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LA PRODUZIONE INDUSTRIALE AI MASSIMI. ANZI, NO.

Lo spazio, come il tempo, è tiranno e quindi capita che i titoli dei giornali e dei tg offrano drastiche semplificazioni della realtà. Sarebbe meglio che la semplificazione aiutasse i lettori a capire che la crescita è ricominciata ma che la fine del tunnel è ancora lontana, anziché alternare titoli catastrofici e messaggi rassicuranti a seconda dei giorni. Ecco un esempio sui dati di produzione industriale. Dei problemi dell’informazione si discuterà al prossimo Festival dell’Economia di Trento.

Chi ci capisce è bravo. Dagli industriali avevamo inteso che l’industria italiana era in difficoltà, tanto in difficoltà che, alle cosiddette assise della Confindustria svoltesi a Parma in aprile la sua presidente, Emma Marcegaglia, si era rivolta in modo reiterato e quasi accorato al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, perché la politica facesse le riforme per ritornare alla crescita (o per uscire dal declino, a seconda dei punti di vista).
Capita poi che l’Istat pubblichi i dati sulla produzione industriale relativi al mese di marzo 2010. A questo punto Il Sole-24Ore on-line del 10 maggio titola, quasi festosamente: “La produzione industriale cresce del 6 per cento a marzo; ai massimi dal 2006”. Lo stesso fa il Tg1 nell’edizione delle 20: “Produzione industriale ai massimi dal 2006”. Ma insomma l’industria italiana è in difficoltà oppure no? Ha bisogno degli incentivi varati per decreto dal governo poco dopo Pasqua oppure no? Ci vogliono le riforme per far ripartire l’Italia o possiamo andare avanti come abbiamo fatto finora, “de tacco e de punta”, affidandoci alle punte di diamante del manifatturiero di cui parla sul Sole-24Ore Marco Fortis e all’esercito delle partite Iva? Non sono irrilevanti domande da accademici, ma questioni cruciali per la politica economica.

“Produzione industriale: +6% a marzo; AI MASSIMI DAL 2006”

Provo a spiegare che cosa si capisce (che cosa capisco) dai dati disponibili, a partire dal grafico sulla produzione industriale mensile. I dati sono destagionalizzati. Vuol dire che i dati grezzi – quelli misurati dalle aziende tutti i mesi e che oscillano tremendamente di mese in mese perché una volta c’è Natale, un’altra volta c’è Pasqua e un’altra volta ancora ci sono le ferie estive – sono corretti con metodi statistici che depurano da vacanze e simili. La serie nel grafico è dunque quella depurata. I dati sono quindi in linea di principio confrontabili mese per mese, a patto che i metodi statistici di destagionalizzazione non ci inducano in errore (1).La serie nel grafico è dunque quella depurata, ed è quindi in linea di principio confrontabile mese su mese, a patto che i metodi statistici di destagionalizzazione non ci inducano in errore.
Il grafico mostra che, in effetti, nel marzo 2010, il dato della produzione industriale in Italia è in crescita del 6,6 per cento rispetto al valore che aveva assunto nel suo punto di minimo durante la crisi, cioè nel marzo 2009. Nel marzo 2009 l’indice della produzione industriale era sceso a 80 circa dal suo punto di massimo di 108,3 dell’aprile 2008 ed è ora risalito a 85,5 circa (per la precisione: 85,7 in marzo). Siccome 85,7 diviso 80,4 dà 1,066, ecco spiegato il titolo festoso del Sole-24Ore e del Tg1.

Poi da capire c’è l’altro pezzo del titolo: “… ai massimi dal 2006”. Da quello che si vede dal grafico, la produzione industriale è ben al di sotto non solo dei valori 2008, ma anche del valore medio del 2005 (pari a 100), a sua volta inferiore a quello medio del 2006 (non riportato nel grafico). Che cosa vuole dire dunque quel titolo? Vuol dire che l’aumento registrato nel marzo 2010 è il più grande dal 2006 “in termini tendenziali”, cioè rispetto ai dodici mesi precedenti (ovvero rispetto al marzo 2009). Ma se pensiamo che dall’aprile 2008 al marzo 2009 abbiamo avuto la crisi peggiore degli ultimi ottanta anni si capisce che migliorare rispetto al punto più basso della crisi è stata la parte facile. La parte difficile verrà nei prossimi mesi quando pian piano l’industria italiana dovrà migliorare i suoi dati rispetto ad un livello iniziale meno basso.

