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Per il G20 è l’ora delle scelte

L’idea che si possano introdurre in tutto il mondo regole identiche in un settore così delicato come la finanza, rimane per il momento un’utopia. Ma è presto per parlare di fallimento. Il G20 di Toronto dovrebbe rivedere gli obiettivi sulla base di un maggior pragmatismo. Preoccupandosi in primo luogo di una migliore gestione dei rischi di contagio tra paesi, pur salvaguardando l’allocazione efficiente del capitale globale. Un maggior coordinamento internazionale serve soprattutto per le banche di investimento.

Il 26 e 27 giugno i leader del G20 si incontrano di nuovo a Toronto: la speranza è che riescano a fare passi avanti nella riforma del Fondo monetario internazionale e su altri problemi di governance dell’economia globale. Ma su un punto molto importante della loro agenda, la regolamentazione finanziaria, i risultati raggiunti per il momento sono di gran lunga inferiori alle ambizioni iniziali.

DAI PROGRAMMI AMBIZIOSI ALLA REALTÀ

Al primo vertice del G20, tenuto a Washington nel novembre 2008, poco dopo il fallimento di Lehman Brothers, molta retorica era stata sparsa, soprattutto dagli europei, in favore di “soluzioni globali a problemi globali”. L’obiettivo implicito era una armonizzazione globale delle regole finanziarie per ristabilire la stabilità dei mercati, eliminare gli arbitraggi regolamentari (banche che si muovono alla ricerca della regolamentazione più favorevole) e assicurare una concorrenza più equa. Alla regolamentazione finanziaria erano dedicati non meno di 38 dei 47 piani di azione predisposti dal vertice.
Arrivati a oggi, però, la maggior parte dei progetti più ambiziosi sono a rischio. I negoziati del Comitato di Basilea su capitalizzazione bancaria, leva finanziaria e standard di liquidità si sono dimostrati difficili e potrebbero non concludersi entro l’anno, come invece era previsto. I tecnici che dovrebbero stabilire gli standard internazionali di contabilità non trovano l’accordo su questioni fondamentali, compresi gli strumenti finanziari, e hanno annunciato che non rispetteranno la scadenza di metà 2011 fissata al G20 di Pittsburgh. Iniziative di singoli paesi, come il recente divieto della Germania su vendite allo scoperto e credit default swap, mal si conciliano con l’impegno al coordinamento globale. E la più recente idea di una tassa sulle banche imposta a livello globale sta tramontando per l’inattesa e forte opposizione del Canada e di altri.
È troppo presto per definire un fallimento l’agenda di regolamentazione finanziaria del G20. Ma rimane l’inevitabile sensazione che la visione di una armonizzazione finanziaria globale, benché certamente auspicabile, sia incompatibile con la realtà: la regolamentazione è una scelta politica e tutte le politiche sono locali. L’idea che si possano introdurre in tutto il mondo regole identiche in un settore così delicato come la finanza, rimane per il momento un’utopia.

