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  1. Claudio Martinelli Rispondi

    Molto interessante l'articolo, che però mi pare mescoli senza adeguate distinzioni la cooperazione sociale di tipo A da quella di tipo B. Inoltre, i problemi rilevati (per la cooperazione di tipo A) sono emersi quasi 20 anni fa, e allora la situazione era peggiore! Meglio tardi che mai, ad ogni modo, che gli economisti dedichino studi scientifici a questo settore.

  2. augusto Rispondi

    Il minor costo del personale è dovuto a contratti collettivi meno generosi o a pratiche che portano il socio a fare ore gratuite? Quali sono i meccanismi trasparenti e no che portano a questo fenomeno di sfruttamento?

  3. luca Rispondi

    Ho trovato molto interessanti sia l'articolo che i vari commenti di chi lavora nel settore. Concordo con Lorenzo Messeri sia sull'utilita' delle cooperative sociali nell'impiegare personale svantaggiato,sia sul fatto che non è scritto da nessuna parte che esse debbano fare affidamento sulle commesse pubbliche per sopravvivere. Fatto sta che una gran parte di esse senza le commesse pubbliche non sopravviverebbe,altrimenti sarebbe difficile giustificare questa crescita impressionante negli ultimi anni. Va bene che la società civile è diventata più sensibile alla causa sociale (Castriota, ci sono prove in tal senso?),ma crescite a due cifre sono giustificabili solo con il tentativo delle autorità di risparmiare soldi. Inoltre, se le cooperative, come dice Messeri,devono competere sul mercato come le altre imprese, allora non dovrebbero fruire di sgravi fiscali. Per finire, la frase "sfruttando eventualmente a proprio vantaggio i costi del personale più bassi rispetto ad altri competitors" suona davvero male. Il capitalista sfrutta i bassi salari per aumentare il proprio margine di profitto, mentre la cooperativa dovrebbe creare benessere per gli utenti, i soci ed anche i lavoratori.

  4. Lorenzo Messeri Rispondi

    Sono Vicepresidente e Responsabile R.U. di una coop. sociale di tipo B. Dopo 8 anni di cooperazione sociale dico che: 1) le coop. di tipo B creano occupazione per fasce di popolazione a disagio che avrebbero serissime difficoltà ad accedere al mercato del lavoro. 2) Non è scritto da nessuna parte che la coop. B si attacchi al carrozzone dell'ente pubblico per elemosinare l'appaltino o la commessina di turno. Sta nelle capacità imprenditoriali di chi dirige la cooperativa darsi un piano industriale, fare investimenti, offrire prodotti e servizi nel libero mercato sfruttando eventualmente a proprio vantaggio i costi del personale più bassi rispetto ad altri competitors. 3) Come tutte le imprese che operano nel libero mercato, anche la coop B deve: a) individuare segmenti di mercato non ancora (o poco) saturi, ovvero segmenti che spesso stanno a metà strada tra il target dell'impresa artigiana e quello dell'impresa industriale; b) offrire servizi di Qualità a prezzi di mercato; c) fare comunicazione, e farla in modo professionale (no carità, no pietismo!), rispetto al valore aggiunto "social" che la stessa è in grado di offrire ai propri clienti. Ciao Lorenzo

  5. Raffaele Croci Rispondi

    Il mondo della cooperazione sociale non può essere trattato in modo univoco perché ci sono grandi differenze sia per tipologia che per dimensione. La retribuzione è considerata bassa, per di più in un contesto del mercato del lavoro italiano che non brilla certamente per lauti stipendi, e spesso anche precaria. Nell'articolo e nei commenti sono ricordati sia le aste al ribasso e che i ritardi nei pagamenti, ma ci sono altri aspetti. Il primo che vorrei ricordare è che la legge 381/1991 che disciplina le cooperative consente di fare convenzioni anche in deroga alla disciplina in materia di contratti della pubblica amministrazione e in questi casi non si è di fronte ad aste competitive, ma occorre fornire contropartite solitamente in termini di assunzione di persone svantaggiate indicate dall'ente pubblico. Il secondo aspetto è la frammentazione del settore con alta concorrenza per garantirsi gli appalti. Se le piccole cooperative trovassero modo di accordarsi per fare rete, centralizzando gli uffici appalti per dividersi i lavori non farebbero la guerra tra poveri e avrebbero maggiori risorse. Si dovrebbe anche parlare della capacità gestionale ma non ho altro spazio.

  6. Mario Rispondi

    Lavoro in una cooperativa sociale, in ufficio amministrativo. Riconosco la mentalità del "pagare poco è bello" e lo dico partendo dal principio che è mia responsabilità far quadrare il bilancio. Infatti, ho incontrato fino ad ora solo una cooperativa sociale che si sia informata su eventuali benefit da aggiungere al salario (che talvolta sostituiscono un aumento di stipendio con la triplicazione dei costi lordi aziendali). IIncentivi non economici sono altrettanto apprezzati ma di natura non comparabile e dovrebbero essere uniti ad un riconoscimento salariale. saluti a tutti e grazie al dott. Castriota per aver stimolato un tema importante, che da un punto di vista accademico non è mai considerato.