UN RIASSUNTO INCOMPLETO

Nel complesso il titolo del quotidiano fa un riassunto incompleto e non aiuta a capire le difficoltà dell’industria italiana di oggi.
Per due ragioni. La prima ragione è che 85,7 rispetto a 108,3 vuole pur sempre dire 23 punti di produzione industriale in meno. Meno automobili, meno cucine, meno chili di pasta prodotti in Italia. E siccome il numero di occupati nel settore industriale dipende da quante automobili, cucine e chili di pasta produce l’industria italiana, questo vuol dire che nell’industria italiana c’è oggi bisogno di parecchi lavoratori in meno che nell’aprile 2008. Il che spiega come mai il tasso di disoccupazione è salito fino all’8,8 per cento a partire dal 6 per cento che prevaleva prima della crisi. E la disoccupazione vuota i carrelli della spesa e quindi pesa negativamente sulle vendite (i dati della grande distribuzione indicano un preoccupante meno tre per cento su base annua per il primo trimestre 2010). Insomma, a fianco del +6,6 per cento anziché “ai massimi dal 2006” si potrebbe scrivere un -21 per cento. Meno ventuno per cento (per la precisione: -20.9%, da: (85.7-108.3)/108.3) è, infatti, la riduzione percentuale della produzione industriale rispetto al suo punto più alto raggiunto all’inizio della crisi. Sarebbe un modo trasparente di far capire ai lettori quanto lontana è l’uscita dal tunnel.
In secondo luogo, come si può vedere dal grafico, la produzione industriale è in crescita più o meno lineare dal marzo 2009, ma dal gennaio 2010 a oggi è rimasta più o meno lì a oscillare tra 85,5 e 86 (per la precisione: 85,8 in gennaio e febbraio e 85,7 in marzo), dopo che nel gennaio 2010 aveva mostrato un bel +1,9 per cento (passando da un valore di 84,2 appunto a uno di 85,8). Nonostante la relativa stagnazione di febbraio e marzo e proprio grazie al balzo di gennaio, la crescita destagionalizzata della produzione industriale del primo trimestre 2010 mostra un +1,4 per cento rispetto al quarto trimestre 2009. Tra pochi giorni l’Istat dirà se il dato del Pil trimestrale del primo trimestre 2010 riflette quello buono della produzione industriale (mostrando un dato come +0,3 o +0,4 per cento) o se invece il cattivo andamento del mercato del lavoro avrà pesato negativamente sui consumi più di quanto abbia fatto in positivo il buon andamento delle esportazioni, soprattutto di quelle extra-europee. Se di crescita si parla, è comunque una crescita lenta o molto lenta. Da cui il grido di allarme di Emma Marcegaglia a Parma.
Su internet e sui giornali e in tv, lo spazio, come il tempo, è tiranno e quindi capita che i titoli dei giornali offrano drastiche semplificazioni della realtà. Sarebbe però meglio che la semplificazione aiutasse i lettori a capire che la crescita è ricominciata, ma che la fine del tunnel è ancora lontana, anziché portare all’alternanza di titoli catastrofici e messaggi rassicuranti senza istruzioni per l’uso che creano solo disorientamento negli utenti dei servizi di informazione.

(1) Destagionalizzare soprattutto nei periodi di crisi economica non è un’operazione di routine. Nel mese di agosto 2009, l’Istat annunciava un +7% nel livello destagionalizzato della produzione industriale, con il resto dell’Europa a +0.9%. Squilli di trombe, ministri che dichiarano sollevati: stiamo uscendo per primi dalla crisi. Ora l’Istat ha rivisto le sue serie e il dato di agosto della produzione industriale mostra un -2.3% che è difficile da riconciliare con i dati pubblicati in precedenza e con l’immagine di allora di un’Italia che guida la ripresa in Europa.

