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La strada stretta dei tagli di bilancio in Europa

La febbre dei tagli di bilancio si sta diffondendo rapidamente in tutti i paesi europei. E’ un esperimento politico-sociale senza precedenti: l’Europa nel suo complesso riduce la spesa pubblica anche a fini sociali. Ma se i tagli di oggi non si traducono in riforme strutturali avranno solo effetti temporanei sulla spesa. Se invece diventano riforme strutturali, potrebbero essere meno recessivi di quanto temuto.

Come titola BusinessWeek, la febbre dei tagli di bilancio si sta diffondendo rapidamente in tutta Europa. La maggior parte dei paesi europei ha già annunciato un totale provvisorio di 120 miliardi di tagli ai loro bilanci pubblici per far fronte al rapido accumulo di debito pubblico, originato nel 2008-09 dalle risposte fiscali alla grande recessione dopo il fallimento di Lehman.

I TAGLI IN EUROPA: UN RIASSUNTO

Che dovesse esserci una fine delle politiche di espansione fiscale degli ultimi diciotto mesi era previsto. Per molti mesi, la frasetta sulla necessità del passaggio a una “exit strategy” ha sempre fatto capolino nei documenti ufficiali, ma non era mai stata associata a niente di operativo. Con la crisi greca sono emerse alcune falle nel disegno costituzionale dell’’euro, i mercati finanziari hanno perso fiducia nell’’euro e hanno cominciato a scommettere sull’’eventualità di una fine dell’’Unione. A quel punto, è diventato più urgente riportare i bilanci pubblici verso una situazione di normalità fiscale -– con bassi deficit e rapporti debito-Pil in discesa –- uscendo dall’’emergenza in cui la crisi 2008-09 li ha fatti entrare. La novità del mese di maggio 2010 è che i piani di aggiustamento fiscale in discussione sui media e nelle aule dei Parlamenti di tutta Europa implicano una correzione molto più rapida degli squilibri fiscali accumulati durante la crisi.
La maggior parte dei tagli che sono stati messi in cantiere fino a questo momento riguardano i prossimi due anni (2011-12), il periodo di tempo su cui un impegno politico può essere preso sul serio. Si tratta soprattutto di tagli alla spesa pubblica. Si parla di riduzioni di spesa per 15 miliardi in Spagna, che si aggiungono a un impegno ancora più oneroso per altri 50 miliardi di correzione del bilancio preso solo nel febbraio 2010. Si parla di una riduzione di altri 30 miliardi in Grecia, che si aggiungono ad altri cinque piani analoghi intrapresi negli ultimi cinque mesi. Piani fiscali di entità assoluta inferiore (rispettivamente per 3 e 1 miliardo) sono stati avviati a Dublino e Lisbona. Anche in questi casi si tratta di un terzo e un secondo round di misure di tagli dei bilanci pubblici volti a correggere l’’esplosione dei deficit pubblici in quei paesi. Questo per stare solo ai Pigs conclamati.
Ma anche paesi non ritenuti a rischio di default o con la necessità di accelerare le loro exit strategy, stanno varando i loro tagli. Il nuovo governo conservatore inglese di David Cameron ha approvato una riduzione della spesa pubblica di 7 miliardi di euro solo per il 2011. Il piano doveva essere anche più significativo. Ma poi, all’’atto pratico, anche i conservatori inglesi hanno incontrato difficoltà ad attuare le riduzioni della spesa sociale che avevano sbandierato in campagna elettorale per distinguersi dai laburisti. E così la sanità è rimasta fuori dai tagli, come anche le scuole. In più, il governo inglese ha confermato il budget per la difesa e per gli aiuti pubblici allo sviluppo.
Il governo francese ha approvato tagli per 5 miliardi, con misure per altri 95 miliardi da discutere nelle settimane a venire. E anche il governo di Angela Merkel si è impegnato su un programma di austerità che implicherà tagli di spesa per 10 miliardi di euro l’’anno fino al 2016. Il piano della signora Merkel farà cadere la scure soprattutto sui sussidi statali, compresi quelli ai disoccupati e altre forme di assistenza ai poveri. Ma la correzione del bilancio obbligherà anche a un rinvio nel tempo del progetto di riduzione delle imposte su cui la maggioranza di centro-destra (soprattutto nella componente liberale del ministro degli Esteri e leader del Partito liberaldemocratico Westermeier) ha vinto le elezioni tedesche. Il progetto è stato legato a un disegno di vincolare il deficit strutturale a non superare lo 0,35 per cento del Pil dal 2016 in poi.
È in questo quadro che sono maturati i 24 miliardi di riduzione di spesa (soprattutto sugli enti locali e sui dipendenti pubblici) e aumento delle entrate (attraverso un recupero di gettito dall’’evasione fiscale e senza l’’introduzione diretta di nuove tasse) che sono al centro del dibattito politico in Italia. La correzione del bilancio, se attuata nell’’entità annunciata, dovrebbe ridurre il deficit pubblico al 4 per cento circa nel 2011 e al 3 per cento circa nel 2012, con due anni di anticipo rispetto a quanto programmato inizialmente. Malgrado Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti si siano elogiati vicendevolmente come “salvatori dell’’euro” per aver contribuito a raggiungere un accordo sul pacchetto di salvataggi alla Grecia, non si può fare a meno di ricordare l’’ammissione di Gianni Letta: “Stiamo riducendo la spesa pubblica per allontanare dall’’Italia lo spettro del rischio Grecia”. Non è dunque solo il desiderio di imitare una moda europea che spinge il governo italiano a tagliare anche la nostra spesa pubblica.

