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DOVE VANNO GLI INCENTIVI

Alla fine il governo ha varato il decreto incentivi di sostegno ai consumi. Era ora. Si tratta di 300 milioni di veri e propri incentivi temporanei all’acquisto di una varietà di beni di consumo durevole e di 120 milioni di sgravi fiscali per la cantieristica e per il settore tessile. Nella sua attuale formulazione, però, il provvedimento mette in campo poche risorse, dura troppo e assegna i fondi con criteri poco trasparenti. Ma non è troppo tardi per rimediare.

Il governo ha finalmente approvato il cosiddetto “decreto incentivi” di cui si parlava da settimane come uno strumento per incoraggiare l’anemica crescita di cui ha sofferto l’economia italiana nell’ultimo scorcio del 2009 e nei primi mesi del 2010. Il decreto mette a disposizione 420 milioni di euro, divisi in 300 milioni di veri e propri incentivi temporanei all’acquisto di una varietà di beni di consumo durevole e 120 milioni di sgravi fiscali per la cantieristica e per il settore tessile. Da utilizzare a partire da dopo Pasqua fino a esaurimento dei fondi, comunque entro la fine del 2010.
Ora che il provvedimento è stato delineato, se ne può discutere più precisamente la ragione di essere e la modalità di attuazione.
 
PERCHÉ INCENTIVARE I CONSUMI?

L’economia italiana viene da un anno di grave crisi che ha visto diminuire la capacità produttiva manifatturiera utilizzata di dieci punti percentuali, dal 76,7 per cento del totale del primo trimestre 2008 al 66,7 per cento nel primo trimestre 2010 , con un recupero molto limitato negli ultimi mesi. Oggi l’economia italiana soffre di un problema di scarsità di domanda aggregata: a questo problema si deve porre rimedio prima di tutto.
Da dove può venire l’aumento di domanda? Forse dalla domanda estera, se l’economia mondiale si riprende. Ma gli eventi globali sono esogeni, anche per Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Quindi rimane la domanda interna, la cui voce principale sono i consumi delle famiglie. I consumi oggi però mostrano una dinamica fiacca perché dal settembre 2009 la disoccupazione è salita fino a superare le due milioni e centocinquantamila unità, pari all’8,6 per cento della forza lavoro. A causa della legge di Okun, la disoccupazione continuerà ad aumentare ancora per qualche mese fino a stabilizzarsi intorno al 9-9,5 per cento verso la metà del 2010. A partire dalla seconda metà del 2010, se la crescita del Pil sarà superiore all’1 per cento, la disoccupazione dovrebbe calare gradualmente e così anche i consumi dovrebbero andare meglio: quando la gente lavora, recupera fiducia e ricomincia a consumare. Il problema è dunque quello di incentivare i consumi da qui ad allora, per evitare licenziamenti e chiusure aziendali non necessarie.
Come si incentivano i consumi? Non con riduzioni di imposte che, nella attuale situazione di incertezza, sarebbero probabilmente risparmiate dalle famiglie. Meglio invece ricorrere a incentivi temporanei e diretti agli acquisti di beni. Ad esempio motorini, elettrodomestici, barche, macchine agricole e rimorchi. Ecco da dove nasce il decreto incentivi 2010. Nello stesso spirito, è stato aiutato il settore automobilistico nel 2009, anziché tagliare le tasse.
Dato l’eccesso di capacità produttiva inutilizzata, avrebbe invece poco senso incentivare gli investimenti (come ha fatto ad esempio la Tremonti ter): quando c’è un eccesso di capacità produttiva il problema è quello di smaltire gli eccessi di investimento del passato, non di incentivare le aziende a farne di nuovi. Gli investimenti aziendali ripartiranno una volta che sia ripartita la domanda di beni di consumo e l’export, prima di allora è inutile se non dannoso incentivarli. (1)
 
