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  1. avv. Aniello Sandolo Rispondi

    Questo è un momento in cui è necessario essere molto seri, tale invito lo rivolgo alla redazione e ai lettori del sito, e dire con rozza chirezza che l'Italia, rispetto agli altri paesi, si distingue per la: 1) gravissima crisi economica che si è abbattuta sulla nostra economia già in recessione da anni; 2) crisi morale; 3) crisi istituzionale; 4) crisi generazionale. A ciò corrisponde Classi dirigenti da Repubblica delle banane. Bisogna dire che le attuali classi dirigenti, politiche, industriali, finanziarie ect., ci hanno messo nei guai e ora non sono in grado di affrontarli e risolverli e anzi hanno la capacità satanica di aggravarli ancora di più. Soluzione: l'Italia sana, oggi è minoranza, deve dire all'Italia malata, quella dei debiti, dell'impresa assistita, della finanza rapace, del malaffare, della corruzione, delle mafie, dei veleni, dei media servili, oggi maggioranza, di farsi da parte. Per questo, ora, subito, padri e nonni devono sgomberare il campo. Altrimenti temo che questo marasma degeneri in uno scontro generazionale "Giovani contro Nonni e Padri" oppure "Italia sana contro Italia malata" con conseguenze... lascio a Voi. Evitiamo che accada quanto disse Luigi XIV "Apres moi le delouge".

  2. Mirko P. Rispondi

    La crisi come descritto colpisce soprattutto chi ha lavori precari e quindi i giovani, chi invece ha più anzianità lavorativa è coperto da più tutele, come la cassa integrazione ordinaria e straordinaria, che però non è infinita. Se la cassa integrazione diventa mobilità il lavoratore è di fatto licenziato e con questo non voglio dire che fra i due casi non vi sono poche differenze, ve ne sono fin troppe. Prendendo a esempio casi in cui la cassa integrazione dura anni, troppi anni (Es. Alitalia) è facile accusare i sindacati di aver accettato condizioni che paragonate altri casi gridano vendetta, ma le colpe sono da dividere tra tutti i soggetti istituzionali coinvolti che dovrebbero invece lavorare per costruire un sistema più equilibrato. La crisi sta quindi lasciando disoccupati sia giovani, sia lavoratori vicini alla pensione che vi arriveranno con le indennità, ma anche lavoratori esperti lontani dalla pensione, che probabilmente, nella migliore ipotesi, quando vi sarà la ripresa saranno ricollocati con una tipologia di contratto precario. Forse, solo quando i precari saranno tanti vi sarà la volontà per costruire un sistema d'impiego con tutele universali.

  3. sandro Rispondi

    Avremmo dei lavoratori stabilizzati presso agenzie di lavoro interinale, non lanecessità di una libertà di licenziamento. La flessibilità e i rischi di un lavoro incerto e instabile, verrebbero caricati non più sui singoli lavoratori, ma su uno strato intermedio di imprese (le agenzie di lavoro) che media fra le esigenze a lungo termine dei lavoratori e quelle di breve dei datori; è lo stesso ruolo che in altro ambito svolgono le banche, mediando fra risparmiatori orientati al lungo periodo e investitori che hanno orizzonti di breve, garantendo a entrambi un sistema stabile. D'accordo che il 70 per cento delle imprese ha meno di 50 dipendenti, ma la formazione permanente rappresenta in minima parte un costo per le aziende, è largamente sovvenzionata con il Fondo Sociale europeo, contributi per il D. 231, ecc., dopo l'agricoltura è una delle voci di spesa più importanti del bilancio comunitario. Il diritto alla formazione continua è uno dei 3 pilastri del nuovo diritto del lavoro, insieme al diritto alla sicurezza e salute, e ad un'equa retribuzione. Se le imprese non sono in effetti in grado di garantirlo, viene messo in discussione l'intero progetto di riforma del diritto del lavoratori...

  4. luigi saccavini Rispondi

    Bisgona partire dalla realtà. Se definiamo il progetto del lavoro stabile ancorandolo ad un Paese che non c'è, si rischia di fare solo teoria. Sparisce la peculiarità del sistema paese attuale, che ha problemi ma anche flessibilità industriale unica. Si può cambiarlo col tempo, il sistema paese; mentre una occupazione stabile si deve poterla dare oggi. Del resto, con l'esclusione dei grandi gruppi la formazione permanente e il riciclo interno le altre aziende, anche di 250 o 500 dipendenti, la potranno assicurare sempre meno. Il datore di lavoro del terzo millennio deve diventare terzo rispetto ad una azienda; deve assicurare le capacità richieste quando servono, preparandole per tempo. Se oggi il periodo utile di una mansione si misura in uno forse due lustri, fra 15, 20 anni, pensi che sia più lungo o più breve ? Rebus sic stantibus.