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I PROBABILI EFFETTI DEI TAGLI DI SPESA

Stiamo assistendo a un esperimento politico-sociale senza precedenti. Per la prima volta l’’Europa nel suo complesso sta riducendo la spesa pubblica, che era sempre aumentata nei decenni precedenti soprattutto nella sua componente di trasferimenti a fini sociali: pensioni, assistenza alla disoccupazione e ai meno abbienti.
In molti paesi, i tagli di spesa hanno riguardato soprattutto gli stipendi del pubblico impiego e il mancato rinnovo dei contratti come anche la non riassunzione dei lavoratori a tempo determinato. La motivazione addotta è stata che esistevano (o esistono) ampi margini di spreco o di rendita nel settore pubblico. La riduzione degli stipendi dovrebbe quindi portare all’’eliminazione degli sprechi senza pregiudicare l’’offerta di servizi pubblici connessa con l’’erogazione di questi redditi. Un’’altra delle ragioni indicata a giustificazione della riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici è che questi hanno goduto – dopo tanti anni di vacche magre di un trattamento privilegiato durante la crisi, data la relativa sicurezza del loro posto di lavoro rispetto ai loro colleghi del settore privato. Ma la sensazione è che i piani di riduzione della spesa siano solo all’’inizio e che nei vari paesi si andrà oltre, verso le cosiddette “riforme” (delle pensioni, della sanità, dell’’istruzione, dell’’università) che potrebbero modificare le procedure e i meccanismi di formazione della spesa. Per ora tutto ciò è rinviato al futuro (con la parziale eccezione della Francia). Ma senza il passaggio dalla chiusura del rubinetto della spesa alle riforme è presumibile che gli attuali tagli di spesa sortiscano solo effetti temporanei e che quindi finiscano per rappresentare dei fuochi di paglia, magari forieri di conflitto sociale, ma privi di efficacia in termini di dinamica della spesa pubblica sul più lungo termine.
Il timore più frequente a fronte dei tagli di spesa è il loro potenziale effetto recessivo. In una fase in cui la ripresa dell’’economia procede con gambe malferme, ridurre il reddito di una delle fonti di domanda stabile durante la crisi (cioè i dipendenti pubblici) potrebbe limitare ulteriormente la propensione a consumare delle famiglie (almeno delle famiglie dei dipendenti pubblici), propensione già messa a dura prova per i lavoratori privati dall’’aumento dei tassi di disoccupazione sperimentato nel 2009. Da qui il temuto effetto recessivo.
Non è tuttavia necessario rassegnarci all’’idea che riduzioni della spesa pubblica producano rilevanti effetti recessivi. Negli anni Ottanta, proprio in Irlanda e in Danimarca ampie riduzioni di spesa, dopo un breve periodo iniziale di contrazione dell’’attività economica, hanno portato a una significativa crescita economica per un consistente numero di anni. Potrebbe accadere anche adesso, se la riduzione della spesa pubblica associata con le modifiche nella modalità di funzionamento dell’’Unione riuscirà a scongiurare il rischio di un fallimento dell’’euro e dell’’Unione monetaria. È dalla fiducia nel futuro ancora più che dalle variazioni del reddito disponibile che dipende la crescita economica di più lungo periodo.

