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Ammortizzatori sociali sotto stress-test

In un periodo di forte disoccupazione è importante valutare fino a che punto i redditi di coloro che perdono il lavoro vengono compensati dal supporto pubblico. E anche quali costi ne derivino per i governi. Uno stress-test sui sistemi di welfare di cinque paesi europei mostra che l’Italia spende più di altri per assicurare una protezione più limitata. La causa è l’assenza di forme generalizzate di sostegno al reddito. A rischio povertà il 91 per cento dei disoccupati di famiglie monoreddito contro il 32 per cento del Belgio, il 55 per cento della Spagna e il 75 per cento del Regno Unito.

L’’impatto della crisi economica sui livelli di povertà e ineguaglianza non è facile da anticipare. Le conseguenze sugli individui più vulnerabili dipendono dalla loro partecipazione al mercato del lavoro, dal contesto famigliare in cui vivono e dalla capacità del sistema fiscale di assorbire gli shock macro-economici. Tuttavia, in un periodo di elevata disoccupazione è importante valutare fino a che punto i redditi di coloro che perdono il lavoro vengono compensati dal supporto pubblico e quali sono le implicazioni in termini di costo per i governi.

STRESS-TEST PER CINQUE SISTEMI DI WELFARE

Un possibile approccio è sottoporre gli schemi di protezione sociale a uno stress-test, metodologia comunemente applicata nelle istituzioni finanziarie, analizzando la protezione offerta dai sistemi di welfare in differenti scenari. Lo scopo non è predire cosa avverrà a livello macro-economico, ma testare la capacità di quei sistemi di proteggere i redditi degli individui nel momento della perdita del lavoro.
Un’analisi di questo tipo è stata condotta sui sistemi di welfare di cinque paesi dell’’Unione – Belgio, Spagna, Italia, Lituania e Regno Unito -, utilizzando Euromod, un modello di microsimulazione fiscale per i paesi dell’’Unione Europea coordinato dall’’università di Essex. L’indagine comparativa permette di definire un quadro comprensivo di quanto le diversità istituzionali e socio-demografiche incidano sul benessere degli individui che hanno perso il lavoro nella prima fase della crisi economica (2008 – 2009), le cui caratteristiche sono desumibili dai dati EU-Labour Force Survey. (1) L’’analisi si focalizza sui livelli reddituali dei nuovi disoccupati, non considera né i lavoratori soggetti a schemi di riduzione dell’’orario di lavoro (in Italia, potenziali beneficiari della cassa integrazione) né coloro che a seguito della crisi sono usciti definitivamente dal mercato del lavoro.
Un indicatore del livello di copertura offerto dai sistemi di protezione sociale è dato dal valore del reddito famigliare disponibile a seguito del cambiamento dello stato lavorativo – da occupato a disoccupato – rispetto al reddito della stessa famiglia prima della disoccupazione: più questo rapporto (Relative Welfare Resilience Indicator – tabella 1) si avvicina a 1, meno gli individui soffrono una perdita in termini di reddito. Il fattore cruciale nel prevenire perdite reddituali è dato dalla presenza nella stessa famiglia di altri redditi da lavoro, ma gli ammortizzatori sociali dovrebbero giocare un ruolo complementare e altrettanto fondamentale. L’’Italia, che ha con un sistema frammentario di sussidi di disoccupazione, limitati nel tempo e correlati al reddito da lavoro percepito, ma con stringenti condizioni che ne limitano l’ammontare massimo, offre un livello di protezione pari al 68 per cento del reddito precedente, se si assume che gli individui disoccupati ricevano i sussidi cui hanno diritto sulla base del loro contratto di lavoro e della storia contributiva. Senza considerare i sussidi di disoccupazione, ipotizzando quindi uno scenario di medio-termine quando questi sono esauriti, il reddito famigliare si dimezza rispetto alla situazione precedente la disoccupazione, facendo emergere la grave lacuna italiana dell’’assenza di forme di sostegno a garanzia di un livello minimo di reddito. Questo aspetto è tanto più evidente quando si considera la situazione dei disoccupati provenienti da famiglie monoreddito: in questo caso il reddito è pari al 48 per cento della situazione pre-disoccupazione considerando i sussidi di disoccupazione e solo al 18 per cento, valore più basso in chiave comparativa, senza i sussidi.

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LA CONDIZIONE ITALIANA

I numeri mettono in luce quanto l’’Italia offra una protezione più limitata rispetto a paesi con sistemi di ammortizzatori sociali più generosi e di lunga durata come Belgio e Spagna, ma anche rispetto a paesi, come il Regno Unito, che si caratterizzano per sussidi di disoccupazione poco generosi, non collegati ai redditi percepiti e di breve durata, e che tuttavia prevedono forme di supporto al reddito di ultima istanza.

