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DOPO COPENAGHEN FRA TATTICISMI E PROSPETTIVE DI ACCORDO

Fra il 7 e il 18 dicembre 2009 decine di migliaia di delegati, in rappresentanza di governi, organismi internazionali, centri di ricerca o organizzazioni ambientaliste, si sono incontrati a Copenaghen per la quindicesima Conferenza delle parti (Cop15), ovvero dei paesi che hanno aderito alla Unfccc, United Nations Framework Conference on Climate Change.

ACCORDO DI COPENHAGEN, UN PUNTO DI PARTENZA

I lavori preparatori alla Cop15 si erano protratti per tutto il 2009, con l’obiettivo, o quanto meno l’auspicio, di arrivare a una nuova definizione dei limiti di emissione di gas serra, oggi fissati solo fino al 2012.
In realtà, malgrado la rilevante copertura mediatica e la presenza di numerosi capi di stato e di governo, il risultato della Cop15 è stato l’accordo di Copenaghen, un documento non vincolante di cui i paesi, semplicemente, prendono nota, senza sottoscrivere impegni certi.
In particolare l’accordo prevede che:
– il cambiamento climatico rappresenta una delle sfide più importanti del nostro tempo. Viene evidenziato il principio della responsabilità comune, ma differenziata, tenuto conto delle capacità rispettive che ogni paese è in grado di mettere in gioco;
– si concorda sul fatto che sono necessari tagli consistenti delle emissioni a livello globale, come documentato dal quarto rapporto Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), allo scopo di mantenere la temperatura l’aumento di temperatura al di sotto del limite dei 2° centigradi;
– i paesi più sviluppati (Annex I del protocollo di Kyoto) si impegnano a indicare entro il 31 gennaio 2010 gli impegni che intendono assumere per la riduzione dei gas serra entro il 2020.
– tutti gli altri paesi, a eccezione di quelli più poveri, sempre per la stessa data, comunicheranno gli interventi di mitigazione, a livello nazionale, che intendono adottare;
– i paesi più sviluppati costituiranno un fondo di 30 miliardi di dollari per interventi nei primi tre anni e successivamente per ulteriori 100 miliardi per finanziamenti a favore dei paesi poveri e in via di sviluppo per interventi volti al contenimento del cambiamento climatico;
– è prevista la costituzione di un comitato per esaminare ulteriori fonti di finanziamento per questi progetti.

TANTE PROMESSE, MA CONDIZIONATE E INSUFFICIENTI

La prima scadenza dell’accordo di Copenaghen è stata pertanto il 31 gennaio 2010; una scadenza volontaria, a cui non sono associate sanzioni specifiche, ma che costituisce un importante banco di prova per verificare le volontà dei singoli paesi. La sensazione che si trae dalla lettura degli impegni trasmessi sino a oggi alla Unfccc è che la trattativa sia in una fase intermedia, in cui nessuno vuole promettere troppo, o troppo poco, attendendo le mosse degli altri paesi. Una sorta di melina, in cui, a obiettivi minimi di riduzione delle emissioni, si accompagnano promesse di tagli ulteriori, condizionati, però, a un accordo complessivo. L’Unione Europea ha confermato il proprio impegno a una riduzione delle emissioni del 20 per cento al 2020, e condiziona un ulteriore taglio del 10 per cento a un accordo globale; il Giappone si dice disponibile al -25 per cento; la Norvegia potrebbe accettare riduzioni del 40 per cento.
In questo quadro, un ruolo essenziale è giocato da un lato dagli Stati Uniti e dal Canada, e dall’altro dai quattro paesi Basic (Brasile, Sud Africa, India e Cina), caratterizzati da economie in forte crescita. Nel caso statunitense, al momento della Cop15 si riteneva possibile una riduzione delle emissioni al 17 per cento al 2020, ma avendo il 2005 come anno di riferimento (riportando i dati al 1990, la riduzione effettiva è pari al 4 per cento), sulla base di quanto previsto dall’American Clean Energy and Security Act ora al Senato. Un accordo complessivo potrebbe però impegnare gli Usa a riduzioni ben più consistenti: -30 per cento entro il 2025 (circa -15 per cento rispetto al 1990), – 42 per cento entro il 2030, e addirittura -83 per cento al 2050. L’impegno americano sarà vincolante solo all’approvazione della legge che, oltre a definire le riduzioni previste, porrà un tetto alle emissioni e garantirà aiuti federali per le centrali nucleari. I giochi di questa partita interna sono ancora tutti aperti.

Accordi di Copenaghen: impegni confermati e potenziali di riduzione delle emissioni di gas serra