IL DIAVOLO NEI DETTAGLI
 
Gli aspetti più controversi del decreto incentivi non derivano dunque dal “se” ma dal “quanto”, dal “quando” e dal “per chi” il provvedimento viene attuato.
Cominciamo con il “quando”. Se ne parlava da novembre, è stato varato a Pasqua, con durata potenziale fino a fine 2010. Insomma, si è aspettato che la congiuntura peggiorasse per metterci una pezza. E poi si estende la durata del sostegno fino alla fine dell’anno, quando presumibilmente la ripresa avrà già guadagnato respiro. Se si vuole dare un efficace aiutino all’industria, meglio sarebbe restringere la durata di validità (fine luglio?), non allungarla. Inoltre un sussidio “temporaneo” che dura novemesi comincia a dare dipendenza. E con le droghe (un sussidio è una droga) è facile cominciare, ma difficile smettere.
C’è poi il problema dell’entità dell’intervento (il “quanto”). Il governo ha messo in campo 300 milioni per i soli incentivi, circa lo 0,1 per cento del Pil del settore industriale. Anche con ipotesi molto favorevoli sull’effetto moltiplicativo delle somme stanziate, sono troppo pochi soldi per “rilanciare la crescita”. Inoltre, settecentocinquanta euro per un motorino sono una bella sommetta, ma il criterio per l’assegnazione è quello della rapidità del click del mouse nel click-day, che può non coincidere con l’efficienza di utilizzo dei fondi. Non a caso, le potenziali categorie destinatarie dell’intervento hanno subito lamentato il rischio dell’esaurimento dei fondi (anche se il governo ha previsto la possibilità del travaso da una destinazione all’altra a seconda del gradimento degli utenti).
Infine, il “per chi”: perché a quel settore sì e a quell’altro no? Sulla scelta dei settori da privilegiare hanno certamente pesato i dati della produzione industriale. La produzione industriale dei beni di consumo durevole era a 102 nell’aprile 2008 ed è scesa a 83 oggi; quella dei beni strumentali era 116 ed è oggi 89, mentre quella dei beni intermedi era 106 ed è scesa a 76. Per tutti questi settori – i principali destinatari dei sostegni di ieri e di oggi – la crisi è stata una vera e propria Caporetto. Il discorso è un po’ diverso per i beni di consumo non durevoli, per i quali il livello della produzione industriale era 106 nell’aprile 2008 ed è sceso a 103 oggi: una battuta d’arresto lungo un trend di solida crescita graduale, non una disfatta.
Giusto quindi fare una scelta e nella fattispecie condivisibile l’idea di aiutare nella transizione al dopo-crisi chi da questa ha subito i colpi più violenti. Ma siccome la platea dei beneficiari non è sfoltita abbastanza dal criterio “riceve di più chi ha pagato di più la crisi”, si è poi aggiunto anche il criterio dell’impatto ambientale, cioè quello che porta a incentivare la sostituzione di beni inquinanti con beni ecologici (anche per i motori nautici!). Senza poi dimenticare il mercato delle vacche che ha portato, come succede sempre con le politiche settoriali, a spostamenti di poste di spesa da una voce all’altra all’ultimo momento. Alla roulette dell’ultimo minuto hanno, per ora, “vinto qualche cosa” la nautica e internet, mentre hanno perso i rimorchi e gli immobili ad alta efficienza. Insomma, le belle parole di facciata purtroppo si accompagnano sempre ai soliti criteri di allocazione poco trasparenti.
 
GLI INCENTIVI, SOLO UN AIUTINO DOPO TUTTO
 
Nei momenti di crisi, la coperta è sempre corta. Incentivi a tutti e per sempre sarebbero vietati dalla Commissione, ma soprattutto sarebbero la negazione del mercato e la morte di un’economia sana perché non si possono alimentare artificialmente imprese che non hanno più un futuro.
È però possibile, e anche doveroso, fornire assistenza in circostanze eccezionali a settori in difficoltà in cui siano in corso ristrutturazioni costose dal punto di vista sociale. Purché, in fase di attuazione, i dettagli delle misure non finiscano per oscurare i sia pur piccoli benefici di crescita e quelli più rilevanti di equità sociale che gli incentivi vogliono raggiungere.
 
 
(1) A meno che gli investimenti non siano a efficacia differita, cioè se richiedono tempo per essere realizzati (ad esempio, le infrastrutture) e quindi portano solo dopo qualche anno ad aumentare la capacità produttiva.

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13 commenti

  1. Graziano Camanzi

    Ogni critica, o approvazione, della scelta fatta dal Governo ha le sue ragioni e, anche discutendone a lungo, mai si troverebbe un accordo generale. Ma il problema non sta qui, a mio parere. Il problema sta nel fatto, ed è qui la vera vergogna, che la politica fa queste cose con l’unico obiettivo di prendere voti; per perpetuare, quindi, se stessa, i suoi privilegi, per sè, per i propri familiari e per i propri amici. Questo è lo scandalo. Ma so che continueremo, invece, a parlare di motorini e di lavastoviglie.

  2. Tarcisio Bonotto

    Pur condividendo l’idea espressa nell’articolo dell’autore sui criteri di distribuzione degli incentivi, tuttavia farei notare come il problema che ha innescato e mantiene lo stato di crisi non sia stato affrontato dal governo e in parte nemmeno dagli economisti. L’autore afferma infatti: "l’economia italiana soffre di un problema di scarsità di domanda aggregata". "Come si incentivano i consumi? Non con riduzioni di imposte". Trovo che si debba mettere mano alla struttura della nostra economia: non c’è coordinazione tra domanda e produzione – non c’è una programmazione/pianificazione scientifica che soddisfi le necessità della popolazione locale. Le importazioni di beni, che possiamo produrre in loco, fanno danni enormi, portando via lavoro locale. Credo che lo sviluppo autonomo dell’economica locale possa portare benefici alla popolazione. Meglio vivere di produzione che dei soli incentivi.

