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Scioperi cinesi

Iniziati negli stabilimenti Honda, si vanno diffondendo gli scioperi in Cina. Sotto accusa soprattutto i bassi salari. Ma le proteste ci dicono che la modernizzazione cinese è un processo complesso, che investe tutti gli aspetti della società e genera sia grandi opportunità di crescita individuale e collettiva sia grandi diseguaglianze. I paesi sviluppati sembrano invece guardare solo ai dati economici. Senza vedere le contraddizioni della crescita. Se dovessero diventare ingovernabili, le conseguenze sarebbero drammatiche per tutti.

Gli scioperi in Cina, iniziati negli stabilimenti della Honda, si vanno diffondendo e intensificando.

LA MODERNIZZAZIONE È UN PROCESSO COMPLESSO

La stampa cinese ha riferito che nel solo mese di maggio si sono verificati dodici scioperi in varie fabbriche di grandi imprese tra cui, oltre alla Honda, le altre due giapponesi Sharp Electronics e Nikon e la coreana Xingyuche. Alla Pingmian Textile nella provincia di Henan gli addetti hanno scioperato per due settimane, sostenuti da familiari e compagni licenziati; alla Yihua Equipment Engineering nella provincia dello Jangsu continua lo sciopero di 700 addetti iniziato il 21 maggio. Si protesta soprattutto per i bassi salari, duemila yuan circa al mese (meno di 300 dollari), che si riducono drasticamente nei periodi di non lavoro in cui viene percepito solo l’’80 per cento del salario base (circa 500-600 yuan). Consultando il China Statistical Yearbook, si rileva come i salari cinesi siano costantemente cresciuti negli ultimi anni (di quasi cinque volte dal 1995 a oggi) e come contemporaneamente siano aumentate le diseguaglianze tra settori produttivi, aree geografiche, tipo di proprietà dell’impresa e in particolare tra lavoratori specializzati e non. Come spesso accade, i più combattivi non sono gli addetti di imprese locali relativamente arretrate, ma i lavoratori di fabbriche tecnologicamente avanzate, con salari medi relativamente migliori e che nutrono tuttavia maggiori aspettative.
Gli scioperi non riguardano solo gli operai di alcune fabbriche lontane, né solo la società cinese nel suo complesso, ma interessano tutti, anche noi, data l’’importanza che ha la Cina, il paese con i più elevati tassi di crescita che sta vivendo uno straordinario processo di modernizzazione, nel mondo contemporaneo. Gli scioperi rappresentano una prima verifica della tesi della modernizzazione come processo complesso e multidimensionale. Non si può, infatti, considerare, come avviene nella grande maggioranza dei racconti e delle analisi, lo sviluppo cinese soltanto dal punto di vista economico (sia pure in tutti i diversi aspetti, industriale, commerciale, finanziario, monetario), prevedendo sorpassi imminenti del Pil cinese su quelli delle economie più sviluppate, fondando le previsioni sulla semplice estrapolazione dei dati presenti e deducendo una inesistente linearità e omogeneità del percorso di sviluppo.
La modernizzazione cinese, come e più di ogni modernizzazione, date le dimensioni del paese, è un processo complesso che investe tutti gli aspetti della società; si svolge tra contraddizioni e conflitti, genera sia grandi opportunità di crescita individuale e collettiva sia grandi diseguaglianze, rimette in discussione rapporti istituzionali e di potere che sembravano consolidati, sfida valori e atteggiamenti culturali, modifica comportamenti.
Gli scioperi come esempio di azione collettiva e i suicidi come forma estrema di protesta individuale sono la spia di disagi diffusi che provocano risposte di grande intensità. Riflettiamo sugli scioperi, partendo dall’’analisi economica del mercato del lavoro, ma integrandola: si sostiene che grazie all’’enorme esercito industriale di riserva costituito dalle centinaia di milioni di contadini, l’’industrializzazione cinese può continuare a ritmi assai elevati e con salari assai bassi, mantenendo quindi (anche grazie all’’aiuto della sottovalutazione della moneta cinese nei rapporti di cambio con le altre valute) una elevata competitività delle esportazioni della Cina e una convenienza a delocalizzare in Cina attività produttive per molte imprese di paesi più sviluppati (come la Honda giapponese). È vero che lo sviluppo cinese è in parte rilevante trainato dalle esportazioni (export-led), che i salari industriali sono incomparabilmente più bassi che nelle nostre società (130 dollari è il salario mensile degli operai della Honda); ma non è vero che la domanda di lavoro sia dovunque inferiore alla offerta. Esistono, infatti, ostacoli sociali (connessi alla struttura della famiglia, alla difficoltà di gestire flussi massicci di immigrazione urbana), resistenze culturali, ritardi burocratici e normativi, che contribuiscono a creare situazioni di carenza di mano d’’opera per certi tipi di qualifica e in settori produttivi e aree geografiche particolari. E non va trascurato neppure il fatto che la globalizzazione delle comunicazioni consente ai lavoratori cinesi di fare confronti e di chiedersi perché a parità di prodotto la loro retribuzione debba essere tanto più bassa.