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16 commenti

  1. annamaria simonazzi

    Mi limito a 3 punti: 1. Se il problema sono gli sprechi, attraverso quale meccanismo una riduzione generalizzata (e non selettiva) degli stipendi pubblici ridurrebbe gli sprechi? 2. Si dice che i dipendenti pubblici hanno goduto, a differenza di tutti gli altri lavoratori, di una protezione del posto di lavoro. Dunque li puniamo con tagli di stipendio? Non vogliamo vedere anche i salari relativi? quelli di alcuni dipendenti pubblici, per esempio degli insegnanti, non mi pare che fossero particolarmente elevati. Non sarebbe più semplice dire che gli stipendi pubblici erano i soli che si potevano tagliare per decreto? 3. Effetti recessivi delle manovre. Capisco il lodevole intento di iniettare fiducia nel futuro, ma non è fuorviante suggerire che manovre recessive condotte simultaneamente da paesi non proprio marginali come Francia, Spagna, Italia, Germania possano avere gli stessi effetti non recessivi di manovre condotte da un solo paese, specie se non propriamente grande come Danimarca e Irlanda? Tanto più che le analisi dei due esempi di "effetti non keynesiani" di manovre fiscali restrittive hanno sottolineato il ruolo svolto dalle esportazioni nel sostenere la ripresa.

  2. Marco

    … E basata sul classico paradigma riduzione spesa pubblica = ripresa economica. Quasi risibile la speranza finale che dopo tutta la macelleria sociale la recessione possa essere meno forte del temuto. E’ prevedibile quindi un effetto recessivo, debole o forte che sia. E poi: ma se le riforme diventano strutturali la crescita da chi o cosa viene guidata, dalla finanza e dall’indebitamento privato, fino allo scoppio della prossima bolla? Saluti.

  3. gz

    Condivido l’idea che si tratta di una manovra coordinata per cercare di riportare la fiducia in Europa. Un appunto pero’. Contrariamente a quanto affermato nel testo, il percorso di rientro dal deficit eccessivo non è stato modificato in Italia, in Francia, e neanche in Germania. I numeri di deficit per il 2011 e 2012 per l’italia sono gli stessi di quelli già pubblicati nei documenti ufficiali precedenti per esempio. E’ vero che Portogallo e Spagna accelerano il percorso nel 2010 e 2011, ma anche in questi casi l’obiettivo rimane invariato – e cioè di portare il deficit sotto il 3% nel 2013 (nel caso poi della Grecia si è deciso di rallentare il percorso portando al 2014 la data per il rientro dal deficit eccessivo)… Dove sta tutta questa innovazione, se non nel fatto che vengono dettagliate le misure? Il deprezzamento dell’euro mi sembra la vera news degli ultimi giorni, e tutto sommato positiva, sulla crescita 2011… Per quanto riguarda la qualità delle misure mi sembra sufficiente a prima vista, e come impostazione generale, ma naturalmente bisognerebbe leggere le misure nel dettaglio.

  4. Alessandro Pagliara

    Per ridurre il peso dello stato non si può tagliare, perché questo volente o nolente provoca una contrazione dei consumi. I governi democristiani, invece, molto più intelligentemente chiedevano alla Banca d’Italia di svalutare la moneta, perché "i politi di allora" che veramente tenevano al popolo (nel senso più ampio possibile) sapevano che la moneta è uno strumento per creare ricchezza e non la ricchezza stessa! Ma l’euro non l’ha fatto il popolo europeo, ma i banchieri europei che naturalmente voglio essere ricchi solo per il fatto di avere i soldi… Ma secondo voi se avvisiamo che tra 3 mesi la moneta viene svalutata, le banche non sarebbero costrette a far costruire ricchezza con i soldi che hanno nei forzieri ? A che serve avere i tassi al minimo se poi le imprese devono ridurre i prezzi per vendere? Il peso dei debiti delle imprese e degli stati non aumenta? Non mi sembra un ragionamento complesso…ma si vede che i politici di oggi non hanno nemmeno un’unghia di quelli di 40-50 anni fa che senza soldi hanno costruito uno stato intero: telefono, luce, autostrade, ferrovie, porti, case, imprese… Ora pensano solo a finanziare se stessi e i giornali di famiglia.

  5. Manuela

    Personalmente, non comprendo come mai fino a pochi mesi fa il Governo ripeteva che la situazione economica del Paese era sotto controllo, che si stava uscendo dalla crisi e che l’Italia aveva "tenuto" rispetto ad altri Paesi in cui si erano registrati maggiori tassi di disoccupazione e riduzione del PIL (forse perchè erano cresciuti di più?). Guarda caso, le ripetute rassicurazioni si svolgevano alla vigilia delle elezioni regionali! Ora, improvvisamente (!) occorre mettere mano ai conti, introdurre misure di rigore e altro. Allora sorgono spontanee delle domande: 1) Premesso che sono del parere che se occorre fare dei sacrifici, è giusto che le categorie che hanno maggiore sicurezza del loro posto di lavoro, vi concorrano (vd. dipendenti pubblici), mi chiedo però se sia possibile fare concorrere anche le banche, le assicurazioni, gli evasori fiscali? 2) Non sarebbe doverso pensare ad interventi strutturali volti a favorire la crescita (per esempio, riduzione del costo del lavoro, velocizzazione dei tempi del processo civile)? 3) E’ possibile operare tagli selettivi della spesa pubblica? 4) Come recuperare il costo, che grava sulle spalle di noi cittadini, della corruzione?