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LA RISPOSTA AI COMMENTI

13 commenti

  1. Alessandro Sciamarelli

    Eh sì, caro Daveri. Purtroppo il Sole24ore una volta era un quotidiano economico che forniva analisi economiche piuttosto serie, oggi è ridotto al ruolo di amico del giaguaro governativo. Ma del resto, in tempi di recessione acuta, per la Confindustria è meglio tenersi buono chi tiene i cordoni della borsa. Ma anche ammesso che un mero rimbalzo tendenziale dal minimo storico dell’indice (marzo 2009) sia un clamoroso indicatore anticipatore della “ripresa” ( ?) è bene ricordare da dove veniamo: ripresa da che? Negli ultimi 15 anni, la crescita della produttività del lavoro in Italia è stata più bassa d’Europa, così come la crescita cumulata del Pil, che e`in recessione – e che recessione! – da 2 anni (quindi da prima della famosa crisi globale). Il Pil pro capite a parità di potere d’acquisto, fatto 100 quello EU27, era pari a 119 nel 1997 e nel 2009 è stato pari a 99.3 (il più basso dell’ex UE15, Grecia esclusa). Il debito pubblico è aumentato in soli 2 anni dal 106.1% al 115.8% del Pil (9.7 punti di Pil=145 miliardi di euro), e non può essere sostenibile senza una crescita economica decente, cosa che all’Italia manca da tre lustri. Ma naturalmente Riotta & Co. parlano d’altro.

    • La redazione

      Riotta & c. parlano anche di questo veramente. Ampio spazio è stato dato sul Sole di aprile alle tesi del Centro Studi Confindustria che parlavano apertamente delle difficoltà dell’economia italiana negli ultimi quindici o venti anni e alla necessità di ritornare a crescere. E’ solo che a volte una certa preferenza per notizie tranquillizzanti sembra fare premio su una trattazione più equilibrata, con luci ed ombre, dei problemi.

  2. Carlo

    Daveri si astiene dal dire quello che probabilmente pensa. Tremonti è in lizza per il premio del Sole anche nel 2010, sicuramente già fra i primi tre, poi si vedrà. Quindi ogni tanto bisogna dargli un aiutino. Se poi c’è modo di far dire al TG1 che lo ha detto il Sole e quindi non può che essere vero, il colpo è perfetto. Naturalmente fra un paio di giorni troveremo un trafiletto nella pagina dei commenti dove le cose verranno spiegate, ma tanto quello serve solo per tacitare la coscienza del giornalismo anglosassone alla Riotta. Auguri.

    • La redazione

      A onor del vero e a parziale difesa del Sole, va detto che la versione stampata del Sole 24 Ore conteneva un titolo molto più equilibrato. Si diceva "Italia, industria in recupero", che dà in modo conciso un messaggio corretto. Nel caso del Sole on-line, credo che si sia trattato soprattutto di un problema di "copia e incolla" affrettato dal comunicato dell’istat. Non così per il Tg1. E rimane poi il fatto che scarsa menzione è stata fatta del fatto che in febbraio e marzo la produzione industriale è rimasta sostanzialmente piatta. Citare solo il dato trimestrale è servito a tranquillizzare.

  3. loremaf

    Il punto cruciale su cui è opportuno riflettere nel nostro paese è l’autonomia e l’autorevolezza dell’informazione. Qualche altro intervento di Michele Polo richiamava dei dati su cui sarebbe opprtuno che si ci soffermasse un pò di più. Gli anni settanta sono da tutti ricordati come anni di informazione militante, invece l’informazione di questi anni sarà ricordata come servile e asservita, in giro si vedono più aste da microfono che professionisti autorevoli e seri che del proprio mestiere ne vanno fieri. Allora alcuni seri giornalisti che non si allineavano alla vulgata furono emarginati o peggio, (qualcuno addirittura ci lascio la pelle), pur di difendere la loro autonomia e autorevolezza. Di questi tempi quello che si può vedere è ben altro, perfino desolante sia in tv che sulla carta stampata, siamo inondati di servilismo e sciatteria.

