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Fonti di energia rinnovabile

L’’articolo 45 del decreto, che modifica il mercato dei certificati verdi (Cv), è un esempio da manuale di cattiva regolazione. Da un lato, mette a rischio la redditività d’’investimenti già realizzati, minando la credibilità dell’impegno del governo per lo sviluppo di un sistema energetico ambientalmente sostenibile e, dall’’altro, lascia irrisolte le criticità fondamentali emerse in questi anni.Di fronte a un meccanismo eccessivamente oneroso e non sempre efficace, invece di intervenire con una riforma organica, il governo ha preso la scorciatoia della modifica puntuale della normativa vigente.
In particolare, la manovra ha eliminato l’’obbligo posto in capo al Gestore del sistema elettrico (Gse) di operare come “acquirente di ultima istanza” dei certificati verdi in circolazione. Date le caratteristiche di questo particolare mercato, l’’eliminazione dell’’obbligo di ritiro, se confermato in sede di conversione, provocherebbe il crollo del valore dei certificati verso valori molto bassi, con un impatto enorme sui ricavi degli impianti di generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili.
Naturalmente, la riduzione di prezzo dei certificati verdi, a sua volta, ridurrebbe l’’onere sostenuto dal consumatore per il sostegno di queste fonti. Il risultato sarebbe tuttavia ottenuto non attraverso l’’auspicabile via dei miglioramenti di efficienza, ma piuttosto attraverso una contrazione degli investimenti. Una strada chiaramente in contrasto con il rispetto degli obblighi assunti dall’’Italia nell’’ambito del cosiddetto Green Package dell’Unione Europea.

COME FUNZIONANO I CERTIFICI VERDI

Per comprendere meglio il significato concreto della norma può essere utile spiegare a grandi linee la natura e le modalità di funzionamento del mercato dei certificati verdi.
La remunerazione della produzione di energia elettrica da rinnovabili, ad esclusione del fotovoltaico, in Italia è garantita da due componenti: il prezzo di cessione della produzione nel mercato all’’ingrosso e il prezzo di vendita dei cosiddetti certificati verdi. Le due componenti hanno oggi un peso più o meno equivalente.
Le opportunità di scambio e il valore di questi certificati deriva dall’’obbligo posto in capo ad alcuni soggetti -– oggi i consumatori –- di comprare Cv a copertura di una certa percentuale della propria domanda. La domanda complessiva dei certificati verdi è dunque determinata per via amministrativa, mentre l’’offerta dipende dalla capacità di generazione da fonti rinnovabili complessivamente disponibile. Si tratta dunque di un mercato “artificiale”, guidato dalla regolazione in senso lato (sia normativa primaria che secondaria). La rigidità dell’’offerta nel breve periodo, cioè a capacità produttiva data, e l’’inelasticità della domanda generano potenzialmente delle variazioni di prezzo molto elevate: se la domanda è superiore alla capacità produttiva il prezzo tende a salire a valori altissimi, mentre nel caso opposto di un eccesso di offerta si ha un crollo verso valori prossimi a zero. Per evitare queste oscillazioni estreme, bisogna creare dei meccanismi di flessibilità intertemporale detti di “borrowing” and “lending”. Naturalmente, anche l’’aggiustamento dinamico della domanda obbligata, coerentemente con gli obiettivi di politica energetica, è necessario per mantenere la giusta traiettoria.
Nel sistema italiano per controllare le oscillazioni di prezzo si è preferito seguire un’’altra via, che ha snaturato il mercato avvicinandolo a un meccanismo amministrato.
Inizialmente si è previsto che il Gestore del sistema elettrico intervenisse negli scambi vendendo certificati verdi nel caso in cui l’’offerta fosse inferiore alla domanda. Questa è stata la condizione di mercato nel primi anni, fino al 2006. Il prezzo di vendita praticato dal Gse ha operato di fatto come un tetto al prezzo di mercato, guidando il valore dei certificati verdi nel mercato.
Il risultato è stato che il mercato organizzato non è riuscito a fornire al sistema un segnale di prezzo efficiente dal punto di vista economico. Il prezzo nel mercato organizzato è stato allineato al prezzo di vendita del Gse.
Dal 2006, invece, il mercato si è spostato verso uno strutturale eccesso di offerta. Questo ha determinato una forte diminuzione delle quotazioni. Il prezzo dei certificati verdi nell’’agosto del 2008 ha raggiunto il valore minimo di 58 euro/MWh, quando solo due anni prima si aggirava attorno ai 120 euro/MWh. Il legislatore è dunque intervenuto, prevedendo come meccanismo di salvaguardia temporaneo l’’obbligo di ritiro da parte del Gse dei certificati verdi in scadenza a un prezzo pari al prezzo medio registrato nel mercato dei Cv nei tre anni precedenti. (1)
Il decreto emanato in questi giorni abolisce l’’obbligo di ritiro.
Fino a oggi il mercato dei certificati verdi ha consentito ai produttori da fonti rinnovabili una remunerazione potenzialmente molto elevata, ben superiore ai normali rendimenti di mercati, ma altrettanto incerta. Questo ha spinto il sistema verso un circolo vizioso, in cui alte remunerazioni si giustificano a causa degli alti rischi. La manovra, invece di affrontare seriamente la questione, sembra consolidare questa situazione, con danno per tutti: produttori e consumatori.