Fonte: elaborazioni su dati UNFCCC

Quanto ai quattro paesi Basic, hanno tenuto un incontro ministeriale a New Delhi il 24 gennaio 2010, al termine del quale è stata confermata l’adesione all’accordo di Copenaghen. I singoli paesi hanno poi proceduto alla comunicazione di azioni volontarie di mitigazione:
– Brasile: riduzione del 36 per cento delle emissioni al 2020 rispetto al livello Bau (business as usual);
– Sud Africa: riduzione del 34 per cento delle emissioni al 2020 rispetto al livello Bau;
– India: riduzione del 20-25 per cento dell’intensità delle emissioni di carbonio al 2020 rispetto ai livelli del 2005;
– Cina: riduzione al 2020 del 40-45 per cento dell’intensità delle emissioni di carbonio rispetto ai livelli del 2005, con un corrispondente aumento del 15 per cento della produzione di energia senza fare ricorso a combustibili fossili e di 40 milioni di ettari della superficie a foreste e di 1,3 miliardi di metri cubi degli stock forestali.
In particolare, sia Cina che India hanno introdotto il concetto di intensità di emissioni, che lega fra di loro gas serra e Pil. In questo modo è possibile conciliare la crescita complessiva dell’economia con riduzioni, anche limitate, nelle emissioni relative di gas serra, seppure queste aumentano in valore assoluto.
Oltre ai quattro paesi Basic, hanno comunicato proprie azioni di mitigazione Armenia, Benin, Bhutan, Botswana, Congo, Corea, Costa Rica, Etiopia, Georgia, Giordania, Indonesia, Isole Marshall, Israele, fYR Macedonia, Madagascar, Maldive, Marocco, Messico, Moldavia, Mongolia, Papua Nuova Guinea, Sierra Leone, Singapore.
Le riduzioni delle emissioni, siano esse confermate (e quindi non soggette a ulteriori verifiche o trattative) oppure condizionate, sono comunque insufficienti a rispettare l’obiettivo di contenere entro i 2 gradi centigradi l’aumento previsto delle temperature. Secondo un rapporto di Climate Interactive, rispetto a uno scenario business as usual che prevede addirittura un aumento di 4,8° C al 2100, le sole riduzioni confermate potranno portare a un aumento di 3,9°C e quelle potenziali a 2,9°C (e cioè a una concentrazione atmosferica in CO2e pari a 725 ppm).
L’accordo di Copenaghen ha comunque il pregio, forse inatteso, di costringere i paesi a scoprire le carte, rivelando impegni che potranno essere rivisti, confermati o migliorati nel corso del 2010.

GLI AIUTI PROMESSI: DOVE SONO FINITI?

Il rispetto della scadenza del 31 gennaio non ha avuto unicamente una valenza formale, ma ha significato in realtà che il processo negoziale è iniziato con la Cop15 di Copenaghen, ma è destinato a continuare durante tutto il 2010, in preparazione della Cop16 prevista in Messico a fine anno.
È però riduttivo concentrare l’attenzione sugli interventi di mitigazione delle emissioni. Nel comunicato successivo all’incontro di New Delhi, i paesi Basic richiedono che siano attivate le procedure di mobilizzazione dei fondi previsti dall’accordo di Copenaghen: 10 miliardi di dollari per il 2010 – e altrettanti per 2011 e 2012, da aumentare fino a 100 miliardi entro il 2020 -, da destinare ad azioni nei confronti dei paesi in via di sviluppo, delle isole minori e dell’Africa. Si tratta di numeri impressionanti, che però, in mancanza di dettagli o specifiche, possono nascondere una realtà ben diversa. Non è chiaro, innanzi tutto, se questi importi comprendano o meno le attività di Cdm, Clean Development Mechanism, con cui i paesi sviluppati possono acquisire crediti di carbonio grazie a progetti di cattura delle emissioni in paesi in via di sviluppo. In teoria questi dovrebbero essere esclusi, poiché quanto stabilito dall’accordo di Copenaghen è aggiuntivo rispetto alla situazione attuale, ma non esistono finora specifiche indicazioni in merito.
Il problema vero consiste proprio nell’individuare e conteggiare correttamente quanto è nuovo e addizionale, e quanto è invece già presente negli attuali interventi di aiuto allo sviluppo. Molti progetti hanno già di per sé, una componente legata al cambiamento climatico, anche se sono indirizzati in modo primario verso la risoluzione di problemi dell’agricoltura, della salute, dell’educazione. Costruire sistemi irrigui o riorientare le produzioni verso specie resistenti alla siccità costituiscono di per sé forme di adattamento al cambiamento climatico. Come è però possibile costruire una contabilità di questi progetti che impedisca doppi conteggi e consenta di mantenere l’impegno di massima fissato dall’accordo di Copenaghen? Chi ne sarà responsabile? Come saranno suddivisi gli importi fra i paesi sviluppati?
I negoziati che si terranno nel corso dei prossimi mesi consentiranno di affrontare e iniziare a sciogliere questi nodi. Come si vede, la partita è ben più ampia e complessa del semplice negoziato sul contenimento delle emissioni di gas serra e del riscaldamento globale.

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  1. Rinaldo Sorgenti

    Interessante il riepilogo che ci viene offerto da questo articolo. Peccato che il tutto parta dal famoso assioma che le cose siano scientificamente dimostrate ed in linea con tale tesi, cioè che il "riscaldamento climatico" (che dovrebbe molto meglio essere invece definito come : la naturale variabilità ciclica del clima, sia in positivo che in negativo) sia in effetti direttamente, ed in termini preponderanti, dovuto all’aumento della CO2 in atmosfera. Nell’articolo ho letto questa frase: "Le riduzioni delle emissioni, siano esse confermate (e quindi non soggette a ulteriori verifiche o trattative) oppure condizionate, sono comunque insufficienti a rispettare l’obiettivo di contenere entro i 2 gradi centigradi l’aumento previsto delle temperature". Forse sarebbe questo il principale problema da approfondire e sviscerare, prima di invocare ancora azioni incredibilmente onerose ed infine prive di alcuna utilità, quando sarebbero ben altri i problemi concreti (la fame o malnutrizione di miliardi esseri umani e problemi collegati), che potrebbero essere più opportunamente affrontati con tale enorme ricchezza.

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