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SERVE PRAGMATISMO

Per salvaguardare la sua credibilità, l’agenda del G20 dovrebbe allora essere rivista sulla base di principi chiari. La prima preoccupazione dovrebbe essere una migliore gestione dei rischi di contagio tra paesi, pur salvaguardando una allocazione efficiente del capitale globale.
Alcune questioni possono essere lasciate alla giurisdizione nazionale, come ben si vede dalla riforma finanziaria statunitense di prossima approvazione, le cui conseguenze dirette a livello internazionale sono limitate. Questo vale in particolare per le regolamentazioni che interessano le banche al dettaglio, che in genere operano in un solo paese o, nel caso dell’Europa continentale, all’interno dell’Unione Europea. La crisi islandese ha mandato in frantumi il concetto europeo di filiale al dettaglio, in quanto il paese d’origine non è stato capace di tutelare in modo efficace i depositi nel Regno Unito e nei Paesi Bassi. L’Unione Europea deve fare ulteriori passi avanti nella costruzione di un sistema prudenziale sovra-nazionale se vuole conservare il suo mercato unico bancario, per il quale la prevista istituzione di una Autorità bancaria europea dovrebbe rappresentare una pietra miliare. Ma nelle altre parti del mondo, la procedura standard sarà quella di sussidiarie a capitale e finanziamento locale anche per le banche globali e sembra che Hsbc e altri gruppi si stiano già adeguando. In un modello di questo tipo, regole prudenziali uniformi e globali sono auspicabili, ma non indispensabili.
Le banche di investimento invece richiedono un maggior coordinamento, proprio perché uno dei loro obiettivi è per l’appunto il movimento di capitali tra paesi. L’ovvia alternativa a capitalizzazione e investimento locali è il sostegno esplicito della casa madre alle operazioni locali. E ciò implica un sufficiente grado di omogeneità delle regole nei paesi di origine per garantire che banche di investimento di paesi diversi possano competere ovunque in modo corretto e per scoraggiare le forme più perniciose di arbitraggio regolamentare. Inoltre, nel caso di banche universali, la tutela che lo stato garantisce ai depositi al dettaglio, non dovrebbe sovvenzionare le attività di investimento. In questo quadro, le banche di investimento internazionali sempre più potrebbero stabilire la sede in grandi paesi (sarà interessante osservare la Svizzera da questo punto di vista) e sempre più potrebbero essere messi in discussione gli effetti competitivi del modello di banca universale, in particolare per gli istituti che agiscono a livello internazionale. Sono problematiche estremamente delicate ed è probabile che non si riesca a venirne a capo per molti anni.
I mercati dei capitali, a differenza delle banche, potrebbero beneficiare enormemente dalla integrazione globale e rappresentano un’area nella quale il G20 dovrebbe forse essere più ambizioso di quanto non sia stato finora, anche perché questa è stata l’area dove la crisi ha mostrato la necessità di una più efficace regolamentazione e dove iniziative nazionali divergenti possono rivelarsi più controproducenti. Resta da trovare un modello di governance sostenibile per la individuazione di regole di contabilità condivise a livello internazionale. Per alcuni attori del mercato finanziario che interpretano un ruolo limitato ma cruciale, come le società di revisione, le agenzie di rating, le clearing house, può rendersi necessaria l’istituzione di controllori globali, anche se non ci sono ovvi precedenti. Anche su questo terreno la discussione politica è, al massimo, appena abbozzata.
L’impegno assunto dal G20 è di dare una nuova ed efficace regolamentazione alla finanza globale e nello stesso tempo evitarne la frammentazione a livello nazionale. Raggiungere un giusto equilibrio deve essere l’obiettivo prioritario dei leader del G20: saranno necessari un pragmatismo e una focalizzazione maggiori rispetto a quanto visto finora.

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Catricalà, Fini e il futuro dell’Italia

  1. AM

    Se al posto dello Stato argentino ci fosse un imprenditore italiano sarebbe quasi certo per lui un rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta. Invece l’Argentina partecipa alla prossima riunione del G20 senza che nessuno protesti.

  2. Giuseppe Caffo

    Leggendo questa mattina i vari resoconti del G20 sembra che sia stato un fallimento e che nulla di importante sia stato deciso. Non sono d’accordo. E’ stato deciso di ridurre del 50% entro il 2010 il deficit pubblico dei vari stati e di azzerarlo nel 2016; è stato deciso di non alzare barriere al libero commercio; è stato deciso di aumentare gradualmente i requisiti patrimoniali delle banche. Per le altre questioni sollevate, si è implicitamente deciso di lasciare agire le dinamiche del libero mercato. L’impostazione dirigista da molte parti auspicata è stata messa da parte, a favore di un’impostazione liberista. Forse è stata la decisione più saggia, certamente l’unica praticabile nell’attuale situazione.

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