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Quanto costa la lotta al riscaldamento globale*

Per vincere le resistenze verso le politiche climatiche è necessario limitarne i costi. Partendo da alcuni punti fermi. Sono più efficaci gli strumenti che attribuiscono un prezzo di mercato alle emissioni di gas a effetto serra, come le tasse o i meccanismi di scambio di permessi. Mentre regolazioni o sussidi aumentano gli oneri. Le misure si devono applicare a tutti i gas e a tutte le fonti di emissioni. E devono essere adottate da tutti i grandi paesi inquinatori. Ricordando che bisogna agire presto, entro il 2020.

Lottare contro il cambiamento climatico viene spesso considerato troppo “costoso” per la società. Nuove tasse o coercizioni mirate a generare comportamenti più virtuosi da un punto di vista ambientale, inquietano. Le famiglie paventano prezzi più alti e perdite di potere d’’acquisto. Le imprese temono di perdere competitività e quote di mercato. I sindacati pensano che le difficoltà delle imprese porteranno a licenziamenti. E per i politici tutto ciò si traduce nel timore di perdere voti. Giustamente i politici si preoccupano che le politiche di stabilizzazione del clima riducano la crescita economica, in modo particolare i governanti delle nazioni meno avanzate dove tassi di crescita elevati sono necessari per avvicinarsi alla ricchezza pro capite dei paesi Ocse. Di qui la loro riluttanza ad applicare politiche di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e ad aderire a iniziative internazionali, a meno di non ottenere compensazioni che però difficilmente gli elettorati dei paesi ricchi sono disposti a concedere.
Tutte queste preoccupazioni sui costi rendono la strada delle politiche di riduzione dei gas a effetto serra in salita, sia dal punto di vista nazionale che globale, come testimonia il fallimento della conferenza sul clima di Copenhagen. Ma sono timori fondati?

VALUTARE I COSTI

La metrica più immediata per valutare i costi è il livello delle tasse necessarie per stabilizzare il clima di qui al 2050. Si prevede che il loro aumento dovrebbe essere graduale: dai 15 dollari attuali per emettere una tonnellata di CO2 (nell’’ambito del sistema europeo di scambio di permessi) salirebbero a 70 dollari nel 2030 e poi a 300 nel 2050. In euro ciò equivale a imporre dai 13 ai 70 centesimi sul litro di benzina. Non si tratta di tasse straordinariamente elevate, visto che attualmente le imposte sulla benzina sono attorno ai 60 centesimi il litro.
Ciò che più importa però è l’’effetto complessivo sul reddito. Secondo calcoli abbastanza realistici, politiche globali ed efficaci di stabilizzazione climatica implicherebbero una riduzione della crescita media annua del Pil mondiale di un decimo di punto percentuale nel corso dei prossimi quarant’’anni. Si tratterebbe quindi di una riduzione del reddito del 4 per cento nel 2050 rispetto a quanto previsto in assenza di tali politiche. Nel corso dello stesso periodo si prevede però che il reddito aumenti del 250 per cento, con una crescita media annua del 3,5 per cento. I costi delle politiche sembrano perciò relativamente moderati, sia in termini di crescita sia in termini assoluti: il cittadino medio del mondo vedrebbe comunque le proprie condizioni di vita migliorare vertiginosamente.
Il problema principale però è l’’alta variabilità dei costi tra paesi. Il costo in termini di Pil è più elevato nei paesi dove la crescita attesa è rapida, l’’efficienza energetica è scarsa, il contenuto di CO2 della produzione è alto (a causa della loro struttura industriale) o in quelli che esportano fonti di energia fossili: cioè i paesi ex-sovietici, i paesi Opec, la Cina e l’’India. Paradossalmente, è proprio in alcuni di questi paesi che sarebbe più conveniente per tutti ridurre le emissioni perché il costo della riduzione per ogni tonnellata di CO2 è molto minore che nei paesi Ocse.