Leggi anche:  Clima, uno scenario per passare dalle parole ai fatti

(1) Dm 18 dicembre 2008

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La risposta ai commenti

  1. vincenzo lenucci

    Siamo sicuri che questa misura sui certificati verdi (l’articolo 45 del decreto legge 78/2010 per intenderci) sia a carico dei produttori e dei consumatori? A mio avviso, invece, eliminando l’obbligo di riacquisto si elimina il costo relativo a carico dei consumatori di energia elettrica (600 milioni in bolletta se non leggo male la relazione tecnica di accompagnamento al disegno di legge di conversione). O sbaglio? Grazie per ogni riscontro. VL.

    • La redazione

      La produzione di energia elettrica da fonti energetiche rinnovabili ad oggi è ancora più costosa della produzione da forti fossili convenzionali, quali il gas o il carbone. L’eliminazione degli incentivi a queste fonti comporterebbe quindi una riduzione dei costi sostenuti dai consumatori per l’acquisto di energia elettrica. Il contraltare sarebbe naturalmente un aumento della quota di fonti fossili nel nostro portafoglio energetico.
      Questo scenario non è tuttavia compatibile con il rispetto degli impegni assunti dall’Italia nei confronti dell’UE, secondo i quali al 2020 il 17% dei nostri consumi finali lordi di energia dovranno essere coperti da fonti rinnovabili.
      Abbandonata la via della dismissione delle rinnovabili, resta da capire come raggiungere l’obiettivo del 17% al minimo costo. L’intervento proposto dal governo non va in questa direzione. L’art. 45, se convertito, comporterebbe una perdita inattesa di redditività per i produttori che hanno già investito in rinnovabili (ed un corrispondente risparmio di breve periodo per i consumatori). Per rispettare l’obiettivo di sviluppo delle rinnovabili bisognerebbe tuttavia compensare con altre misure incentivanti (con relativo aumento degli oneri per i consumatori). Persa la credibilità del rispetto degli impegni assunti da parte del governo, per convincere gli imprenditori a continuare ad investire bisognerebbe riconoscere un tasso di remunerazione più alto, a copertura dell’alto rischio regolatori. Il risparmio dei consumatori descritto nella relazione racconta dunque solo la prima parte della storia.

  2. michele facci

    Visto che con lo svilupparsi della produzione da fonti rinnovabili si è giunti ad una strutturale condizione di eccesso di offerta, per sostenere la domanda non sarebbe sufficiente aumentare la quota obbligatoria di energia verde che deve essere dispacciata sulla rete? Un’altra opportunità sarebbe porre un limite alla quota di energia da fonti rinnovabili dispacciata sulla rete e acquisita dall’estero, imponendo che il rispetto della quota d’obbligo venga soddisfatto mediante la vendita di elettricità prodotta sul territorio nazionale. Quali sono le controindicazioni a queste due semplici – forse semplicistiche – soluzioni? Le sarei grato per una sua risposta. Saluti MF

  3. luigi angelucci

    L’articolo sottolinea giustamente la brevimiranza del provvedimento criticato; un risparmio di oggi, implicando di fatto una riduzione della produzione da rinnovabili a stretto giro, impone spese forse maggiori in futuro, dati gli impegni formali già presi a livello UE. Ma c’è da chiedersi perchè dover continuare ad incentivare forme di produzione che difficilmente raggiungeranno l’autosufficienza economico-finanziaria, come ad esempio l’eolico. Si parla molto di generazione distribuita (rinnovabile o non) e delle conseguenti smart grids, ma la realtà è, ahimè, che l’unica soluzione concreta per rispettare gli obblighi di riduzione delle emissioni di CO2 da qui al 2030 è il nucleare. E’ su questo che gli USA, ad esempio, hanno dichiarato di puntare e non sono i soli. Ci si potrebbe concentrare, nel frattempo, sul potenziamento maniacale dell’idroelettrico (unica rinnovabile per molti aspetti programmabile) e sulla riduzione dei consumi, cosiccome sul sequestro della CO2. Amesso che sia proprio questa la causa di tutti i mali.

  4. Alessandro

    La strada presa dal governo è ragionevole, drogare un mercato in questo modo era sbagliato all’inizio. In realtà basterebbe portare all’attenzione della comunità europea proprio questo fatto. Basta creare mercati a suon di leggi. Se le energie "rinnovabili" non funzionano sul mercato devono semplicemente sparire. Tra tutte il fotovoltaico (recentemente passato alla ribalta come deux es machina delle rinnovabili) sarà il flop maggiore di tutti. A che serve produrre il 20% di rinnovabili entro il 2020 se poi sempre in quell’anno produrremo una grande discarica di pannelli fotovoltaici?

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