  5. sandro Rispondi

    Evoluzione delle tecniche, dei materiali e del produrre non significano necessariamente riduzione dellavita media delel imprese, e dover continuamente cambiare lavoro. Le imprese che fanno formazione interna e sanno innovare possono garantire ancora oggi una stabilità occupazionale di lungo periodo. Non necessariamente la conseguenza dell'innovazione è la perdita del lavoro, e l'aggiornamento delle competenze delegato al singolo e alla formazione in uscita. Siamo per fortuna ancora ben lontani dal dover cambiare 10 volte lavoro nell'arco della vita lavorativa, vale a dire ad una vita media delle imprese di 3 anni. Questo discorso vale soltanto per le piccole imprese, meno resistenti alle innovazioni tecnologiche e al cambiamento, quando non ne sono le artefici dirette. E dovrebbe far riflettere su una politica economica che abbandona la grande industria per incentivare con denaro pubblico e tutelare con le leggi, piccole e medie imprese, che offrono ai giovani un lavoro meno qualificato e meno stabile. In un contesto instabile e incerto, soltanto imprese di una certa dimensione hanno le risorse per anticipare i cambiamenti, e per formare il personale alle innovazioni.

  6. luigi saccavini Rispondi

    La durata utile media di un lavoro è sempre più corta perché è veloce il rivolgimento delle tecniche, dei materiali, dei modelli del produrre. Adorare il lavoro indeterminato come un totem oggi è sbagliato e dannoso. Non può farsi carico alla azienda di una continuità occupazionale che potrà offrire sempre meno. Diventano indispensabili strumenti sociali che agiscano da camera di compensazione in entrata/uscita; la formazione permanente, la diversificazione e aggiornamento delle competenze. Insieme ad una maggiore elasticità e capacità di adattamento. Restiamo invece fermi ad un mito durato un secolo, sempre meno realizzabile; la funzione di collegamento fra una occupazione e l'altra è lasciata al singolo, e sono tragedie individuali crescenti rese ancor più critiche da una crisi che perdura. Una soluzione possibile: sviluppare e rendere efficiente la mediazione del lavoro, perno che può costruire la continuità della occupazione realizzata in una decina di aziende diverse nell'arco di una vita lavorativa utile.

  7. avv. Aniello Sandolo Rispondi

    Repubblica 16.7.2010: "In Italia 8mln di poveri, a pagare ora sono i più giovani". Lavoce 6.7.2010: "una crisi pagata dai giovani..Mai prima d'ora una crisi aveva colpito così tanto i giovani". Boeri, preoccupato, avverte: "è il momento di correre ai ripari se non vogliamo perdere un'intera generazione". M. Draghi, Repubblica del 16.7.010, ritiene che le misure prese siano inevitabili. Dopo queste letture, penso che i giovani pagheranno ancor più la crisi e saranno sempre più esclusi e senza futuro. Infatti, i nonni e padri che l'hanno causata sono incapaci di governarla e nel contempo creano marasma istituzionale, economico (Colbertismo) e culturale (medioevo) e sempre più, si comportano come i coccodrilli (mangiano i propri figli). Il ricambio generazionale si allontana sempre di più, specie tra le classi dirigenti, ciò crea un salto molto pericoloso sia oggettivamente che soggettivamente. Il salto generazionale dai nonni ai nipoti è un'incognita troppo rischiosa e foriera di sventure. Questa voragine generazionale (dai nonni si passa ai nipoti) fa molto male al presente e al futuro e non può essere risolto dall'economia. I tempi biologici-trenta anni. Ora in attesa dell'arrivo dei nipoti cosa sarà di noi?

