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GRECIA, ORA IL PERICOLO È LA FUGA DAI DEPOSITI

Le notizie che giungono dalla Grecia segnalano che la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro. Finora l’attenzione è stata tutta concentrata sulle necessità di finanziamento del settore pubblico. Ma la scorsa settimana ha fatto intravedere una possibile improvvisa crisi di liquidità del sistema bancario di quel paese, con elevato rischio di contagio internazionale. L’accordo dell’11 aprile tra i ministri dell’Eurogruppo è un passo avanti, ma ampiamente al di sotto di quanto sarebbe necessario e urgente.

 

La capacità dimostrata finora dallo Stato greco di emettere debito, seppure a un costo penalizzante, ha indotto molti a ritenere che la questione greca non sia poi così urgente, e che tutto dipenda dalla determinazione del governo di quel paese nell’attuare il piano di aggiustamento concordato con i partner della Unione Europea.

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È di cruciale importanza che questa sia la posizione della cancelliera tedesca, che – mostrando quanto scarsa sia la sua indipendenza dalla Bundesbank – non perde occasione per sottolineare come il governo greco non abbia ufficialmente chiesto alcun aiuto e che la Grecia può, tutto sommato, farcela da sola. I ministri dell’economia dell’Eurogruppo hanno raggiunto un accordo tecnico domenica 11 aprile, che rappresenta indubbiamente un passo avanti rispetto alle promesse del 25 marzo, ma necessita ancora dell’imprimatur politico dei capi di governo per diventare operativo, oltre che dell’esplicita richiesta di aiuto da parte del governo greco, in seguito alla difficoltà effettivamente manifestata di reperire finanziamenti sui mercati.

Ma si trascura così la possibilità che il sistema bancario greco sia colpito da una “fuga dai depositi”, che farebbe precipitare il paese nel caos e costituirebbe una più che probabile fonte di instabilità internazionale: le crisi di liquidità si trasmettono da un paese all’altro piuttosto rapidamente, come ben sappiamo dall’esperienza recente.
Le banche greche hanno reso noto di avere subito, a partire dal dicembre scorso, un drenaggio di depositi pari al 4,5 per cento del totale, trasferiti all’estero. Allo stesso tempo, hanno chiesto al governo aiuti per 15 miliardi di euro, di fatto prosciugando il fondo speciale creato nel 2008 per assistere il sistema bancario nel corso della crisi finanziaria. Ben si comprende la ragione della fuga di capitali all’estero. Se un risparmiatore teme che il suo deposito in euro venga un giorno convertito in dracme, il cui valore verrà svalutato (diciamo del 30 per cento), ha tutta la convenienza a trasferirlo presso una banca estera: se lo scenario di svalutazione si avvererà, avrà guadagnato dall’operazione il 30 per cento; in caso contrario, non avrà perso nulla, a parte i costi di transazione, che sembrano trascurabili data l’entità della posta in gioco. C’è quasi da stupirsi che la fuga di capitali sia stata finora così limitata.

