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Il reddito minimo universale

L’introduzione di un reddito minimo universale trova ancora ostacoli, eppure sembra permettere scelte familiari, educative, abitative e occupazionali più efficienti. Le disuguaglianze nella distribuzione del benessere possono rafforzare gli incentivi al lavoro, ma spingono anche alla ricerca di benefici e privilegi clientelari con spreco di risorse. Un esercizio di simulazione mostra gli effetti di quattro tipi di politiche universalistiche: reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza, con imposta sul reddito progressiva e con imposta proporzionale. Una scheda dell’autore illustra le differenze tra le quattro forme di reddito.

Il sistema italiano di sostegno del reddito (gli “ammortizzatori sociali”) è frammentario, discrezionale, inefficiente e iniquo. Molte analisi hanno documentato il giudizio e spesso proposto politiche più trasparenti e universali. Universalità significa che il meccanismo si applica a tutti i cittadini, indipendentemente dalla condizione professionale, compresi coloro che non hanno alcuna esperienza lavorativa.

PERCHÉ INTRODURLO

Nelle economie avanzate si è largamente affermata la convinzione che una dotazione minima universale di istruzione e di salute sia desiderabile, non tanto per motivi solidaristici, ma piuttosto perché crea forti benefici di sistema nella vita economica e sociale. Maggiori ostacoli incontra invece l’’idea di una dotazione minima universale di reddito, anche se le motivazioni che la sostengono sono del tutto analoghe a quelle che giustificano l’’istruzione o l’’assistenza sanitaria di base universale. Intanto però cresce la documentazione sia teorica che empirica a favore di un meccanismo universale di supporto e redistribuzione del reddito. Ad esempio, la garanzia di un reddito minimo sembra permettere scelte familiari, educative, abitative e occupazionali più efficienti. Le disuguaglianze nella distribuzione del benessere possono rafforzare gli incentivi al lavoro, ma spingono anche alla ricerca di benefici e privilegi clientelari con spreco di risorse: la limitazione delle disuguaglianze riduce gli sprechi. I costi sono elevati, ma vanno confrontati con benefici probabilmente analoghi a quelli di altre riforme universalistiche. La portata di una riforma in direzione del reddito minimo universale potrebbe essere analoga a quella avutasi con la nascita e lo sviluppo dei sistemi pensionistici pubblici nel secolo scorso, che in Europa hanno ridotto l’’avversione al rischio delle famiglie e favorito, specie in agricoltura, l’’innovazione tecnologica e organizzativa. Per fare un esempio dei nostri giorni, dobbiamo pensare a una scelta analoga a quella fatta in queste settimane per il sistema sanitario negli Stati Uniti. È importante osservare che si tratta anche di benefici sociali che vanno al di là di quelli individuali immediatamente percepiti.