  8. sandro Rispondi

    La tutela contro il licenziamento è prima di tutti un problema di diritto, primachè una questione economica di competitività delle imprese. Non è semplicemente un problema di tutelare un contraente debole, un minus habens, quale secondo alcuni sarebbe il lavoratore al momento dell'assunzione. Fondare su questo aspetto la stabilità del posto di lavoro, come fanno certi sindacati, significa perde subito ogni diritto e tutela. La tutela contro il licenziamento è una questione di tutela della dignità della persona e del diritto alla vita. La Carta di Nizza all'art. 2 tutela il lavoratore contro il licenziamento ingiusitifcato. Per non parlare di quella italiana che dedica al lavora 12 articoli, di cui diversi dei primi 12, non passibili di revisione costituzionale. E' chiaro che un simile rilievo dato dalle costituzioni al tema del lavoro non permette di ridurre la tutela contro il licenziamento a una mera tutela economica, al pagamento di tot mensilità di stipendio. I diritti soggettivi indisponibili non possono essere oggetto di rinuncie o transazioni (codice di procedura civile), a ribadire il fatto che non tutto si può ridurre a una questione di denaro. E' chiaro che la reintegrazione sia uno strumento irrinunciabile in qualsiasi ordinamento, per quanto a detta di alcuni "giuristi" sarebbe uno strumento antiquato e da abrogare. A cosa servirebbe altrimenti un rito giuslavoristico in cui l'esecutività delle sentenze contro i licenziamenti ingiustificati viene azzerata dalla possibilità per i datori di optare per il pagamento di un certo numero di mensilità?In cui ilgiudice ordina, e poi il datore fà come gli pare? E' pacifico che l'inefficacia di un atto comporti l'inefficacia di tutti gli atti successivi, e che quindi un licenziamento dichiarato illegittimo debba comportare la nullità in via ordinaria alla reintegrazione, salvo rinuncia del lavoratore, come oggi accade. Il dirito alla reintegrazione discende direttamente dall'inefficacia degli atti dichiarati illegittimi, secondo una prassi generale, non da qualche particolare legge. Pertanto, anche un'abrogazione dell'articolo 18 non significherebbe libera recedibilità dei contratti di lavoro, che dovrebbe essere (e non lo è) esplicitamente prevista da leggi e contratti nazionali per la totalità dei contratti di assunzione, oppure dal contratto del singolo lavoratore.

  9. annarita tonet Rispondi

    Forse la crisi ha solo esasperato la situazione che si è delineata negli ultimi anni: la sempre maggiore precarietà del mercato del lavoro"giovanile". Sembra che le opportunità di cui hanno beneficiato le generazioni più"anziane"siano inarrivabili per i giovani, che scontano probabilmente il prezzo di un sistema che ha forse dato garanzie senza ben valutarne la sostenibilità nel tempo. Secondo una delle correnti di pensiero prevalenti, anche in Europa, la via è quella della costruzione di una"società attiva", in cui l'individuo non sia soltanto in posizione attendista e passiva ("il lavoro mi è dovuto,il posto fisso mi è dovuto,ecc.") ma diventi"artefice"del suo percorso professionale, attraverso un più alto livello di istruzione e la disponibilità alla flessibilità, alla formazione continua, alla riqualificazione. Tuttavia, per ora pare che il modello penalizzi i giovani, creando un dualismo insider/outsider che mina la solidarietà intergenerazionale, alla base del buon funzionamento di una società. La tutela progressiva del lavoro potrebbe essere una via, come anche la realizzazione di una crescita competitiva basata sulla ricerca e l'innovazione, non sulla leva del costo del lavoro. Annarita Tonet

  10. avv. Aniello Sandolo Rispondi

    Concordo: la crisi è pagata dai giovani che io, come ben sapete, definisco la generazione degli esclusi,dei senza futuro. Da ciò deriva che non è possibile correre ai ripari"se vogliamo evitare di perdere un'intera generazione" di più di due milioni di persone che non era destinata solo al lavoro subordinato, come evinco dal vostro ammuffitto modello culturale, ma anche a quello autonomo, delle professioni, delle arti, della cultura, della politica, del commercio, delle attività liberali, del giornalismo, della dirigenza finanziaria e industrialeect. Quando si perde una generazione si apre un vuoto generazionale che coplisce in particolare le classi dirigenti. Per colmare questo vuoto ci vogliono almeno 30 anni(biologia) e gli strumenti dell'economia non sono sufficienti, per cui per uscire da tale disastro o la nave Italia aspetta trenta anni, senza timonieri, oppure il ricambio può avvenire solo attraverso uno scontro generazionale Giovani contro Nonni e Padri che si sono mangiato il miele ed hanno lasciato il barattolo vuoto.Questo mi porta a formulare un atto d'accusa contro Nonni e Padri " Impeterriti, come i coccodrilli avete mangiato e continuate a mangiare le nuove generazioni.

