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  1. Guido Meak Rispondi

    Buongiorno e grazie per l'articolo. Concludete con un accenno alla “disciplina fiscale”. Sarebbe bello leggere qualcosa sull’interazione tra fiscalità e cultura. La mia impressione è che la disciplina fiscale che un popolo è disposto ad accettare, o a darsi attraverso i suoi sistemi democratici interni, dipenda dalla sua cultura dominante. Conseguentemente, l’idea che nel lungo periodo in Grecia cambi qualcosa appare velleitaria. A meno che, come peraltro voi stessi suggerite, l’Europa non metta in piedi sistemi di controllo, di incentivazione e di sanzione che progressivamente impongano dall’esterno una diversa linea di condotta fiscale e, mi sento di aggiungere, che questi meccanismi di incentivazione collaborino con la comunicazione e la libera circolazione delle persone e delle merci per cambiare l’intero approccio culturale al lavoro e alla concorrenza. Ma è tutto questo davvero necessario? E se sì, può realisticamente avvenire? Mi pare un problema simile al rapporto nord-sud da noi in Italia.

  2. Giuseppe De Marte Rispondi

    Stavamo appena uscendo da una crisi finanziaria globale, quando ci ritroviamo in pieno in un'altra crisi finanziaria di portata europea. Si cercano le colpe, i colpevoli, i registi occulti, e persino i partner europei non sono d'accordo. Scoprire che uno dei paesi fondatori è perino euroscettico, per dare retta al suo elettorato, è proprio un'incredibile segnale di crisi di una leadership. Bisogna uscire dalla economia di carta e tornare alla economia reale, ma quella sana: ovvero quella che produce bellezza, posti di lavoro, benessere sociale, civile e ambientale. Questo lo devono capire tutti, sia i cosidetti fattori di produzione, che la politica, che deve fare molti passi indietro e tornare ad essere quella con la P maiuscola. La Grecia, culturalmente, e la Germania, pragmaticamente, sono tra i soci "fondatori", di un club di valori chiamato Europa. Non credo che le istituzioni europee stiano a guardare che qualsiasi default, voluto da agenzie di rating, da speculazione di fondi sovrani e certamente anche da errori nella politica economica europea, abbia mai luogo, proprio in nome di quei valori.

  3. luca salvarani Rispondi

    E' una vergogna che miliardi di euro dei contribuenti vengano dati a un paese straniero prossimo al default, nostro competitor economico in svariati settori (per es il turismo), che ha ripetutamente truccato i suoi conti pubblici, non ha ancora fanno nessuna seria riforma interna e insulta pubblicamente i suoi creditori. Il tutto senza nemmeno un voto del parlamento, quando persino fare una stradina in comune sperduto richiede il voto del consiglio comunale!! Se Berlusconi vuole finanziare un paese fallito al 5% (tasso ritenuto elevato dagli aitori) che lo faccia pure, ma con i suoi soldi, non con quelli dei contribuenti! Per quale motivo la Grecia deve essere aiutata e l'Irlanda si è dovuta arrangiare? Che comincino a tagliare i salari dei dipendenti pubblici del 30% come in Irlanda e poi ne riparliamo. Dove si prenderanno i soldi per salvare la Spagna e il Portogallo e ovviamente anche l'Italia (money printing escluso)? I soldi dati alla Grecia sono comunque debito. Come si può sperare di risolvere una crisi dovuta all'eccesso di debito contraendo ancora altro debito? Il nuovo debito sarà ipergarantito perciò ci saranno cmq perdite per i vecchi bonds!

  4. paolo lencioni Rispondi

    Come altri economisti continuate a vedere la crisi Greca solo da un punto di vista finanziario. A mio avviso la vera crisi è causata dall'economia reale, già poco competitiva prima dell'entrata nell'euro e attualmente insostenibile se la grecia non torna ad essere indipendente dall'euro. Rimanere nell'EU significa buttare i soldi al vento e creare pericolose conseguenze sociali nel paese. L'errore è stato quello di farla entrare nell'euro (per motivi prettamente politici); farla rimanere sarebbe diabolico.