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LA FONTE DEI COSTI

Sono due i costi principali delle politiche climatiche: quelli della transizione da un’’economia ad alto contenuto di CO2 a un’’economia “pulita” e quelli derivanti dal trasferimento definitivo di risorse da attività “sporche”, il cui valore aggiunto è misurato nel Pil, ad attività “pulite” i cui benefici non sono (almeno per ora) misurati economicamente.
Tre elementi dei costi di transizione generano più apprensioni. Anzitutto, alcuni settori che emettono grandi quantità di CO2 sono destinati a contrarsi: sono per esempio quelli più intensivi in energia fossile (idrocarburi, siderurgia) e, in alcuni paesi, agricoltura e attività di deforestazione. In tutti i settori, poi, le imprese o gli stabilimenti più inquinanti dovranno chiudere. In questi casi, una parte degli investimenti fatti in passato diventerà prematuramente non redditizia (per esempio gli impianti elettrici a combustibili fossili) e i livelli di attività e di occupazione saranno ridotti. Inoltre, se adottate inizialmente solo in alcuni paesi, le politiche climatiche possono porre problemi di competitività internazionale alle imprese che usano input intensivi in CO2, spingendole a delocalizzare la produzione in paesi più lassisti dal punto di vista ambientale, e anche questo può ridurre attività e occupazione. Infine, bisognerà necessariamente aumentare la spesa (pubblica e privata) in innovazione e diffusione di fonti di energia e tecnologie pulite per superare l’’inerzia nell’’uso e nel miglioramento di quelle “sporche”. (1) Si stima che per contribuire a stabilizzare il clima sarebbe necessario quadruplicare la quota della spesa in innovazione sul Pil rispetto ai livelli attuali. Questo rappresenta un costo per le imprese e un peso per la finanza pubblica: un investimento, ovviamente, ma i cui rendimenti sono incerti e dilazionati nel tempo.
C’’è però molta incertezza sulla fondatezza di queste apprensioni perché:

  • a fronte delle nuove spese, la finanza pubblica otterrebbe comunque nuovo gettito dalle tasse ambientali (o dalle aste di permessi). L’’Ocse stima che a regime il gettito potrebbe rappresentare globalmente circa il 2,5 per cento del reddito mondiale, una cifra considerevole.
  • la perdita di competitività delle imprese nei paesi dove si attuano politiche climatiche nei settori “sporchi” potrebbe accompagnarsi a una maggiore competitività nei settori “puliti”, dove i paesi avanzati hanno un vantaggio comparato.
  • a fronte della contrazione di certi settori si svilupperebbero attività “verdi” con creazione di nuove imprese e posti di lavoro. Per di più perdite occupazionali potrebbero non essere forti perché i settori colpiti non sono molto intensivi in lavoro. Infine, una parte del nuovo gettito fiscale potrebbe essere utilizzato per compensare riduzioni delle tasse sul lavoro che stimolerebbero l’’occupazione nella fase di transizione.

L’’entità dell’’aggiustamento strutturale derivante dalle politiche climatiche potrebbe quindi non essere più di quella sperimentata in passato, per esempio, nell’’evoluzione dalla manifattura ai servizi.

COSTI E BENEFICI

Inoltre, spesso si parla di costi ignorando i benefici delle politiche climatiche in termini di danni evitati e di miglioramento della qualità della vita. Stimare i benefici è però difficile per vari motivi. Anzitutto, c’’è grande incertezza sulle caratteristiche e gli effetti del cambiamento climatico (per esempio, sui fenomeni naturali legati al clima, sulla biodiversità ed è estremamente difficile trattare economicamente il rischio di eventi catastrofici. Inoltre, è difficile valutare sia l’’evoluzione del patrimonio naturale che gli effetti sociali, sanitari e sul benessere soggettivo (il valore della biodiversità del paesaggio) del cambiamento climatico. Infine c’’è un importante sfasamento temporale tra il momento in cui si sopportano i costi delle politiche (nei prossimi vent’’anni) e il momento in cui se ne osserveranno i benefici (tra più di mezzo secolo). E non c’’è accordo sull’’importanza relativa da dare a benefici lontani nel tempo. In altri termini come confrontare i sacrifici di oggi con i guadagni futuri?
Quando ciononostante i benefici sono stimati si ottengono risultati interessanti:

  • i danni evitati e altri benefici variano moltissimo tra paesi o regioni del mondo. Le maggiori vittime del cambiamento climatico sono l’’Africa, l’’Asia meridionale, la Cina e l’’America Latina. Mentre i paesi dell’’ex Urss se ne avvantaggerebbero addirittura. Ciò contribuisce ovviamente a spiegare i diversi incentivi che i governi hanno a ridurre le emissioni.
  • se si tiene conto anche solo dell’’impatto sulle aspettative di vita sana e del valore che questo può rappresentare per gli individui, i costi (netti) si riducono notevolmente. Per di più ci sono importanti benefici collaterali, per esempio in termini di riduzione dell’’inquinamento atmosferico a livello locale, che possono rappresentare un potente incentivo all’’azione per i paesi emergenti, soprattutto la Cina.
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RIDURRE I COSTI E’ CRUCIALE