  11. Flavio Pellis - Segretario Generale di AReS - Associazione Riformismo e Solidarietà Rispondi

    Le politiche dell’ultimo decennio sul mercato del lavoro, propagandate come utili a favorirne l’ingresso dei giovani, sono state fallimentari. Dalla generazione perduta, a quella senza futuro, che conterà sempre meno sulle protezioni familiari, indebolite dalla crisi e sempre più in difficoltà. E quando i genitori non ci saranno più? La flessibilità trasformata in precarietà è un flagello sociale. Cambiare la L.30/03, per flessibilità transitorie, limitate temporalmente, finalizzate alla stabilità, non meno onerose dei rapporti stabili, annullando il vantaggio contributivo. Rovesciare la logica egoistica dell’autoconservazione familiar-clientelare, vedi il trasferimento ereditario, oltre ai redditi, delle professioni. La rarefazione di lavoro stabile per i giovani e le crescenti difficoltà dei redditi fissi (amplificate dalla crisi), sono fattori decisivi della coesione sociale ed indicatori del declino del paese, non vanno relegate a questioni marginali riguardanti i singoli e le loro famiglie. Una società equa e dinamica necessita di politiche sociali che diano pari accesso ad opportunità di crescita e sviluppo, e un sistema economico che riconosca meriti e competenze.

  12. marziano Rispondi

    Non posso fare a meno che concordare al 100% con Marco, salvo sottolineare che non riguarda affatto solo gli studi legali internazionali quelli di c.d. di matrice anglosassone bensì anche quelli italiani che vantino più di quattro/cinque collaboratori. E' parasubordinazione pura. La legislazione professionale è una pantomima nel . possono, lo fanno. E noi, come si suol dire lo prendiamo in saccoccia. Il discorso vale però anche per gli architetti etc. etc. etc.. insomma siamo alle solite: settori ipertutelati e settori che non hanno alcuna tutela, inclusa quelle previdenziale. il mantenimento di queste "fictiones iuris" non aiuta nessuno, nemmeno il fisco. è uno dei numerosi nodi non sciolti o in senso liberale (si tratta anche di una sorta di indebito vantaggio concorrenziale, volendo) o in senso statalista da questo come da ogni altro governo.

  13. Marco Rispondi

    La realtà, secondo me, è molto semplice: le aziende sfruttano i lavoratori fin tanto che mercato e legislazione consentono. Quando i grandi studi legali internazionali "assumono" giovani avvocati mascherando con un regime di partita Iva quello che è a tutti gli effetti lavoro subordinato, commettono uno sfruttamento indegno non giustificato da difficili condizioni economiche. Gli è consentito, e lo fanno, punto.

  14. Giuseppe Rispondi

    Concordo con Fraser Biggs. La retribuzione dovrebbe essere inversamente proporzionale al livello di stabilità e sicurezza prevista dal contratto di lavoro. Sarebbe l'imprenditore e il lavoratore a decidere caso per caso se è più conveniente un lavoro precario altamente retribuito o un lavoro stabile meno retribuito. Con differenze sostanziali. Un precario dovrebbe percepire almeno il doppio,anche ai fini previdenziali,a parità di funzione. Ne consegue che i lavoratori più garantiti, come i dipendenti pubblici, sarebbero in assoluto quelli di gran lunga meno retribuiti.Comunque è indispensabile una lotta spietata al lavoro nero.

  15. andrea forni Rispondi

    Non sono le durate ma i diritti la vera differenza che crea dualismo. Riflettendo sulla classificazione del lavoro, rispetto ai diritti, i contenitori sono: i) lavoro dipendente a contratto collettivo, ii) lavoro economicamente dipendente a contratto individuale. Non tutti i giovani desiderano un lavoro a tempo indeterminato, ma tutti desiderano avere "prospettiva di sviluppo derivata dal loro lavoro", per cui "garanzie", che significa "diritti". Il nostro paese ha progettato un welfare che ha garantito i lavoratori nel dopoguerra, e gli addetti agricoli che avevano lavoro stagionale.Perchè un progettista non può avere le stesse coperture già sperimentate, essendo anch'egli come uno "stagionale legato al progetto"? Chi "voleva" intervenire ha mostrato scarsa cultura dei fenomeni innovativi della produzione, legati alla società della conoscenza, mentre chi "non voleva" intervenire ha puntato sulla capacità di risposta individuale, a partire da quella degli imprenditori. Con 22 milioni di occupati, 4 milioni di imprenditori, 5-6 milioni di partite iva, ecc. le norme devono essere condivise, altrimenti si riduce la produzione e la ricchezza, come infatti avviene, e pagano i giovani.