  5. Simone Rispondi

    Ma le agenzie di rating che hanno declassato prima la Grecia e poi la Spagna, non sono forse le stesse che hanno affibiato la tripla A ai titoli tossici conosciuti come subprime che hanno poi causato la crisi economica che è partita dagli USA e si è poi propagata in tutto il mondo? Queste agenzie come analizzavano quei titoli? Non è che quelle stratosferiche valutazioni servivano a qualcuno dei grossi speculatori statunitensi? Non so voi, ma dopo i subprime non è che mi fidi molto dell'obbiettività di queste agenzie.

  6. Enrico Marchesi Rispondi

    La disinvoltura con cui si ricorre al debito pubblico per scaricare sui contribuenti i costi generati da scelte errate di altri soggetti (ieri la banche durante la crisi finaziaria, oggi il governo greco) è veramente allarmante e in ultima analisi, irresponsabile. Ancora una volta viene usato lo spauracchio della crisi totale per costringere i governi europei a pagare il conto. La socializzazione dei costi è da sempre la soluzione più semplice per non affrontare i problemi e tirare a campare. Ma domani? Il giochetto non può continuare per sempre. Prima o poi sarà inevitabile confrontarsi con la ragioni che non rendono più sostenibile il modello europeo di sviluppo, oggi in Grecia, domani nel resto dell'Europa (e non solo per i PIGG).

  7. adriano velli giornalista Rispondi

    La vostra analisi non fa una grinza. Chapeau di fronte a Christine Lagarde, unica donna ministro dell'economia del G8, che ha assunto una posizione ferma e decisa nei confronti della tetraggine della Germania e ha anche sostenuto che le agenzie di rating non devono essere autorizzate ad esprimere giudizi sul debito sovrano dei paesi dell'area euro. Qui non si tratta, come qualcuno potrebbe obbiettare, di rifiutare l'immagine neutrale dello specchio ma di prendere atto che lo specchio è a pezzi, riproduce realtà deformate e parziali. Vale la pena di ricordare che molte società di rating avevano assegnato la tripla A, massima affidabilità, ai famigerati titoli tossici contribuendo in modo determinante alla gravissima crisi finanziaria che stiamo subendo. Dopo questa vicenda, la loro credibilità si à di fatto ridotta a zero, i rating servono solo ad attivare moltitudini di scommettitori, non li definerei neppure speculatori, che, operando in massa su cds e cdo, stanno però creando seri guasti sui mercati finanziari.

  8. ciuffetti Rispondi

    Mi pare di capire che le banche hanno in mano le sorti di intere nazioni. Spendiamo soldi pubblici per salvarle, i nostri soldi vanno ai bilanci bancari. Un eventuale fallimento metterebbe sul lastrico anche noi piccoli cittadini. La politica non può stare a guardare, il mandato che abbiamo dato ai nostri eletti non lo prevede. Le banche devono rientrare nel concetto di "Interesse Nazionale" così come lo enuncia Fini. Le banche devono rispondere del loro operato, i singoli dipendenti devono avere chiare e definite responsabilità nella gestione, così come accade oggi nel pubblico impiego. La giustizia deve, ripeto, deve funzionare.

  9. Ermanno Tarozzi Rispondi

    Non so cosa pensare! Ma questi grandi manager che governano le banche, cosa combinano? Se si dovesse valutare in base ai risultati, come dice l'esimio Brunetta, occorerebbe licenziarli tutti. Con le loro liquidazioni si riuscirebbero a salvare tante aziende in difficoltà senza chiedere sacrifici ai lavoratori esenza licenziare persone che guadagnano meno di 1000 Euro al mese.. Forse occorre effettivamente ritrovare i concetti di uguaglianza e solidarietà! Perchè poi incolpare sempre e solo la cosiddetta politica per tutti i guai del mondo? Questi signori non hanno mai pagato, neppure negli Usa, Obama nonostante. Anzi, alcuni di loro ci hanno guadagnato. Ermanno Tarozzi