UN ESERCIZIO CON QUATTRO IPOTESI

Le preoccupazioni maggiori circa le politiche universalistiche, invece, riguardano i possibili effetti negativi sugli incentivi al lavoro e i costi di finanziamento che implicherebbero un appesantimento del carico fiscale con ricadute ulteriormente negative sugli incentivi al lavoro.
La scheda allegata illustra un esercizio di simulazione di quattro tipi di politiche universalistiche di sostegno del reddito. Distinguiamo meccanismi per i quali l’ammontare del trasferimento è condizionato dal livello di reddito dell’individuo (reddito minimo garantito) e meccanismi non condizionati (reddito di cittadinanza). Per il reddito di cittadinanza distinguiamo anche tra sistemi nei quali l’imposta sul reddito è progressiva, come nel sistema corrente, da sistemi con imposta proporzionale (Flat Tax). Tutte le riforme sono calibrate in modo da garantire lo stesso gettito fiscale netto, uguale a quello corrente, e la simulazione tiene conto delle risposte comportamentali delle famiglie: lavorare o no, quanto lavorare e così via. Il trasferimento alle famiglie varia in funzione del numero di componenti ed è mediamente intorno ai 300-500 euro mensili a seconda del meccanismo (nel sistema corrente è intorno ai 100 euro mensili). Il significato concreto di queste cifre è molto diverso a seconda dei meccanismi. Ad esempio, per il sistema corrente si tratta di una media di vari provvedimenti contingenti o limitati a certe fasce di popolazione (pensioni sociali, sussidio di disoccupazione e altro). Anche per i sistemi condizionati si tratta di una media di quanto la famiglia riceve a seconda del livello di reddito o della condizione lavorativa. Nel caso del reddito di cittadinanza si tratta invece di un trasferimento certo e incondizionato.
Il costo aggiuntivo delle riforme viene finanziato incrementando proporzionalmente le aliquote marginali dell’imposta sul reddito e includendo nella base imponibile tutti i redditi indipendentemente dalla fonte. Le percentuali di famiglie “vincitrici” sono per lo più maggioritarie, ma diverse tra le riforme e soprattutto diversamente distribuite tra le sottopopolazioni.
Dal punto di vista della percentuale di vincitori, le riforme non condizionate risultano migliori di quelle condizionate e i sistemi con imposta progressiva risultano migliori di quelli proporzionali. Nell’ambito dei sistemi progressivi, l’incremento necessario nelle aliquote marginali al di sopra della soglia di esenzione è tutto sommato modesto, 1 o 2 punti percentuali. Questo risultato dipende però anche da un ampliamento estremo della base imponibile. Ipotesi meno drastiche implicherebbero incrementi più pesanti delle aliquote marginali.
In alternativa si può pensare a una diversa struttura dell’imposta sul reddito, cioè una tassazione proporzionale (Flat Tax): quest’ultima è attraente per la semplicità amministrativa e forse per minori incentivi all’evasione. Il problema della Flat Tax è che implica aliquote elevate anche sui redditi bassi e medi, dove si concentrano le famiglie che rispondono in modo più forte agli incentivi: ne possono risentire sia l’efficienza che gli effetti distributivi. Tuttavia, un meccanismo RC + Flat Tax mantiene la sua attrattiva: l’aliquota richiesta è 31,6 per cento, un livello di tassazione proporzionale forse politicamente meglio sostenibile insieme all’allargamento della base imponibile. Infine, gli effetti di disincentivo al lavoro -– una delle fonti di maggiore preoccupazione -– risultano molto modesti (e non sono riportati nella scheda).
In conclusione, si può dire che è possibile disegnare versioni realistiche del reddito minimo universale soppesando, in base alle preferenze sociali, le diverse implicazioni su benefici, costi e incentivi. Rimangono molti aspetti che richiederebbero altri approfondimenti. Costi amministrativi: i meccanismi non condizionati richiedono solo il registro anagrafico della popolazione, mentre quelli condizionati richiedono un supporto informativo e operativo per la verifica delle condizioni di accesso ai trasferimenti e per la gestione di sanzioni e contestazioni. Benefici: l’analisi riassunta nella scheda riguarda benefici strettamente individuali, un’analisi completa dovrebbe includere i benefici di lungo periodo e di sistema ai quali ho accennato all’inizio.

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15 commenti

  1. Giorgio Trenti

    La famigerata legge cosiddetta biagi obbliga a fingere che, nel rapporto di lavoro, ci sia un progetto. Propongo la reintroduzione nel codice civile dell’articolo 2097 abrogato nel 1962. Per risolvere, con lungimiranza, la mancanza d’entrate di cui soffrono coloro che non hanno lavoro, è opportuno riconoscere a tutte le persone fisiche, di cittadinanza italiana, il diritto alla disponibilità di un minimo vitale, sulla base della dichiarazione annuale dei redditi. Nel quadro complessivo della garanzia di un salario minimo a tutti, è ragionevole riservare ai laureati una possibilità in più. Articolo unico Comma 1 L’art. 2097 del codice civile è sostituito dal seguente: Le parti stabiliscono le regole del contratto di lavoro. Comma 2 A tutte le persone fisiche, di cittadinanza italiana, è riconosciuto il diritto alla disponibilità di un minimo vitale, sulla base della dichiarazione annuale dei redditi. Comma 3 A tutte le persone fisiche laureate, di cittadinanza italiana, il datore di lavoro riconosce una preferenza in tutte le assunzioni.

  2. anna

    Se un giovane vive in famiglia perché disoccupato, in cerca di lavoro, dovrebbe percepire comunque un reddito minimo indipendentemente dal reddito familiare, ma questo penso si debba accompagnare a un sistema efficiente di aiuto nella ricerca del lavoro ( come avviene in Inghilterra ad es.), non di sicuro i centri per l’impiego italiani che per la loro inutilità dovrebbero essere chiusi tutti, con un consistente risparmio per la collettività.

  3. elga

    Personalmente sono convinta dell’assoluta necessità di introdurre il reddito minimo garantito e condivido pienamente l’osservazione nella scheda, inerente al sostegno che ciò rappresenterebbe per milioni di donne single, disoccupate o sottocupate, ma nel contempo impegnate nella cura di qualche parente non autosufficiente. E’ peraltro scandaloso che non ci siano mai proposte di questo tipo nè dal mondo politico nè, ed è anche peggio, da rappresentanti del mondo femminista. L’attuale sistema economico ha ormai creato sperequazioni di reddito inaccettabili tra i cittadini e ridotto milioni di essi al ruolo di veri e propri pària senza diritti, sebbene essi svolgano o abbiano svolto per anni attività indispensabili da un punto di vista della tenuta sociale: vedi le casalinghe sposate, ma anche le figlie o sorelle senza lavoro retribuito ma a servizio "famigliare" a tempo pieno. Ripeto: ma le femministe dove sono?

