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Un condono “ad aziendam”?

Nella lettera inviata al presidente del Consiglio e ai presidenti di Camera e Senato al momento della promulgazione del decreto legge “incentivi” (n. 40/2010)  il presidente Napolitano esprime, fra gli altri, “dubbi in ordine alla sussistenza dei presupposti di straordinaria necessità ed urgenza” per alcune nuove disposizioni introdotte, con emendamento, nel corso del dibattito parlamentare.
Si riferisce esplicitamente anche al comma 2-bis dell’articolo 3.
Questo comma prevede due modalità di rapida definizione delle controversie tributarie pendenti da oltre dieci anni e per le quali l’amministrazione finanziaria è risultata soccombente nei primi due gradi di giudizio. Una di queste (lettera b)) prevede che  il contribuente possa estinguere la controversia che lo riguarda, pagando un importo pari al 5 per cento del suo valore (riferito alla sola imposta oggetto di contestazione in primo grado, senza tenere conto  degli interessi, delle indennità di mora e delle eventuali sanzioni).
Ci ricorda Napolitano che “la finalità dichiarata, in sé apprezzabile, di assicurare la durata ragionevole dei processi è contraddetta dall’assenza di qualsiasi disposizione a regime diretta alla semplificazione ed abbreviazione del contenzioso tributario”.
La norma infatti consiste unicamente in una sanatoria di situazioni in essere, a cui avranno interesse ad aderire solo coloro che hanno ragionevole timore di perdere in Cassazione (pur avendo vinto nei due gradi precedenti).
Perché è stata riproposta, dopo che era stata già fermata una volta al momento della discussione della legge finanziaria? Chi ne avvertiva l’’urgenza? A chi giova?
E’ un dato di fatto che le condizioni richieste per accedere alla sanatoria si attagliano alla perfezione – a un importante contenzioso pendente in Cassazione – che riguarda la Mondadori, dal valore stimato in circa 200 milioni di euro.
Sarà per questo che la norma è stata ribattezzata “lodo Cassazione”?

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Dilettanti allo sbaraglio sulla non autosufficienza

  1. girolamo caianiello

    Non so se la situazione attuale sia mutata rispetto agli anni ottanta, in cui risultava che il grosso delle somme oggetto di contestazione fosse concentrato su un numero molto ridotto di casi. Se ancora così fosse, mi chiedo se sia tuttora in vigore la norma, emanata all’epoca, che prescrisse di trattare con precedenza su tutte le altre le controversie di valore superiore a 100 milioni di allora, assicurandone così la più rapida definizione.

  2. Giuseppe

    Esiste: art. 30 C. 2, D.Lgs. 546/1992 "Almeno una udienza per ogni mese e per ciascuna sezione e’ riservata allatrattazione di controversie per le quali l’ammontare dei tributi accertati e delle conseguenti soprattasse e pene pecuniarie non sia inferiore a cento milioni di lire. […]".

  3. bellavita

    Almeno, sul lodo Cassazione, qualcuno protesta. Ma sul fatto che nella finanziaria manchi l’asta per i nuovi canali derivanti dal digitale terrestro, che in altri paesi UE son valutati almeno 6 miliardi, un quarto della finanziaria, non parla nessuno. In che paese siamo?

  4. alberto

    Dovrò leggervi con più attenzione: a suo tempo mi era sfuggita.

  5. Roberto A

    "Grazie ad una legge "ad aziendam" da noi da tempo denunciata, la Mondadori della famiglia Berlusconi chiude una vertenza con il fisco pagando 8,6 milioni anziché 350 milioni. Oltre al palese conflitto d’interessi c’è una pesante riduzione delle entrate in un momento in cui occorre diminuire il debito pubblico". Non vi pare una falsità aver scritto in homepage una frase simile? Pesante riduzione delle entrate a questo proposito? Ma se ancora la vertenza era aperta e chissà quando sarebbe stata chiusa….al contrario sono entrati 8,5 milioni di euro e non c’era nessuna certezza, anzi forse al contrario, visti i due gradi di giudizio favorevoli alla Mondadori non sarebbe entrato proprio niente. Occorre trattare argomenti cosi’ delicati con un po’ di serietà e senza pregiudizi. Le aziende si sa preferiscono la certezza e quindi ecco la convenienza a pagare 8 milioni di euro e chiudere la vertenza piuttosto che portarla avanti chissà ancora per quanti anni. D’altronde si tratta di casi in cui ci sono stati già due gradi di giudizio favorevoli, non certo situazioni che ancora non sono state trattate. Quindi scrivere che lo Stato rinuncia a centinaia di milioni mi pare intellettualmente disonesto.

  6. Giampaolo Marchi

    Basterebbe introdurre legislativamente che qualora l’erario inizi una causa rivendicando tributi e/o imposte non pagati e alla fine dei diversi gradi di giudizio risulti soccombente, sia automaticamente costretto a risarcire il contribuente con il medesimo importo inorigine da lui preteso. Chi sbaglia paga. Se il contribuente è un evasore che paghi sino all’ultima lira; ma se è lo stato a "perseguitarlo" ingiustamente che sia lo stato a ripagarlo con eguale indennizzo. La norma andrebbe estesa a tutti quegli enti pubblici che non facendo il loro lavoro in maniera corretta emettono migliaia di cartelle pazze obbligando anche i corretti a dover perdere tempo e denaro.

  7. AM

    Non discuto sull’intervento del legislatore, ma sulle critiche mosse alle imprese che utilizzano questo strumento. Tenendo conto dei rischi che pur permangono in ogni grado di giudizio, penso che ogni amministratore dotato di un minimo di razionalità e di responsabilità debba optare per il condono nell’interesse degli azionisti e per la sopravvivenza della stessa impresa anche se crede fermamente nella correttezza del comportamento dell’impresa verso opportunità il fisco. Diverso è invece il caso di persone fisiche dove possono prevalere altri comprensibili fattori rientranti nella sfera dei sentimenti.

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