  3. Enrico Fasolato

    La montagna ha partorito il topolino che va a aiutare taluni settori dimenticandone altri, ma soprattutto ha dimenticato la questione fondamentale della evasione fiscale. Da tempo sostengo che bisognerebbe trovare il coraggio di rovesciare la dinamica impositiva attuale a favore di un coraggioso criterio di completa detrazione delle spese. Tale sistema ,se opportunamente tarato ,permette di raggiungere subito l’obiettivo di dare ossigeno – attraverso rimborsi infrannuali da erogare direttamente attraverso i sostituti di imposta – alle classi più bisognose e, di converso, elimina, o quantomeno riduce, di molto l’economia sommersa. Permetterebbe ,quindi, di recuperare base imponibile da utilizzare a compenso delle maggiori detrazioni concesse – e liberando ,tra l’altro, risorse di controllo da indirizzare dove effettivamente servono i controlli. Un sistema simile avrebbe il pregio poi di premiare effettivamente i settori oggetto di consumi e non settori marginali o lobbysti.

  4. federico bernardi

    "Non con riduzioni di imposte che, nella attuale situazione di incertezza, sarebbero probabilmente risparmiate dalle famiglie". Professor Daveri, da suo ex alunno di Microeconomia le porgo una domanda semplice: per quale ragione la riduzione delle imposte non agevolerebbe l’aumento dei consumi? Il discorso per cui i soldi non spesi in tasse sarebbero risparmiati dai consumatori, non ha un supporto empirico valido mi pare. Probabilmente sono troppo liberista per accettare un intervento dello Stato, tuttavia trovo che la soluzione di riduzione delle imposte sia più accettabile nel medio lungo periodo. Come sostenuto nell’articolo, trattasi di un sussidio bello e buono, assimilabile ad una droga che crea dipendenza se somministrata per un periodo di tempo relativamente lungo. Faccio semplicemente un rozzo riferimento alla curva di Laffer: se io Stato riduco le imposte e le porto ad un livello migliore di efficienza, favorisco i consumi dei risparmiatori, di conseguenza ottengo non solo l’aumento dei consumi, ma anche maggiori entrate fiscali.

  5. enzo

    Nell’articolo si giudica inutile, se non dannoso in questa fase ,incentivare gli investimenti .Tuttavia credo che se gli incentivi fossero orientati a sostituire attrezzature e macchinari obsoleti attraverso la loro "rottamazione " e l’introduzione di nuovi orientati ,ad esempio, al risparmio energetico e alla riduzione dei costi di produzione in genere, si avrebbe un effetto positivo. Infatti, in tal caso, in una fase come questa ricorrerebbero agli incentivi solamente quelle imprese che intravedono effettive possibilità di ripresa e ciò costituirebbe comunque un miglioramento della competitività del sistema paese. Non credo inoltre che vada sottovalutato il peso del mercato estero ,fondamentale per la nostra economia.Quando ci sarà la ripresa della domanda internazionale lo scenario non sarà lo stesso per le nostre imprese ,che non troveranno certo i vecchi clienti ad aspettarle, ma potranno riconquistare spazio solo se più competitive di altre.

  6. raffaele capuano

    1) La curva di Laffaer non funziona in sistemi fiscali come quello italiano, dove non ci sono controlli efficienti e ci sono condoni, e pertanto chi evade con il 50% di tasse continua a farlo anche con il 20% (dati i pochi rischi dovuti all’evasione) 2) E’ dimostrato che se il taglio delle tasse non è sostenibile, ossia si attua creando debito pubblico (presente o futuro), i cittadini capiscono che non si tratta di un "regalo" e risparmiano in vista di successivi esborsi 3) Se il taglio premia solo i ceti medio-alti (come spesso viene fatto, in quanto maggiormente sostenibile a livello di bilancio), è provato che il risparmio di imposta si tramuta quasi sempre in investimenti (beni di lusso o finanziari) in quanto tali ceti hanno già un tenore di vita adeguato Di tutte queste cose se ne è addirittura accorto Tremonti, che, rispetto al suo mentore, sembra aver cambiato idea sui tagli, anche sulla scorta di quanto successo tra il 2001-06. Per cui ok con gli incentivi (o detrazioni dei consumi dalle tasse!) Raf

