNR, che sforna ogni anno una consistente parte degli articoli scientifici italiani, conta tra i suoi impiegati circa il 50% di amministrativi. Con gli stessi soldi che se ne vanno in carta e stipendi di burocrati, quanta ricerca in più si potrebbe fare?

  17. Lorenzo Marrucci Rispondi

    Un altro importante elemento distintivo del sistema universitario britannico (in comune con l'Olanda, che non a caso è un altro sistema con performance superiori alla media, nonché con la Svezia, e in tempi più recenti con la Danimarca, che forse sono meno efficienti a causa della grande disponibilità di risorse) è un modello di governance degli atenei non autoreferenziale. Il council o court che governa ciascuna università britannica è infatti composto in maggioranza di lay members (ossia esterni all'ateneo), con la sola eccezione di Oxford e Cambridge (che avendo una tradizione di eccellenza hanno potuto finora permettersi di conservare una governance più antiquata). Inoltre, i vice-chancellor (equivalenti ai nostri rettori) e, almeno in parte, la dirigenza accademica intermedia (dean e simili) sono tutti reclutati dal council/court o dai dirigenti superiori e non eletti, e quindi sono di fatto figure assimilabili a dirigenti professionisti, anche se con background accademico (questo è ormai vero anche a Oxford e Cambridge). Questi elementi giocano a mio parere un ruolo di importanza comparabile con gli altri menzionati dagli autori.

  18. Paolo Quattrone Rispondi

    Avendo insegnato contabilita' per 10 anni (Manchester ed Oxford) a me i numeri (ed il Regno Unito) piacciono. Il nuovo REF si orienta verso due criteri numerici: impact factor e capacita' di attrarre risorse. Ora, non per tutte le discipline (e gli approcci scientifici) il sistema ISI e' auspicabile perche' l'avanzamento della conoscenza richiede tempi piu' lunghi della finestra temporale di ISI. Inoltre, l'avere pubblicato su ISI e' solo un approssimazione indiretta alla qualita': il vecchio RAE chiedeva ai componenti la commissione di valutare i contributi singolrmente ed a prescindere dal luogo di pubblicazione, favorendo la creazione di Journals piu' innovativi e meno mainstream.Ma ció costa e quindi meglio l'impact factor, che quindi risponde ad una esigenza di cost efficiency ma non di qulita'. Analogo discorso si puo' dire per funding (addio humanities?). Insegno management... e so quanto siano appealing (ed a volte ingannevoli) le 'best practices' e ben vengano in un sistema incancrenito come l'Italia, ma la numerocrazia non e' la soluzione per l'Universita', puo' esserlo forse per una certa economia da rational choice. Il vecchio RAE funzionerebbe meglio dell'impact factor.