UNA VISIONE DISTORTA

Questi sono i fenomeni alla radice dell’’ondata di proteste in atto, che si rivolge per il momento alla dirigenza delle fabbriche (un bersaglio più facile trattandosi di stranieri e per giunta di giapponesi), ma che non può non coinvolgere le rappresentanze sindacali e il Partito comunista cinese che le controlla, e che può anche dar luogo alla formazione di sindacati autonomi secondo una sorta di modello polacco alla Solidarnosc. È bene evitare al riguardo comparazioni frettolose e ricordare la specificità del contesto in cui avviene la modernizzazione cinese. E tuttavia non va dimenticato che per comprendere le dinamiche e gli esiti di un processo di modernizzazione non bisogna limitarsi a analizzare i processi economici, ma studiare anche la società, la politica, la cultura e la storia con un approccio multidisciplinare.  È ovvio ad esempio che gli effetti delle proteste dipenderanno molto dalle scelte della politica cinese – sia delle elite al potere che dei cittadini che si mobilitano.
L’’opinione pubblica dei paesi sviluppati sembra invece guardare alla modernizzazione cinese con un occhio solo: le borse (americana, europea, giapponese) vedono positivamente il dato sul valore quasi raddoppiato delle esportazioni cinesi nel mese scorso come segnale di ripresa mondiale e non vedono le contraddizioni della modernizzazione cinese. Se queste dovessero diventare ingovernabili, le conseguenze sarebbero drammatiche per tutti.

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La risposta ai commenti

  1. Mario Giaccone

    Credo che il diffondersi degli scioperi in Cina sia senz’altro una buona notizia per almeno tre ragioni. Si è innescata una pressione endogena (aumenti salariali) per lo sviluppo della domanda interna, aumentando l’apertura dell’economia cinese (rilocalizzazioni verso altri paesi già a minor costo del lavoro): è uno stimolo fondamentale all’economia mondiale, il solo che possa evitare la famigerata W. Questo comporterà in prospettiva un allentamento della pressione dei costi sulla forza lavoro dei paesi occidentali. In prospettiva, è il primo passo verso un sistema di welfare cinese di una certa robustezza: vale quanto appena detto, con gli effetti benefici appena menzionati. Ci sono è vero almento due risvolti negativi: una maggiore pressione sulle materie prime, con connesse pressioni inflazionistiche, e sull’ambiente con maggior inquinamento: ma quest’ultima non fa che accellerare la spinta verso le green technologies in modo ancora più radicale. Infine, ritengo il diritto di sciopero lo strumento cardine per diventare "democrazie di massa", che spingono le classi dirigenti ad accettare forme democratiche di canalizzazione della voice.

  2. sandro

    Non credo proprio che gli scioeri in Cina preludano a un allentamento alla pressione sul costo della forza lavoro in Occidente. I nostri industriali stanno già emigrando altrove, in India e Corea, che presentano ora le stesse condizioni di flessibilità e inesistenza del diritto del lavoro, che la Cina poteva offrire loro anni addietro. La Cina, come detto da più parti di recente in televisione, è divenuta un mercato in cui non si delocalizza più per il basso costo del lavoro, ma per produrre e vendere in loco.

  3. gabriele barone

    E’ vero gli scioperi cinesi possono innalzare di un poco l’asticella dei loro stipendi ma noi che viviamo in pseudo democrazie ed abbiamo sicuramente più possibilità dei cinesi di protestare dobbiamo dargli una mano, che sarebbe poi un aiuto anche verso noi stessi. I sindacati europei devono mettere pressione ai governi affinche si approvino leggi che agevolino gli imprenditori che rimangono ad investire in Paesi democratici e leggi che penalizzino gli imprenditori che producono in Paesi non democratici o pseudo dittatoriali (Cina in primis). Allo stesso tempo i sindacati dovrebbero stilare una lista dei Paesi rispettosi dei diritti civili e di lavoro e una lista nera dei Paesi. In parallelo una lista delle imprese che producono in Paesi civili e una lista nera di imprese che approfittano della situazione schiavistica dei cittadini di alcuni Paesi in modo che il consumatore sappia da chi comprare i prodotti e chi invece boicottare. I diritti sul lavoro, i diritti civili, le libertà di stampa e di pensiero ricadono direttamente sulla vita dei cittadini di tutto il mondo. Le aziende che producono in Paesi dove questi diritti sono negati sono complici dello sfruttamento di questi popoli.

  4. tom

    Molte riviste cinesi in queste settimane hanno mostrato una insolita baldanza nel riportare le notizie degli scioperi. A tal proposito segnalo alcune considerazioni di Ivan Franceschini apparse su Cineresie.info.

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