  6. Iacopo F.

    Perchè questo Governo non prova a fare queste semplici cose: 1) Soppressione delle province e di tutti i comuni sotto i 1.500 2) Riduzione delle auto blu del 90% (stesso numero della media UE) 3) Riduzione numero dei parlamentari ed abolizione dei doppi incarichi 4) Penale sull’evasione fiscale pari al 100% (tutti i soldi recuperati diventano dello Stato) 5) Applicazione delle leggi vigenti con inasprimento dei controlli in tutti i settori. Perchè nessuno nei talk show (economisti compresi) non dice a politici di fare queste semplici cose? Un saluto. Con stima, Iacopo.

  7. Andrea G

    Si fa un gran parlare di debito pubblico insostenibile per il nostro Paese, ma nessuno ha mai il coraggio di individuare una soluzione sostenibile al problema , a parte le solite tiritere dell’economista di turno. A questo proposito vorrei avanzare una modesta proposta . 1) Contributo " forzoso" su tutti i redditi secondo aliquote progressive dall’1 al 10% da convertire in titoli di stato fruttiferi e redimibili dopo un congruo periodo di tempo. Le condizioni dovrebbero essere modulate in relazione alle effettive necessità di riduzione del debito. 2) Incremento delle entrate fiscali attraverso accelerazione della dismissione di beni pubblici, aumento dei canoni di concessione su beni demaniali (vedi scandalo degli stabilimenti balneari) e rigide misure fiscali come la tracciabilità dei pagamenti a partire da 100 euro (proposta Visco l’unico economista che abbia tentato questa soluzione e infatti…) 3) Emanazione di una nuova legge sanzionatoria dell’evasione fiscale sul modello di quella Usa o di altro Paese civile tipo la Germania : ci sarebbe da ridere ! 4) Tagli selettivi alle spese dello Stato (manca lo spazio per ulteriori specificazioni)

  8. Massimiliano Bratti

    Riguardo a "La motivazione addotta è … La riduzione degli stipendi dovrebbe quindi portare all’eliminazione degli sprechi senza pregiudicare l’offerta di servizi pubblici connessa con l’erogazione di questi redditi.", la tesi è tutta da dimostrare. Infatti, sarebbe interessante analizzare gli effetti futuri che si avranno sulla "qualità" dei servizi pubblici. Sicuramente l’occupazione nel settore pubblico diventerà meno attraente per i soggetti più capaci e produttivi, e questo dovrebbe avere anche delle ripercussioni sulla qualità dei servizi erogati e sulla crescita aggregata. Tagli indiscriminati semmai agevoleranno "i fannulloni" (o piu’ correttamente i meno produttivi), coloro che hanno la vera "rendita" intesa come qualcosa di non meritato, i quali "non volendo sbattersi" andranno e resteranno (negative self-selection) laddove non li si colpisce/valuta e dove le conseguenze della loro bassa produttività vengono ripartite su tutti gli occupati: il settore pubblico. Il discorso non vale per tutti i servizi, ma per molti dove il "fattore umano" conta (non ultimo quello dell’istruzione) credo un effetto negativo ci sarà.

  9. Paolo Guglielmetti

    Buongiorno, riguardo ai commenti precedenti… Basta con questa storia che gli insegnanti sono pagati poco! Sono anche io laureato e lavoro nel privato. Ma veramente è convinta che gli stipendi nel privato siano più alti ? Venga un po’ a vedere le buste paga, consideri le ore di lavoro che si fanno, ci aggiunga il rischio "posto di lavoro" che è implicito nel lavorare nel settore privato e mi dica chi si trova nella situazione migliore. Altra cosa è dire che è scandalosa la situazione di precariato di tanti (troppi) insegnanti e la mancanza assoluta di chiarezza e stabilità nelle regole di assunzione degli insegnanti. O la scarsità delle risorse dedicate alla istruzione. Su questi punti è necessario lottare per una migliore qualificazione, anche per attirare tutti quei laureati a cui magari insegnare non dispiacerebbe ma che, vista la incomprensibilità ed incertezza nelle regole delle assunzioni, preferiscono dedicarsi ad altro.