  4. Stefano Testoni

    Confesso che l’idea non mi convince affatto, nonostante abbia letto sia l’articolo che la scheda. In particolare, non mi è chiaro il motivo per cui i percettori del reddito minimo non sarebbero disincentivati al lavoro, se tale reddito è garantito ad ogni disoccupato, a prescindere da quanto si è senza lavoro. Chiedo all’autore di specificare meglio questo aspetto, se possibile. Inoltre, per quanto riguarda la sostenibilità finanziaria, ritengo che aumentare le imposte possa comportare solo degli svantaggi. L’attuale spesa pubblica va certamente ripensata, ma diminuendone la portata, senza aumentare le tasse. Sostengo che sussidi di disoccupazione siano molto più efficaci, se ben studiati: per esempio, ponendo loro un limite di qualche anno. Naturalmente si parla di una possibile riforma che va accompagnata a tante altre: per esempio, pensare ad una riforma del sistema previdenziale non può che presupporre un miglioramento nel mercato del lavoro, con politiche che rendano più facili le assunzioni; altrimenti, un tale che percepisce un sussidio di disoccupazione rischia seriamente di non riuscire a trovare lavoro entro il limite della copertura del sussidio stesso.

  5. AM

    Non si deve dimenticare che una riforma di questo tipo, per certi versi condivisibile, avrebbe comunque l’effetto di scatenare una corsa alla cittadinanza da parte di stranieri desiderosi di beneficiare di questa sinecura.

  6. sandro

    Questa protezione sociale è sostenibile con il nostro debito pubblico? Quantri anni potrebbe durare, prima di finire come il reddito minimo negli USA, in un misero assegno alimentare mensile di 250 dollari? Walter Veltroni due anni orsono propose l’introduzione di un salario minimo per tutti i contratti di lavoro, che rimedierebbe per legge alla perdita di potere dei sindacati, e fornirebbe una protezioni ai molti che non sono tutelati da nessun contratto nazionale.

  7. Marco Cavallero

    Penso che il contributo tecnico del prof Colombino vada nella direzione giusta, anche se temo che, più delle difficoltà tecniche dell’adozione di un reddito minimo universale, sia necessario rompere la chiusura "ideologica" verso queste soluzioni. Purtroppo i "nemici" del reddito minimo universale sono sia i liberisti radicali del laissez faire, che sono contro ogni tipo di prelievo fiscale, sia gli statalisti più accaniti, che non vorebbero mai mettere in discussione il walfare per favorire un sistema a reddito minimo universale. Penso che gli insegnamenti di A. Sen e di altri filosofi come Van Parjis ci siano utili per rompere questa totale diffidenza, verso un modello di liberalismo sociale che è nelle radici anche della nostra storia politica (basti pensare ai fratelli Rosselli o al Partito d’Azione). Ritengo sia necessario proseguire ed approfondire il lavoro del professor Colombino, coniugandolo ad una forte campagna culturale a favore del reddito minimo universale.

  8. Ajna

    Come già in parte rilevato da alcuni commentatori, come posso disincentivare i parassiti e come posso impedire che ci sia chi rimane parcheggiato ad aspettare l’assegnino, specie in paesi poco colti e con ancor meno spirito civico e sociale come in Italia? Capirei pure nella penisola scandinava, ma qui…

  9. Giovanni

    Oltre ad un reddito garantito in termini di salario più trasferimenti sarebbe opportuno salvaguardare i livelli occupazionali attraverso politiche di pieno impiego e possibilmente market friendly non necessariamente liberiste.

  10. Ajna

    …Ma permane sempre un certo scetticismo, specie pensando a quante persone si son gettate sulle baby pensioni quando si poteva, guardandosi bene poi dal tornare a lavorare (se non a nero)… Un reddito minimo perché dovrebbe riuscire dove babypensioni e salari minimi han fallito? Ok, le prime nemmeno ci provavano, ma insomma: cosa cambia di così profondo da rivoluzionare il risultato?

