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Discussioni accademiche

Dopo il deludente 1-1 con la Nuova Zelanda, ho avuto uno scambio di mail con Peppe, un mio collega economista che lavora a Yale, grande appassionato di calcio. Entrambi eravamo abbacchiati per il futuro dell’’Italia nei Mondiali. Il gioco espresso dalla nostra Nazionale sembra dare ragione ai modelli di previsione che attribuiscono pochissime chance di vittoria agli Azzurri. Ma, ci siamo detti, molti ritengono che una delle lezioni da trarre dalla crisi è che i modelli economici si basano su ipotesi irrealistiche. In particolare, da più parti è stata posta sotto attacco l’’ipotesi che gli agenti economici abbiano aspettative razionali. Ci siamo decisi ad abbandonare anche noi le aspettative razionali a favore di un approccio basato sulla storia. Abbiamo elaborato la “teoria” del ciclo dei 12 anni: 1970, 1982, 1994, 2006 l’’Italia arriva in finale (e una volta su due vince), mentre 4 anni dopo, 1974, 1986, 1998, 2010 fa poca strada (lo sappiamo, rimangono fuori gli anni 1978, 1990 e 2002 che non hanno un trend comune, ma nessuna spiegazione è perfetta). In particolare, dobbiamo paragonare il 2010 al 1986, quando abbiamo iniziato, come ora, i Mondiali da Campioni del mondo. Anche allora pareggiammo per 1-1 le prime due partite (con Bulgaria e Argentina), vincemmo la terza 3-2 con la Corea del Sud e fummo eliminati dalla Francia agli ottavi. Ma il passato può essere letto in modi diversi. Anche Marcello Lippi dopo la partita con la Nuova Zelanda, si è aggrappato alla storia, affermando che potremmo anche passare il girone con tre pareggi, come nel 1982, quando poi fummo campioni del Mondo. Mi ero fatto quasi convincere dal nostro Commissario tecnico ad essere più ottimista, quando Peppe, alla fine del suo messaggio, mi ha detto che tra due giorni parte per una vacanza di due settimane con la famiglia in Cina e che non potrà seguire le partite dei Mondiali. Ho capito: a Peppe, come a gran parte degli economisti, l’’approccio storico non piace proprio. Lui crede sempre nelle aspettative razionali.

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  1. maristelo gelminio

    Caro prof, dopo la partita Corea del Nord-Portogallo, il mio amico ciccio, che fa il salumiere a Vigevano, ed è un vero comunista, era un pò abbattuto. Ma poichè è un gran esperto di geografia (sta dando una mano al figlio Amerigo che è alle prese con la licenza di terza media), mi ha ricordato che nessuna squadra europea ha mai vinto lontano dall’Europa. Il modello econometrico questo non lo sa, forse perchè non ha la licenza di 3a media, o forse perchè pensa che i continenti sono tutti delle "dummy" o perchè forse perchè soffre molto delle critiche di Lucas (quello di Guerre Stellari). Ma il mio amico si, e prima di partire per Cuba mi ha detto "Hasta la victoria, siempre, companero: gana el Che"

  2. Sagliano Salvatore Antonio

    Probabilmente una spiegazione più realistica è questa: l’Italia ha sempre fatto male dopo essere arrivata in finale perchè, seguendo il principio "squadra che vince non si tocca", la formazione della precedente avventura era in gran parte confermata, ma puntualmente deludeva perchè i calciatori erano più anziani e meno in forma, e avevano già la "pancia piena". E in questo modo abbiamo anche una spiegazione per gli anni fuori dal trend: 4 anni prima di ogni successo i giocatori erano più giovani e privi di quell’esperienza determinante.

  3. gmn

    Io credo che il campionato del mondo lo vincerà la squadra che giocherà meglio la maggior parte delle partite e sopratutto quelle importanti per passare i turni. Lo so che non è una aspettativa razionale e nemmeno una esperienza storica, tuttavia è un pensiero che mi consola molto.

  4. Federico De Vita

    In realta’ la "teoria del ciclo dei 12 anni" si può estendere ad un periodo più lungo. La si cambia in una "teoria del ciclo dei 3 campionati mondiali" perché c’è il salto dal 38 al 50. I risultati si classificano in "finalista", "semifinalista" e "altro" e poi si da un’analisi spettrale che dà risultati sorprendentemente robusti. Risulta pressoché certo che non arriveremo in semifinale quest’anno. E anche che se ci fossimo qualificati per i mondiali del 58 saremmo arrivati in finale (ma d’altra parte la Svezia di Gre-No-Li era un pò italiana). In realtà, a voler fare gli economisti, si può pensare davvero ad una teoria dei cicli generazionali dei giocatori che dureranno – a occhio – una decina abbondante d’anni. Ma in fondo chi se ne frega, quest’anno non arriviamo neanche in semifinale, per cui a che ci serve la teoria?

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