  10. PDC

    L’Italia ha già tutto il deficit che si poteva permettere, ed anche parte di quello che non si poteva permettere. Inoltre mi pare naturale che i dipendenti pubblici vengano chiamati a condividere i costi di una crisi che al momento sta colpendo principalmente i settori di prima linea dell’economia, in particolare l’industria. D’altro canto è vero che la riduzione della spesa pubblica avrà sicuramente un impatto recessivo, ed in ogni caso sarebbe meglio poter riallocare le risorse in modo più produttivo piuttosto che tagliare dei servizi. Un confronto tra Germania e Italia porta a farsi l’idea che sia pensabile la riduzione di un 20% circa della spesa per il pubblico impiego senza incidere sui servizi, con un risparmio dell’ordine dei 30 miliardi di euro. Miliardi che potrebbero essere in parte utilizzati per nuovi investimenti, in parte allocati a riduzione del deficit. Un’ azienda privata seria lo avrebbe già fatto, ma è vero che i dirigenti non sono eletti dai dipendenti…

  11. paolo

    La nuova manovra finanziaria del Governo, è la fotografia di un ceto politico che si fonda sui sondaggi e su una leadership a forte carica populista, che promette le riforme e poi non le fa per accontentare tutti. http://francescoprina.blogspot.com/2010/06/le-bugie-hanno-le-gambe-corte-2-puntata.html

  12. eustaki

    Gentile daveri, un euro debole non dovrebbe favorire l’export? Quindi il nostro paese potrebbe essere avvantaggiato come durante il boom del made in italy degli anni ’80 e scongiurare effetti recessivi dei tagli. Inoltre, una buona parte della manovra riguarda la lotta all’evasione. Come giudica le misure adottate in tal senso? Infine, la lotta all’evasione potrebbe avere ricadute a valle sui consumatori?

  13. fabrix

    E` probabile che il fondo della crisi dobbiamo ancora toccarlo. Si accettano scomesse quando avverrà. Personalmente faró una riduzione di circa il 10% della mia spesa mensile.

  14. Giovanni

    In una economia avanzata come è quella italiana le riforme strutturali sono definite dai mercati di concorrenza, al contrario in Paesi in via di sviluppo è lo Stato che definisce le linee guida di riforma attraverso la spesa pubblica data l’assenza di concorrenza di mercato. Comunque la spesa pubblica dovrebbe garantire i più deboli, salvaguardare l’occupazione in particolare quella dei giovani.

  15. cardelio pedrana

    Dai 380.000 fucili del senatore Bossi e passato a 10 milioni di citadini pronti a difendere lil fedralismo fiscale di fatto il preludio della secessione leghista. Sul problema dei numeri il primato aspetta al Governatore della reglione Lomardia Formigoni che con una sua intevista del 31 di maggio c.a messo in chiaro la sua posizione istituzionale quale maglia rosa di presidente della regione piu virtruosa dell’Italia alla quale bastano 3.000 dipendenti per amministrare 10 milioni di cittadini. A mio avviso questi dati devono essere aggiornati dal Sistema di gestione terrioriale perche i 10 milioni di cittadini fanno capo a 1546 comuni lombardi e con gli 8100 comuni italiani potrebbero operare secondo l’art. 5 della costituzione assumendo le funzioni istituzionali economiche e finanaziarie attualmente affidate alle 20 regioni italiane con un risparmio di decine di miliardi di euro annuali questo e il problema del debito pubblico e della D.L. manovra del ministro tremonti e dei 24 miliardi che non si sono ma che li puo travare nei Enti Locali i Comuni. Rifomando il sistema gestionale dello Stato.

  16. Diego Carrara

    Senza spesa pubblica i paesi europei più importanti sono destinati ad alimentare gli effetti recessivi. In Italia oltre il 50% del Pil dipende dalla spesa pubblica. Inoltre quel po di equità, sociale ed economica, esiste proprio grazie a investimenti e spese nella sanità e nel welfare che fanno le regioni. Inoltre le riforme, cosidette, penalizzano sempre i redditi più bassi che poi sono quelli che hanno la maggiore propensione al consumo e che potrebbero, se non penalizzati, sostenere almeno in parte la ripresa. Inoltre i tagli agli investimenti, alle principali strutture pubbliche e private del paese, chiamate riforme, finiranno per deprimere ancora di più la fiducia nel futuro che va di pari passo con la speranza che il proprio reddito possa, in un futuro troppo lontano, crescere. La strada dei tagli lineari, o selvaggi che dir si voglia, non porta da nessuna parte o meglio porta verso una società ingiusta e sempre più ineguale, con qualche serio rischio per la democrazia. E’ questo che vogliamo?

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