  16. Fraser J. Biggs Rispondi

    ...può anche andare bene. Ma dato che il lavoratore si assume anche il rischio di perdere il proprio posto e di non potere lavorare per alcuni periodi, deve essere remunerato maggiormente di un contratto a tempo indeterminato. Invece, guarda caso, è stata realizzata solo la parte di riforma che riguardava la flessibilità, ma non le ulteriori garanzie.

  17. Antonio Aghlar Rispondi

    L'analisi di fondo è condivisibile ma forse tralascia alcuni aspetti fondamentali. Se infatti la proposta di una tutela progressiva del lavoro con flessibilità in ingresso è più che accettabile, resta inaccettabile la presenza in Italia di forme contrattuali (tipo i co.co.pro.) che servono solamente a creare distorsioni, visto il costo del lavoro molto più basso che introducono nel mercato e la possibilità legalizzata di eludere imposte e contributi previdenziali. D'altra parte nel caso italiano a monte di ogni discussione ci dovrebbe essere la constatazione che il costo del lavoro è sotto la media G8 e quindi le imprese italiane dovrebbero essere incentivate a cercare altrove la chiave per migliorare i margini di produttività. Stabilito questo resta poi sempre il dilemma dell'equilibrio tra il micro e il macro. Nessuno infatti può negare che se quel 30% di giovani italiani che attualmente sono privi di qualsiasi forma di reddito avessero soldi per i consumi, forse i dati sul Pil (e sulle entrate e quindi sul deficit) sarebbero meno impietosi per il Paese. D'altra parte le politiche economiche degli Stati dovrebbero occuparsi più degli aspetti Macro che di quelli Microeconomici...

  18. Salvatore Rispondi

    1- Wellfare uguale per tutti, altrimenti un posto di lavoro diventa Voto di scambio. 2- I vari lavori cococo, cocopro, ecc. devono essere gestiti da un Ente (INPS, Sindacati, altro?) che è lo stesso che fornisce l'indennità di disoccupazione, cioè, chi è disponibile per un lavoro, di qualsiasi tipo, deve passare da un Ente che fornisce il lavoratore all'impresa e che si assume l'onere di fatturare tale lavoro all'impresa e che paga direttamente il lavoratore che, al termine del periodo, ha diritto alla indennità di disoccupazione. Fine della confusione. Ma forse sulla confusione qualcuno campa bene.

  19. Enrico Rispondi

    Dare un qualche privilegio a giovani "bravi" che studiano è un'ingiustizia bella e buona, in primo luogo perchè la probabilità che un giovane italiano si laurei all'università è 23 volte maggiore se il giovane è figlio di genitori laureati (negli Stati Uniti è 8) e quindi una norma di questo tipo non farebbe che aggravare quel piccolo problemino che è l'assenza totale di mobilità sociale, chissà perchè ci sono 4 milioni di italiani all'estero... Personalmente ritengo che se un'azienda vuole licenziare qualcuno deve avere il sacrosanto diritto di licenziare, magari pagando 3-4 mesi di stipendio (come avviene in altri paesi) senza passare per tribunali e perdere tempo e risorse per niente.

  20. Gerardo Fulgione Rispondi

    Espongo il mio punto di vista derivante da miei studi e da esperienze dirette: 1) La tutela prevista dall'art. 18 e' "virtuale", nella maggior parte dei casi chi e' licenziato con giusta causa (e quindi non in base a criteri economico-organizzativi) non vuole ritornare in azienda. Questa norma serve solo ad "alzare il prezzo" della fuoriuscita del lavoratore dalla struttura aziendale. Pertanto a mio avviso si puo' anche sopprimere. 2) La maggioranza netta, nei contratti a progetto prevista dalla L.30, e' la carenza del progetto. Tale tipo di contratto serve solo ad "aggirare" una assunzione di tipo subordinato, evitando diverse tutele del lavoratore, non avere vincoli sulla retribuzione, pagare meno di contribuzione etc. Tale tipologia di contratto andrebbe eliminata perche' dannosa: non produce maggior lavoro e fa diretta concorrenza al lavoro subordinato. 3) Le esigenze di flessibilita' delle imprese, piu' che per carattere economico-organizzativo, sono principalmente volte alla riduzione del costo del lavoro. Ridurre il costo del lavoro e' praticamente impossibile se non si riduce e razionalizza la spesa pubblica. Il problema in Italia e' la mancanza di credibilita' di ogni singola manovra economica (di qualsiasi colore politico sia). Se ci fosse continuita' politica e manifesta volonta' di ridurre la spesa pubblica, in un'arco di 10-15 anni si potrebbe arrivare ad una riduzione fiscale tale da garantire sviluppo e favorire la stabilita' del lavoro. 4) Una soluzione ottima e' stata l'introduzione del lavoro somministrato (o interinale che sia) poiche' garantisce maggiori tutele e non fa concorrenza al lavoro indeterminato, visto il maggiore costo che ha per un'impresa. Concludendo: ottima la proposta di un unico contratto a garanzie progressive, purche' non si risolva in una semplice riduzione di tutele per chi lavora a tempo indeterminato senza accompagnarsi ad un ampliamento delle tutele per chi si immette nel mondo del lavoro.