  7. Daniela Rispondi

    Ho letto con interesse l'articolo, e anche i commenti di chi opera nel settore. Io sono educatrice da 15 anni in una cooperativa sociale del veronese. Sono entrata con entusiasmo a ancora adesso ne conservo. Tuttavia, ho avuto modo di osservare ed esperire direttamente sia le pratiche di relazione con il personale che le gare di appalto con la pubblica amministrazione. A volte capita anche di perderle e per noi educatrici (siamo quasi tutte donne) "trema la terra". Si capisce bene che la cooperativa prende i fondi dalla PA e che ne è assoggettata nei tempi e modalità di erogazione.Allo stesso tempo però riconosco la retorica del basso salario in un settore dove si ha la tendenza ad anteporre la motivaizone personale al salario. è una sottile linea, e in genere si preferisce non affrontare l'argomento. La formazione è importante, ma è lasciata quasi sempre a carico della libera iniziativa e a carico economico della persona interessata. Con una qualifica in più oltre tutto, non si ottengono miglioramenti salariali. Gli incentivi non salariali quando uno stipendio è molto basso sono difficili da far accettare. richiedono ulterire sforzo senza un effettivo risultato spendibile.

  8. Elena Rispondi

    Buongiorno, lavoro in una coop un po' particolare perché fa finanza solo ai propri soci che sono coop sociali (in particolare) e altre organizzazioni non profit. Sono laureata e in questa società mi occupo della parte amministrativa. Anche se la società per cui lavoro è un po' atipica rispetto al resto del mondo cooperativo posso affermare con certezza che i bassi stipendi sono dovuti in particolar modo al fatto che un aumento di 120 euro nette mensili si traducono in un costo annuo superiore ai 3000 euro (a causa soprattuto degli oneri indiretti). Ciò sta a significare che aumenti di singoli stipendi sono una batosta sul conto economico delle coop che sono costrette a garantire prezzi bassi per ottenere gli appalti e che vengono pagate dagli enti pubblici anche oltre 18 mesi per servizi già erogati! e spesso si cercano formule più convenienti utilizzando le diverse e nuove tipologie di contratto... come tutte le società del resto.

  9. Flaviano Rispondi

    Ciao Stefano poni la questione in modo molto chiaro. Gli stipendi sono bassi ma la leva salariale - posto che si possa effettivamente utilizzare - da sola non risolve la questione di come si remunerano i produttori di beni relazionali. Serve un sistema un pò più articolato fatto anche di incentivi non economici. La formazione ad esempio. Da questo punto di vista se la ricerca dicesse qualcosa in più non sarebbe male. O sbaglio? Altre elucubrazioni su http://www.euricse.eu/node/390

  10. vincenzo mataluna Rispondi

    Chi vi scrive si occupa di politice sociali presso svariati comuni. E' necessario precisare che, gli stipendi bassi ai lavoratori delle cooperative percepiscono stipendi bassi, ma non per aste al massimo ribasso. In Campania l'offerta economica è uno degli indicatori, ma non il più importante per assegnare servizi. Direi che il problema fondamentale, è che la regione paga sempre con ritardi ciclopici, e questo impedisce di costruire rapporti di lavoro stabili nel tempo, inoltre i lavoratori del sociale sono ritenuti ahimé di secondo livello, e non sanno agire il conflitto.

  11. stefano delbene Rispondi

    Meno male che c'è qualcuno che si occupa di cooperazione sociale mettendo in luce le ombre ed evitando le solite litanie apologetiche che si trovano in giro anche nella letteratura "scientifica". L'aspetto retributivo è senza dubbio uno dei principali punti critici, se non il principale, ma direi che alla base di tutto c'è il "cono d'ombra" sotto il quale il nostro mondo è stato messo. Siamo visti con sospetto dai cittadini: l'ipotesi che personale delle CS potesse in qualche modo supplire alle riduzioni di servizio scolastico imposte dall'attuale governo viene percepito da molti genitori come una sciagura. I dipendenti pubblici, a parole solidali ma di fatto interessati soprattutto a conservare i propri privilegi, ci vedono come il "cavallo di troia" che porta precariato e dequalificazione dei servizi. Se in parte tali fenomeni si sono verificati, è però un dato di fatto che, per le arcinote modalità di reclutamento delle risorse umane nelle ammnistrazioni pubbliche, il più delle volte il personale delle CCSS è più qualificato di quello della PPAA. Spero che "La voce" segua anche in futuro l'evoluzione dell'Impresa sociale.

  12. milena Rispondi

    Scrivo dall'Emilia, terra di diritti e benessere sociale (in via di dispersione). Le cooperative sociali qui vengono utilizzate per l'assitenza degli anziani e dei bambini. Conosco in particolare il settore bambini, in quanto madre di due figlie. Il servizio comunale 0-3 e 3-6 anni termina l'erogazione del servizio alle ore 16. Dalle 16 alle 18.20 è previsto il cd "tempo lungo" gestito dalle cooperative sociali che impiegano ragazze giovani, quasi esclusivamente neolaureate, assolutamente precarie e sfruttate. Perdono il posto alla fine del mese e attendono fiduciose il mese di settembre per riavere (forse) il posto dovunque loro venga richiesto. Non scelgono la cooperava, scelgono semplicemnte di lavorare. Per me la cooperativa è diventato un sinonomo di sfruttamento, disuguaglianza e iniquità. Con il benestare delle amministrazioni pubbliche che per risparmiare due soldi, esternalizano il servizio.