ASPETTATIVE CHE SI AUTO-REALIZZANO

Ma c’è di più. Mettiamoci nei panni di un amico greco che abbia un gruzzoletto depositato in una banca del suo paese. Anche se ritenesse irrealistico lo scenario della svalutazione, potrebbe pensare che molti altri lo ritengano possibile e che di conseguenza trasferiscano all’estero i loro depositi. Il nostro depositante potrebbe temere che la fuga di capitali continui fino al punto in cui le banche greche non abbiano più abbastanza riserve liquide per fare fronte al ritiro di depositi: una situazione che le esporrebbe a un serio rischio di insolvenza, in mancanza di una adeguata assistenza finanziaria. Ma allora, ragionerebbe l’amico greco, mi conviene affrettarmi a ritirare il deposito, prima che la mia banca dichiari bancarotta. Se molti la pensano come il nostro amico, saranno in tanti a richiedere il rimborso dei deposti, e in fretta, anche se non si aspettano una svalutazione. Si potrebbe obiettare che questo tipo di ragionamento è un po’ troppo sofisticato per un normale depositante. Tuttavia bisogna ricordare che, normalmente, le banche si finanziano anche sui mercati interbancari all’ingrosso: su questi operano soggetti certamente “sofisticati”, che potrebbero essere i primi a partire all’attacco in uno scenario di “bank run”, trascinando i depositanti al dettaglio (così è successo alla banca inglese Northern Rock). In sintesi, la minaccia di uscita dall’euro e di svalutazione potrebbe generare comportamenti collettivi – anche da parte di coloro che non credono più di tanto in tale prospettiva – tali da generare una “profezia che si auto-realizza”: una fuga dai depositi con conseguente crisi di liquidità e potenziale insolvenza delle banche greche.

POLITICA INCERTA E PENSIERO DEBOLE

Il ragionamento appena fatto illustra un punto importante: i mercati finanziari possono diventare molto instabili a causa delle oscillazioni delle aspettative degli operatori. Chi governa ha il dovere di orientare le aspettative del pubblico in direzione della stabilità, dando le opportune garanzie e indicando una linea di azione chiara e credibile. L’accordo tanto faticosamente raggiunto dai governanti europei il 25 marzo scorso, purtroppo, non risponde a questi requisiti. Prevede: (i) una dispersione di responsabilità tra Fondo monetario internazionale, Unione Europea e singoli stati membri dell’area euro (se qualcosa va storto, ognuno potrà dare la colpa a qualcun altro); (ii) interventi coordinati ma volontari (quindi la Germania potrebbe tirarsi indietro all’ultimo momento?); (iii) finanziamenti a tassi d’interesse di mercato (ma allora che aiuto è?). In queste condizioni, è naturale che i mercati finanziari siano “nervosi”: lo spread tra i tassi d’interesse sui titoli di stato decennali greci e quelli tedeschi ha nettamente superato i quattro punti percentuali; la borsa di Atene ha perso il 5 per cento la scorsa settimana. Proprio il desiderio di inviare un messaggio rassicurante ai mercati finanziari ha indotto i governi all’accordo d’emergenza siglato domenica 11 aprile. Ma, per il momento, il governo greco deve ancora provare a finanziarsi sul mercato, esponendosi al rischio che la situazione precipiti da un momento all’altro.
Più il tempo passa e più la crisi greca si aggrava e rischia di contagiare altri paesi, più l’onere del salvataggio cresce. Sui costi di tutto questo dovrebbero riflettere coloro che ritengono inevitabile, ma non grave il default greco (totale o parziale) e dicono che l’uscita della Grecia dall’euro, con conseguente svalutazione, non sia poi un gran dramma ma soltanto una fase transitoria, destinata a concludersi felicemente con un rientro successivo, se le “pulizie interne” verranno completate a puntino. E forse sarebbe ora di mettersi a pensare a come sia possibile cominciare a intervenire per limitare le divergenze strutturali (in termini di produttività e squilibri commerciali) che minacciano la coesione tra i membri dell’area euro ben più delle divergenze nei conti pubblici e, nel lungo periodo, rappresentano la più grave minaccia per la sopravvivenza stessa della moneta unica. Per parte nostra, cercheremo di farlo presto su queste colonne.

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11 commenti

  1. mirco

    La cosa che fa meravigliare e arrabbiare è la superficialità con cui l’europa affronta questi problemi, fino al punto da mettere in discussione l’euro cosi a fatica conquistato. Che delusione!