  4. Maurizio

    Leggo ilSole24Ore da anni ma ormai è indecente. Non perché non parla di ciò che dovrebbe (esistenza della crisi) ma perché presenta notizie disastrose come meriti del governo e questa della crescita industriale è solo l’ultima. Anche le lodi sperticate ed indecenti al governo e ai ministri mi fanno spesso vergognare a me lettore. L’unico complimento che mi sento di fare al governo è quella di riuscire a tenere sotto controllo in maniera seria tutta la stampa economica italiana. Ci rendiamo conto che abbiamo ridotto del 20% la produzione industriale, dimesso il Ministro delle attività produttive, aumentato il deficit ed il debito a livelli insostenibili, fatto un ennesimo condono scudo fiscale, raggiunto il record di pressone fiscale in Europa, e ci sono tutti i giornali economici impegnati a tessere le lodi di questo a quel ministro? Ho paura che i rappresentanti delle parti sociali siano anche loro più impegnati a sistemare le cose di proprietà che a rappresentare le esigenze delel diverse categorie. Se Berlusconi con la politica si è fatto un regno io rappresentando gli industriali o i commercianti o i lavoratori non ci devo guadagnare nulla? Un appaltino, una concessione

    • La redazione

      Vedere le risposte a Carlo Zappia e Alessandro Sciamarelli.

  5. luca

    Mi interesserebbe, se possibile, un’analisi lucida e attenta (come quella che sto commentando) sulla reale forza e stabilità della crescita, se di crescita si può riparlare. Un’analisi che permetta di capire se lo 0,5 di aumento del PIL sia solo una situazione ciclica che segue di norma una forte crisi oppure se non sia davvero il primo segnale di una ripresa che deve ancora manifestarsi in maniera più solida e vigorosa.

    • La redazione

      La verità è che non si può dire molto ancora perchè non sappiamo se la crescita delPil è venuta dai consumi,dagli investimenti, da spesa pubblica o dalle esportazioni. Bisogna cioè aspettare ancora un mesetto circa per avere queste informazioni.
      Intanto si può dire che la crescita di 0.5% del Pil del primo trimestre 2010 rispetto al quarto trimestre 2009 è superiore alla media dell’area euro e della Ue a 27. E’ anche meglio di quella di ogni altro paese grande dell’Europa. E’ la prima volta dall’inizio della crisi, che si può dire senza mentire che l’Italia ha fatto meglio degli altri, almeno di quelli con cui ci confrontiamo.
      Un po’ dipende dal fatto che siamo caduti più degli altri durante la crisi. se il Pil aumenta di 100 euro a partire da una base di 1000 euro, l’aumento è del 10%. Se lo stesso aumento di 100 euro avviene a partire da 2000 euro, l’aumento è solo del 5%. Ma il numero di posti di lavoro creati dipende dai 100 euro, non dal +10% o +5%.
      Se poi guardiamo a cosa è successo da quando è finita la Grande Recessione, cioè dal terzo trimestre 2009 in poi, l’Italiasi olloca a mtà strada, un po’ peggio di tedeschi e francesi e decisamente meglio di spagnoli e inglesi (il cui Pil è scedso di meno durante la crisi).

  6. giancarlo c

    Questa delle "imprecisioni" giornalistiche sarebbe una questione importante, ma devo dire che – dato l’attuale contesto politicoculturale – finisce per sembrarmi priva di interesse quando non addirittura un po’ comica. Quello che mi sta a cuore è un’altra cosa: ho visto i dati di crescita degli ultimi due anni di Cina, India, NordAfrica, ecc, e mi chiedo se quella che noi, peccando di "atlantocentrismo", chiamiamo crisi globale non sia piuttosto una tappa di una gigantesca e non inaspettata riallocazione planetaria di produzione e, conseguentemente, di potere d’acquisto.

  7. Giacomo

    Grazie signori, per essere sempre pronti ad aprire gli occhi alla gente! dovrebbeo essere in molti di più ad avere la possibilità di leggervi, purtroppo per molte persone italiane internet è ancora qualcosa di inutilizzato…

  8. Francesco Luccisano

    Sul tema dell’uso delle statistiche l’associazione RENA insieme a Bill Emmott ha presentato al recente Festival Internazionale del Giornalismo un paper dal titolo "Il dato è tratto".

  9. Amedeo Sacrestano

    L’analisi dell’autore è, tanto per cambiare, lucida e precisa. Fa molto bene il suo lavoro di divulgatore della conoscenza e non credo che la scelta di percorrere la carriera accademica sia avvenuta per caso. Se ci fossero più docenti universitari bravi e liberi pensatori come l’autore e il gruppo de lavoce, forse anche i giornali avrebbero più rispetto per l’accademia ed il rigore nelle analisi. Il fatto è che non solo il livello del giornalismo declina ma è in discesa l’intera passione per la conoscenza. Il Sole 24 Ore si adegua semplicemente allo stile della società ….

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