È chiaro comunque che per generare consenso attorno alle politiche climatiche è necessario minimizzarne i costi. Ecco allora alcune piste da seguire. Anzitutto, sono più efficaci gli strumenti che attribuiscono un prezzo di mercato alle emissioni di gas a effetto serra, come le tasse o i meccanismi di scambio di permessi. L’’uso di regolazioni o sussidi può anch’’esso essere necessario, ma spesso questi strumenti fanno lievitare i costi. Per esempio, i sussidi dell’’Unione Europea ai combustibili biologici equivalgono a far pagare al contribuente la riduzione di una tonnellata di CO2 a un prezzo fino a cinquanta volte superiore a quello di mercato.
È fondamentale poi che le politiche si applichino a tutti i gas a effetto serra e a tutte le fonti di emissioni. Secondo stime Ocse misure che coprissero solo il CO2 (esentando gas come il metano) farebbero raddoppiare i costi globali, mentre misure che esentassero industrie ad alta intensità di CO2 come energia e siderurgia li farebbero aumentare del 50 per cento.
Analogamente, è cruciale che le politiche siano intraprese da tutti i grandi paesi inquinatori. In assenza di uno sforzo efficace e coordinato di Unione Europea, Usa, Oceania, Cina, India, Russia e paesi Opec non è possibile stabilizzare il clima di qui al 2050 perché nessuna delle grandi regioni Ocse da sola può compensare le emissioni crescenti dei paesi emergenti, nemmeno a fronte di costi elevatissimi. Infine è cruciale evitare altri ritardi nell’’azione pubblica: bisogna cominciare ad agire presto, entro il 2020, altrimenti sarà troppo tardi per stabilizzare il clima a costi accettabili. L’’unica possibilità sarà allora di concentrarsi sull’’adattamento delle nostre società all’’ineluttabile cambiamento climatico.

* Salvo dove altrimenti indicato i dati citati in questo articolo provengono da Ocse (2009), The Economics of Climate Change Mitigation, Parigi e A. De Serres, F. Murtin e G. Nicoletti (2010), “A Framework for Assessing Green Growth Policies”, OECD Economics Department Working Papers, No. 774. Le opinioni espresse però sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle dell’Ocse o dei suoi paesi membri.

(1) P. Aghion, D. Hemous e R. Veugelers (2009), “No Green Growth Without Innovation”, Bruegel policy brief n. 07, Nov.

 

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  1. Antonio

    Il riscaldamento globale è una menzogna che a forza di essere ripetuta dai media mainstream è divenuta verità. Non c’è nessuna certezza scientifica, la teoria è tenuta in vita solo per l’arricchimento degli attori che la propagano, come del resto l’evoluzionismo…

  2. Daniele

    Nel calcolo del costo per passare a energia pulita e, quindi, senza emissione di CO2, bisognerebbe fare un paragone con l’effettivo costo che hanno le altre fonti di energia. Mi spiego meglio: se nel calcolo del costo della produzione di energia da idrocarburi si tenesse conto anche dei danni che un disastro provocherebbe, come sta succedendo nel golfo del messico, allora senza ombra di dubbio le energie "pulite" diverrebbero anche economicamente migliori. Non crede?

  3. Armando Pasquali

    L’articolo sostiene che le regolazioni sono costose, mentre un mercato delle emissioni lo sarebbe meno. Forse è un problema di efficienza, ma l’articolo è vago su questo punto. Il problema, però, è un altro: c’è la volontà di ridurre le emissioni? Assolutamente no. Del resto, gli economisti discutono dalla mattina alla sera di come aumentare il Pil e di come includere nella corsa ai consumi il maggior numero di individui (lo si fa per aiutare i poveri, si dice, ma ci crede ancora qualcuno?). Ogni volta che c’è da prendere una decisione (agribusiness o agricoltura contadina? Tanto per dirne una) la politica e l’economia si schierano compatte sulla scelta più energivora e dissipatrice. Non capisco quindi di cosa si stia parlando. O l’economia prende seriamente il problema delle esternalità e la smette di predicare un mondo dove 6 miliardi di persone possono vivere e sprecare allegramente come occidentali, o si continua a fare economia nel XXI secolo con gli strumenti concettuali di due secoli fa.