  2. Stefano P

    L’articolo è chiaro, preciso, riportante fatti. Ed è oltretutto apprezzabile da chi come me non è un economista. Quindi mi chiedo: chi sta governando questa situazione, chi ne ha le redini, vede con la stessa chiarezza la situazione? Nella scorsa settimana ho continuato a sentire solo e soltanto voci preoccupato sulla situazione dei mercati, ma qui c’è un paese che rischia davvero, a mio modo di vedere, un grosso contraccolpo finanziario! Mi sbaglio? E allora perchè non concentrarsi su questo, perchè noi Unione Europea non decidiamo di proporre un aiuto concreto, solido (evidentemente diverso dagli ultimi accordi) a cui la Grecia possa guardare con una buona dose di ottimismo? Cosa manca, che ingrediente serve per far si che ciò accada e che i paesi europei non fuggano ?

  3. Giuseppe

    La domanda che sorge spontanea a molti risparmiatori dentro e fuori la Grecia è come farà il governo di quel paese a restituire gli ingenti prestiti che UE e FM sono disposti a concedere. In altre circostanze il FM subordinava la concessione di prestiti a paesi in difficoltà a severi piani di riduzione di spesa pubblica, inasprimenti fiscali, svalutazione della moneta. La terza condizione non è possibile, le altre vengono percepite come poco praticabili in modo incisivo. In altre parole, i mercati reputano che con molta difficoltà i Greci, abituati evidentemente a vivere al di sopra delle loro possibilità, accetteranno di pagare più tasse, di lavorare di più e di abbassare sostanzialmente il proprio tenore di vita.

  4. lucio bello

    Se tale 4,5% di depositi fuggiti fossero stati prima ritirati in cartamoneta e poi trasferiti tutte le banche sarebbero fallite, no?

  5. sigieri

    I "venerabili" trattatti di Maastricht non prevedevano la possibilità di un default di un Paese entrato nell’euro; bisognerà integrare sotto questo aspetto gli accordi, stabilendo chi, cosa e come deve intervenire. Secondo aspetto: Almunia ha passato la propria vita comunitaria a dispensare pagelle all’economia dei paesi Cee; possibile che non si sia accorto che i conti pubblici della Grecia erano fuori controllo? Cosa ci stanno a fare gli uffici tecnici deputati a Bruxelles a controllare i conti pubblici se non vedono le contraddizioni economiche e finanziarie dei documenti inviati dai Governi nazionali? E la Bce che può monitorare i flussi finanziari dell’area euro non accorgersi degli swaps? Dormita generale e nessuna dimissione. Si può andare avanti così? Sul comportamento della Germania e della Merkel si può solo dire "as usual" per la BundesBank; anche se bisogna prevedere per il futuro controlli sui conti pubblici dei paesi Cee più severi e "sanzionati".

  6. Clodoveus

    La crisi greca sta dimostrando quanto l’Unione Europea voluta dai politici sia una accozzaglia di membri, ciascuno determinato a difendere caparbiamente i propri interessi, anche a spese degli altri membri, singolarmente e nella generalità. Alcuni stati degli USA (ad esempio la California) sono messi finanziariamente (come debito pubblico e disavanzo statale) molto peggio della Grecia, ma nessuno si sogna di speculare sulla loro uscita dal dollaro. Questo perchè gli Stati Uniti sono effettivamente uno "Stato" e speculare conto gli Stati Uniti richiede molte più risorse che speculare contro Malta o Cipro o la Grecia. Quando capiranno gli Europei che è necessario superare la visione mercantilistico/burocratico/lobbystica che caratterizza l’Unione Europea attuale per fare nascere un vero soggetto politico?

  7. Giancarlo Perasso

    Se il precedente governo greco non avesse seguito politiche fiscali folli e non avesse imbrogliato sui conti, non saremmo a questo punto. I Greci hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi, grazie alla droga di conti pubblici fuori controllo, ed adesso bisogna mettere le cose a posto. Il "piano" europeo risolve la crisi di liquidita’ non quella di insolvenza, per risolvere la quale sara’ necessaria una ristrutturazione del debito, come e’ successo in passato ad altri paesi.