  11. sandro

    Ho accennato alla questione del debito pubblico, senza riferimento alle simulazioni qui effettuate, ma in ragione del fatto che l’onere di un reddito minimo universale avrebbe o una ricaduta sulla fiscalità generale, oppure, se non è finanziato con le tasse, andrebbe inevitabilmente a incrementare la spesa in disavanzo. Facendo due conti, con aliqote minime sul 20% dei redditi più alto, o con una ancora più bassa Tobin Tax sui proventi finanziari, si potrebbe finanziare un reddito minimo universale. Sarebbe comunque necessario aumentare la pressione fiscale. 2. il salario minimo dovrebbe essere una misura aggiuntiva, non sostitutiva del reddito minimo universale. Sottolineo che prima di introdurre un reddito di cittadinanza per tutti, che ancora non ha riscontro in molti Paesi, sarebbe preferibile introdurre un reddito minimo almeno per tutti gli occupati e uno temporaneo per quelli che hanno perso un lavoro, essendo il salario minimo e il sussidio di disoccupazione già recepito con successo in molte legislazioni. Il salario minimo sarebbe un primo passaggio graduale, già sperimentato altrove, verso un reddito minimo universale. cordialità sandro

  12. ALFONSO SALEMI

    Già vari anni or sono ho proposto (e inviato significativi appunti) la possibilità di effettuare una sorta di "flat tax" ad una sola aliquota con una specifica condizione consistente nella corrispettiva attività lavorativa del destinatario documentata e accertata dalle Istituzioni locali. Non ho avuta alcuna risposta, ma sono lieto che qualcosa di simile sia considerato fattibile ed anzi auspicabile. Sarei ben lieto di confrontare le mie vedute con quelle proposte da questo studio e penso che l’idea sia attuabile con efficacia in breve tempo dopo adeguate e fattibili simulazioni. I miei più vivi complimenti per lo studio effettuato.

  13. giorgia mediani

    Mi chiedo e vorrei chiedervi: quale progetto di sostegno sociale è insito nella dotazione ad una persona o ad una famiglia di un contributo decisamente distante dalla sussistenza e dalla possibilità di prevenire o risolvere problemi da esclusione sociale? Ancora più della trappola della povertà o dell’effetto disincentivante del contributo, mi preoccupa questo problema: se abbiamo di fronte una persona effettivamente povera, dopo il trasferimento monetario ci ritroveremmo ancora con un povero. Oppure, l’effetto del trasferimento monetario potrebbe andare ad aggiungersi a tanti altri espedienti di vita della persona assistita, senza necessariamente andare ad incidere sulle scelte familiari, educative, abitative, occupazionali, ecc. In poche parole, il rischio del falso positivo è altissimo, e come risolverlo? Nei confronti dei "veri" positivi, l’erogazione universale di un reddito minimo dovrebbe accompagnarsi ad altre misure di sostegno alimentare ed energetico, edilizia agevolata, misure di sostegno allo studio, politiche di attivazione…in una parola, i famosi LIVEAS. Non intendo criticare la misura, ma vorrei davvero che si realizzassero scelte più efficienti.

  14. Gianni Cherubio

    Una cosa che non mi è affatto chiara è la possibile (o meno) coesistenza di reddito minimo e salario minimo. Questo mio dubbio è accentuato dal fatto che molto gruppi Politici, associazioni mettono questi due in contrapposizione. Vorrei inoltre capire se fosse possibile far corrispondere reddito e salario minimo, addebitando il primo alle imprese. Mi spiego con un esempio: se non lavoro ho 500€ di reddito minimo a carico dello stato, se lavoro avrò un salario minimo di 500€ (o più) che saranno a carico dell’impresa ai quali andrà aggiunta la restante parte del salario che si configurerebbe come il costo-opportunità del tempo libero… In questo modo di fatto si ridurrebbe il peso del reddito minimo sulle casse dello stato. Restano comunque i difetti di un salario minimo che andrebbero a creare disoccupazione, in particolare nell’attuale contesto globale e il fatto che il reddito andrebbe calcolato per singola persona e non per famiglia (limite che comunque rilevo dall’analisi effettuata).

  15. GIANLUCA FRASCARELLI

    Credo che sia fondamentale specie in questo momento difficile che stiamo vivendo, introdurre nel nostro sistema di ammortizzatori sociali, un reddito minimo universale. E’ uno strumento a mio avviso fondamentale per garantire equità, e soprattutto è fondamentale per permettere a chi ha perso un lavoro di sopravvivere. I modi per poter finanziare questo strumento ci sono, come ad esempio tassare le rendite finanziarie, abolire le provincie, tagliare del 30% gli stipendi ai politici, tagliare gli enti inutili, diminuire le auto blu, introdurre una tassa di solidarietà per chi guadagna dai 25000 € in sù etc etc. E’ una vergogna che in Italia, a differenza del resto d’Europa non ci sia questo strumento, ma questo è dovuto al fatto che nel nostro paese non c’è un’equa distribuzione della ricchezza e quindi si sta accentuando sempre di più la differenza tra ricchi e poveri. Mi auguro che si apra un dibattito serio su questo argomento,altrimenti il rischio è la catastrofe sociale alla quale già stiamo assistendo con migliaia di famiglie che ormai vivono al di sotto della soglia di povertà.

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