  4. Francesco

    Il modo con cui il cambiamento climatico viene trattato è ridicolo. Abbiamo veramente intenzione di fare qualcosa? Sembra di no, ahimé. I discorsi sull’aumento del PIL sono assolutamente inascoltabili. Sarebbe ora di far pagare i veri costi dell’uso dei combustibili fossili a tutti: imprese e consumatori. E i costi dovrebbero includere tutti ma proprio tutti gli effetti dell’uso di tali combustibili: sversamenti in mare, inquinamento, suburbanizzazione, etc. L’italiano medio, di fronte al paventato aumento di 60 centesimi sul costo della benzina, non fa una piega: piuttosto mangia scatolame, ma l’auto non la molla.

  5. marco

    Il riscaldamento globale forse è realmente in atto, ma in misura non diversa da epoche storiche. Non è invece assolutamente dimostrato che l’eventuale riscaldamento sia di origine antropica. Purtroppo una mezza bugia ripetuta da ambienti politicamente corrotti viene ripresa e amplificata dai media sempre più superficiali, mentre 30.000 scienziati di tutte le discipline la contestano vivacemente (vedi il contro rapporto dell’Nipcc). Il pericolo è che si sprechino risorse ingenti invece di affrontare il gravissimo problema di un pianeta sempre più affollato da popolazioni che consumano sempre di più.

  6. fabrizio

    Dove si possono trovare questi due articoli? Sto svolgendo una tesi sulle politiche incentivanti al fotovoltaico e magari questi due articoli potrebbero essermi utili. Qualche suggerimento? Ocse (2009), "The Economics of Climate Change Mitigation", Parigi e A. De Serres, F. Murtin e G. Nicoletti (2010), “A Framework for Assessing Green Growth Policies”, OECD Economics Department Working Papers, No. 774.

  7. Ruggero Revelli

    Le pseudoteorie che propagandano il c.d. riscaldamento globale sono ridicole. L’evoluzione del clima sulla terra nel corso di milioni di anni, attraverso grandi e piccole glaciazioni, evidenzia che l’uomo, piaccia o non piaccia, nulla può fare e influire su tali fenomeni. E’ una grande mistificazione di origine strettamente politica che ha trovato solo in Europa qualche "interessato" propagandista. Cina e India ridono ancor oggi per l’accordo di Kyoto, anche loro hanno firmato,ma solo l’Europa paga!

  8. salvatoregiardiello

    ..scusate se mi inserisco in questa dotta commentazione, ma vorrei modestamente dire anche la mia che capita a puntino. E’ possibile invertire la rotta del cambiamento climatico se questo dipende da fattori immessi dall’uomo. Basta passare dal progetto alla realizzazione dell’Ecomotor e, oltre a risolvere il problema energetico, si combatte anche l’inquinamento atmosferico a totale beneficio dell’ambiente. A mo di esempio per far capire di che si tratta, cito la lievitazione magnetica e l’applicazione ai treni meglav, lo stesso principio di funzionamento e sfruttato per l’Ecomotor nel quale la componente magnetica artificiale ci consente di ottenere energia del tutto gratis per autotrazione o per la produzione di energia elettrica. Lo so e’ un po’ duretta da mandare giu’, data la proveninza, ma, come dice Giovanni Caprara nel suo saggio che parla dei grandi inventori, non tutti poi vengono da centri di ricerca o giu’ di la’. Per garantirci un futuro dal cielo piu’ azzurro e un mondo piu’ pulito promuovete l’Ecomotor. Da Piedimonte Matese Giardiello Salvatore

  9. luca

    Ciao amici della voce, sono un giovane economista ambientale che da anni dedica i propri studi e il proprio tempo a cercare soluzioni a queste tematiche da voi dibattute in tutte le salse…la mia conclusione è che per questi problemi non esistono soluzioni economiche ingegneristiche fisiche o ecologiste..il problema è di natura psicologica! Sento ancora tante persone parlare come alcuni autori di questi infelici commenti! a cosa vuol dire il riscaldamento globale non esiste? O peggio che ci sono dei maniaci che diffondono paura per ricavarci pubblicità e fama? Dalle parti mie (pianeta Terra) gli effetti climatici sono talmente palesi ed evidenti che è ridicolo pensare il contrario, e poi nessuno può negare che l’impatto invaso e continuativo che le attività antropiche hanno esercitato negli ultimi due secoli in particolare hanno sconvolto gli equilibri ecologici e quindi allo stesso problema la erra non è in grado di dare le stesse risposte perchè è indebolita e depauperata delle sue risorse…

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