  7. Francesco Burco

    …rimango sempre dell’idea "austriaca" che la crisi affondi le sue radici nella politica monetaria inflazionistica degli ultimi 15 anni. Massicce iniezioni di dollaroni e conseguenti saggi di interesse artificialmente bassi hanno determinato un eccesso di consumi e l’allocazione non efficiente dei fattori della produzione in progetti di investimento destinati al fallimento. I prezzi dei beni di consumo non sono lievitati in primo luogo per l’aumento di produttività sperimentato a partire dalla fine degli anni ’90 e poi anche per artifici statistici. Tuttavia l’inflazione si è scaricata sui pezzi di carta (azioni titoli) e su certe commodity. L’impennata dell’oro (e delle materie prime) è emblematica. A questo punto incentivare il consumo, peraltro a livello centrale e pianificato, non farà che perpetrare gli squilibri aggravandoli fino a quando il giocattolo si romperà definitivamente. Meglio porsi dolorosamente sulla strada di uscita. Liquidando investimenti sbagliati (leggi fallimenti), favorendo la flessibilità del mercato del lavoro, riducendo i deficit pubblici, diminuendo le tasse e riportando in equilibrio il rapporto fra consumi e investimenti.

  8. Nicola Faccilongo

    Non vedo perchè si debba continuare a parlare della curva di Laffer, l’esperienza Reganiana credo abbia ampiamente dimostrato che questa teoria non ha riscontri pratici, seguendo questa linea i governi repubblicani statunitensi hanno creato una voragine nel debito pubblico americano. Credo che bisognerebbe effettuare investimenti in infrastutture e non ridurre la pressione fiscale, aumentare il lavoro di recupero dell’evasione, razionalizzare la spesa, magari evitando il finanziamento alla "si salvi chi può" in cui tutti chiedono di tutto. La lista della spesa per il paese sarebbe lunghissima: banda larga, trasporto ferroviario, adeguamento della rete di distribuzione elettrica, aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili ecc… Naturalmente questa e la mia opinione, ma rimango dell’idea che bisogna sviluppare e incentivare la domanda aggregata, non puntando però sulla spesa per i consumi ma migliorando le infrastutture.

  9. Paolo Ranieri

    Ma perché continuano a proporsi ricette per uscire dalla crisi quando nessun economista è riuscito a prevederla o a trovare un modo per evitarla? Forse perché le teorie economiche dominanti considerano la crisi come una "possibilità" e non come una "necessità"? Le ricorrenti crisi del modo di produzione capitalistico, crisi da sovrapproduzione di capitali e merci, con impianti inutilizzati e disoccupazione di forza-lavoro, non sono evitabili. Il problema del capitale è come gestirle (ad esempio la crisi del ’29 si è aggravata per errori nelle politiche monetarie e fiscali). Sembra una banalità dirlo ma dalla crisi si esce con la crisi, con la distruzione di valore in eccesso e con la ripresa dell’accumulazione di capitale che prepara la crisi successiva. Qualunque cosa ne pensino gli economisti borghesi.

  10. ANGELO MATELLINI

    L’autore era ottimista pensando che non fosse troppo tardi. Oggi sappiamo che nel pese delle lotterie è una lotteria riuscire, per i venditori, a contattare il numero verde per iscriversi, dal 15 aprile sarà una lotteria per i consumatori. Che la festa continui! Non disturbiamo il Capo

  11. Gianni

    Gli strafalcioni dell’autore palesi e impliciti in questo articolo sono davvero innumerevoli e tutti ricondcucibili al keynesismo che egli abbraccia senza comprendere: l’ infantile concezione dell’economia come un circolo di spesa (quello che spendo io è un reddito per qualcun altro), l’assenza del tempo nel processo economico, la totale incomprensione del ruolo e del significato del capitale, i consumi intesi come motore di sviluppo. Riguardo questo ultimo errore, l’autore confonde un’identità contabile (la somma di consumi e investimenti oltre al saldo con l’estero uguale al reddito nazionale) con un rapporto causale. Cioè con cio’ che produce quel reddito. Per lui un reddito nazionale fatto 100% di consumi è compatibile con una sana economia. L’autore farebbe bene a leggersi anche solo Stuart Mill per capire che cio’ che i consumatori spendono è cio’ che producono. Sono gli investimenti ll motore della crescita non i cosumi.

    • La redazione

      Se ci sono risorse inutilizzate e se gli incentivi si rivolgono a settori in cui la produzione interna è relativamente concorrenziale, è però molto probabile che gli incentivi producano qualche beneficio per il Pil. Grazie delle parole gentili che fanno sempre piacere. Cordiali saluti.

  12. FRANCO

    L’ attuale governo mi ricorda un collega di direzione generale (sono un direttore di banca in pensione) che, a qualunque richiesta, anche la più ovvia e legittima, rispondeva sempre: va bene, TE lo farò; era una forma, pur bonaria, di paternalismo, però irritante. Ugualmente lo è (inter alia) il nostro presidente che non è uomo di stato, almeno del nostro secolo e del nostro continente perché vende sempre quel poco che fa come sua gentile concessione.

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