Tabella 1. Relative Welfare Resilience Indicator (RWRI) con e senza sussidi di disoccupazione (UBs)

    Belgio Spagna Italia Lituania UK
Tutti i disoccupati con UBs 0.821 0.798 0.677 0.592 0.620
senza UBs 0.664 0.544 0.490 0.430 0.605
Disoccupati provenienti da famiglie monoreddito con UBs 0.678 0.696 0.479 0.463 0.517
senza UBs 0.470 0.439 0.182 0.213 0.505

Nota: RWRI è il rapporto tra il reddito famigliare disponibile dopo lo shock di disoccupazione e il reddito prima dello shock. Fonte: Euromod versione F2.21

Con tali livelli reddituali, il rischio per i nuovi disoccupati di scendere sotto un livello minimo di sussistenza (figura 1) è molto più alto in Italia (54 per cento di nuovi disoccupati a rischio povertà) che in altri paesi (dal 12 per cento del Belgio al 42 per cento della Lituania). L’’assenza di forme generalizzate di sostegno al reddito implica che in Italia il 91 per cento dei disoccupati provenienti da famiglie monoreddito sia a rischio povertà, rispetto al 32 per cento del Belgio, al 55 per cento della Spagna o al 75 per cento del Regno Unito. Anche le famiglie con figli non godono di una tempestiva compensazione dei loro redditi in caso di disoccupazione in quanto gli assegni per il nucleo famigliare sono calcolati sulla base del reddito percepito nell’’anno precedente e non prevedono un ricalcolo immediato in caso di perdita di lavoro.

Figura 1. Proporzione di nuovi disoccupati a rischio povertà, con sussidi di disoccupazione

Nota: linea di povertà pari al 60 per cento della mediana del reddito famigliare equivalente disponibile prima dello shock di disoccupazione. Fonte: Euromod versione F2.21.

Ovviamente, la generosità dei trasferimenti determina il loro costo medio per disoccupato, riportato in figura 2 come proporzione del reddito disponibile pro-capite nazionale insieme al mancato introito dei contributi sociali e dell’’imposta sul reddito, che comunque rappresenta in larga misura il maggior costo per i governi.
Dal confronto emerge quanto i sussidi di disoccupazione italiani costino decisamente meno che in Belgio e Spagna. Costano comunque più della totalità dei trasferimenti del Regno Unito, tra sussidi di disoccupazione, income support, housing benefit e tax credits, e che sebbene non siano generosi riescono a garantire un livello di protezione più diffuso.

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Figura 2. Costo medio per disoccupato (come proporzione del reddito disponibile pro-capite nazionale)

Fonte: EUROMOD versione F2.21.

(1) Figari F., Salvatori A. e Sutherland H. (2010), “Economic downturn and stress testing European welfare systems”, ISER Working paper No. 2010-18
(2) Per semplicità, il livello minimo di sussistenza è assunto uguale alla linea di povertà, pari al 60 per cento della mediana del reddito famigliare equivalente disponibile prima dello shock di disoccupazione.

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  1. Giorgio Trenti

    E’ bene che ogni lavoratore sia libero di regolare il proprio rapporto di lavoro come meglio crede, a tempo determinato o indeterminato, sia nel settore pubblico, sia in quello privato. Propongo la reintroduzione nel codice civile dell’articolo 2097 abrogato nel 1962. Per risolvere, con lungimiranza, la mancanza d’entrate di cui soffrono coloro che non hanno lavoro, è opportuno riconoscere a tutte le persone fisiche, di cittadinanza italiana, il diritto alla disponibilità di un minimo vitale, sulla base della dichiarazione annuale dei redditi. Nel quadro complessivo della garanzia di un salario minimo a tutti, è ragionevole riservare ai laureati una possibilità in più. Articolo unico – Comma 1 – L’art. 2097 del codice civile è sostituito dal seguente: le parti stabiliscono le regole del contratto di lavoro. Comma 2 – A tutte le persone fisiche, di cittadinanza italiana, è riconosciuto il diritto alla disponibilità di un minimo vitale, sulla base della dichiarazione annuale dei redditi. Comma 3 – A tutte le persone fisiche laureate, di cittadinanza italiana, il datore di lavoro riconosce una preferenza in tutte le assunzioni.

  2. luigi saccavini

    Dovremmo partire dai nostri punti deboli prima di impostare raffronti con le regole e la socialità del lavoro in Italia. Gli ammortizzatori sociali non fanno eccezione. Una raffronto percentuale sulla loro dimensione è fuorviante se non si considerano altri elementi tipici del nostro sistema: a) l’assenza di una consolidata struttura che curi la rioccupazione: l’ouplacement. Di fatto contrastato dal mondo sindacale, penalizzato dalle normative, anziché incentivato. Pensiamo se fosse reso obbligatorio in ogni contratto indeterminato, con una partecipazione ai costi dell’azienda (che sostituiscono le incentivazioni all’esodo); b) lo spread di maggior lavoro “nero” rispetto ai paesi europei, che rende premiante l’ottenimento del sostegno al reddito, rispetto ad iniziative proattive dedicate alla nuova occupazione Forse così si capisce perché un po’ tutti, politici, sindacati, imprese e gli stessi lavoratori (che ne sono le vere vittime), preferiscono la soluzione all’Italiana. Soluzione più costosa nel rapporto costi ricavi; tanto paga il Cittadino Pantalone. Anche qui un’altra inefficienza del sistema Paese, che fa perdere competitività.

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