  8. valdo77

    E’ veramente un problema per l’italia… praticamente se ne continua a parlare solo su internet Tra i vari articoli volevo segnalare quello di Francesco Forte su L’Occidentale che invoca una figura come quella della Thatcher.

  9. Luca Salvarani

    Non sono un esperto, ma alcune cose non mi tornano: 1-L’accordo stipulato l’11 aprile comporta per alcuni paesi europei tra cui il nostro, l’onere di erogare miliardi di euro dei contribuenti ad un paese che i mercati ritengono ad un passo dall’insolvenza. Come è possibile che i singoli governi possano assumersi un tale impegno, e rischio, senza nemmeno interpellare i parlamenti nazionali e informare i contribuenti, quando per spese assai inferiori occorre il voto del parlamento? Perché la ripartizione del finanziamento è stata fatta sulla base delle quote della ECB e non sulle quote di debito greco detenuto dai singoli stati, in modo che paghi di più chi sarebbe più colpito dal default greco (in particolare la Germania, ossia il creditore meno propenso a sostenere il suo debitore, pensando che ciò non la danneggi)? 2-Questo intervento garantirebbe alla Grecia di potersi rifinanziare nei prossimi mesi ma non risolve nessuno dei suoi problemi strutturali. Come può un paese che fino a ieri ha truccato i suoi conti pubblici, in piena crisi economica mondiale e contro la volontà popolare avviare le riforme strutturali necessarie alla sua economia? Ad esempio ridurre la spesa pubblica per riequilibrare i conti pubblici ridurrebbe il pil e dunque le entrate tributarie. Un calo del pil e un taglio dei dipendenti pubblici aumenterebbe la disoccupazione e ciò ridurrebbe i consumi. L’unica possibilità per la Grecia sarebbe uscire dall’euro e svalutare in modo da avere un tasso di cambio nominale in linea con quello reale, meno debito e tassi di interesse adeguati, solo dopo si potranno fare le necessarie riforme! Da profano non capisco come uno stato con troppo debito possa risolvere i suoi problemi indebitandosi ulteriormente, o che differenza ci sia tra prestare denaro a tasso basso a un paese che il mercato valuta come quasi insolvente e gli odiati subprime americani?

  10. Leonardo de Chanaz

    In definitiva l’uscita dall’Euro, la svalutazione della dracma e il rientro, sono la scorciatoia che fa pagare il costo della crisi ai creditori dello Stato Greco, risolvendo il tutto con una bella inflazione. Una soluzione del genere non è auspicabile, prima di tutto perché potrebbe funzionare da esempio ad altri stati in difficoltà, e poi perché non avvia nessun circolo virtuoso. Il problema fondamentale della Grecia nasce dalla bilancia commerciale, è da lì che ricomincia il riequilibrio monetario. Poi, certamente, facendo pagare le tasse a tutti, cosa che in Grecia non avviene ancora. Ma le misure varate, vanno dritte a quel punto, perché oltre alle imposte indirette (benzina, alcol, sigarette e IVA), il governo sta iniziando ad incrociare i controlli per scovare, nel giro di un paio d’anni, gli evasori. Intanto Papakostantinou ha sollecitato tutti a tenere le fatture passive, tutte. E d’improvviso in Grecia si fanno un sacco di fatture.Questo è virtuoso.

  11. Lucio Martelli

    Condivido l’analisi della situazione interna greca da parte degli autori. Non condivido invece frasi come "elevato rischio di contagio internazionale". A mio avviso, essendo i problemi greci idiosincratici di quel paese, ciò che poteva avvenire durante la crisi del credito (un effetto domino di chiusura delle banche a catena iniziato in paesi marginali) oggi non è probabile. La liquidità che in ipotesi verrà sottratta alle banche greche si sposterà nelle banche dei paesi limitrofi, principalmente dell’area euro. Non vedo quindi come un eventuale bankrun interno alla Grecia possa espandersi a paesi come Francia, Germania, Italia e così via.

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