  21. M.G. Rispondi

    Se la flessibilità è una necessità dell'economia appare illusorio puntare tutto e solo sul rendere transitoria la flessibilità. Sembrerebbe più realistico ed efficace introdurre nuovi diritti e tutele per il lavoro flessibile: indennità di disoccupazione, formazione, diritti pensionistici, ecc. Spesso il lavoro a tempo indeterminato non è il lavoro più qualificato. L'idea di un mercato unico appare una nostalgia novecentesca che può bloccare l'introduzione di nuovi diritti e nuove tutele. Il problema urgente è la definizione di un modello di lavoro flessibile sostenibile piuttosto che l'universale estensione del modello del lavoro indeterminato. La sicurezza andrebbe agganciata alla professionalità anziché solo alla forma del tempo di lavoro.

  22. maria di falco Rispondi

    Ho degli amici imprenditori che mi dicono da molto tempo che sono sconcertati dal fatto che fanno fatica a trovare delle persona disposte a fare certi (lavori di segreteria, o il classico uomo tuttofare) mentre quando leggono il giornale o guardano le statistiche apprendono che esiste un alto tasso di disoccupazione! Ma quale realtà ci viene raccontata, si chiedono loro! Io che lavoro nel pubblico impiego non posso fornire molti dati, perchè il mio osservatorio sul mondo del lavoro ha una angolatura particolare. Ma la riflessione che vorrei fare è questa: ma non è che tutti cercano lo stesso lavoro? Non è che il lavoro manuale non ha alcun prestigio e gode di una considerazione sociale pari a zero? Non è che non si fa nessuna politica di avviamento al lavoro soprattutto manuale? Non è che bisogna agire un pò sui modelli culturali dominanti che sono quelli attraverso i quali si veicolano il successo e il denaro abbondante e se possibile facile?

  23. Federico Scala Rispondi

    Io l'idea che mi sono fatto è che la cosiddetta tutela data dall'articolo 18 è uno specchietto per le allodole. Se una azienda vuole licenziarti, un modo lo trova, legale o illegale. Non sarebbe più sensato cercare di creare un vero sistema di ammortizzatori sociali associato ad una vera flessibilità del mondo del lavoro, in modo da migliorare l'allocazione delle risorse (una azienda è inefficente? la si chiude) e d'altra parte tutelare i lavoratori dal rischio associato al licenziamento? È certamente un sistema costoso, però se veramente si iniziasse a lottare l'evasione fiscale, le risorse ci sarebbero, a mio avviso.

  24. Giorgio Trenti Rispondi

    La famigerata legge cosiddetta Biagi obbliga a fingere che, nel rapporto di lavoro, ci sia un progetto. Propongo la reintroduzione nel codice civile dell’articolo 2097 abrogato nel 1962. Per risolvere, con lungimiranza, la mancanza d’entrate di cui soffrono coloro che non hanno lavoro, è opportuno riconoscere a tutte le persone fisiche, di cittadinanza italiana, il diritto alla disponibilità di un minimo vitale, sulla base della dichiarazione annuale dei redditi. I giovani che studiano sono bravi, si laureano e si trovano disoccupati. Nel quadro complessivo della garanzia di un salario minimo a tutti, è ragionevole riservare ai laureati una possibilità in più. Si propone la legge. Articolo unico - Comma 1 - L’art. 2097 del codice civile è sostituito dal seguente: Le parti stabiliscono le regole del contratto di lavoro. - Comma 2 - A tutte le persone fisiche, di cittadinanza italiana, è riconosciuto il diritto alla disponibilità di un minimo vitale, sulla base della dichiarazione annuale dei redditi. - Comma 3 -A tutte le persone fisiche laureate, di cittadinanza italiana, il datore di lavoro riconosce una preferenza in tutte le assunzioni.