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MENO PARLAMENTARI PER MENO CORRUZIONE

Il fatto stesso che si debba varare una legge per vietare ai politici coinvolti in episodi di corruzione di presentarsi alle elezioni la dice lunga su come non funziona la selezione della classe politica in Italia. Per migliorarne la qualità servirebbe una maggiore competizione elettorale e una migliore legge elettorale. Ma anche cittadini più attenti e un’informazione più concentrata sui fatti e meno sui retroscena. Un cambiamento che richiede tempo. Tuttavia qualcosa si può fare subito: ridurre il numero di parlamentari e di amministratori a livello locale. E bisogna farlo finché è forte nell’opinione pubblica l’indignazione per i ripetuti episodi di corruzione. Altrimenti i politici troveranno sempre un modo per mantenere (se non aumentare) poltrone e spesa pubblica.

 

A tre settimane dal voto alle Regionali, con liste elettorali già depositate, anche se non sempre in modo regolare, il Governo vara una nota (sarà un disegno di legge) per impedire ai politici corrotti di candidarsi alle elezioni. Lo giudicheremo quando ci sarà un testo. Ma un dato è già oggi chiaro: questa legge è una confessione dei vizi di fondo della democrazia in Italia. Non ci dovrebbe esser certo bisogno di una legge per impedire ai corrotti di candidarsi. Dovrebbero pensarci i partiti a non metterli in lista e i cittadini a punire i politici corrotti. Perché questo in Italia oggi non avviene o avviene troppo poco? C’’è troppa poca accountability, responsabilizzazione degli eletti di fronte agli elettori. Vediamo come si potrebbe rafforzarla. Ma prima bene occuparsi di certe anacronistiche nostalgie della Prima Repubblica.

DIFFERENZE FRA PRIMA E SECONDA REPUBBLICA

Da non crederci. Molti commenti ai nuovi episodi di corruzione che coinvolgono la classe politica lasciano trasparire una struggente nostalgia per la Prima Repubblica. Dato che il nostro paese difetta di memoria storica, bene ricordare le cifre di quelle prime undici legislature della Repubblica italiana: circa un quarto dei parlamentari fu coinvolta in procedimenti giudiziari tali da comportare la concessione da parte dell’Aula dell’’autorizzazione a procedere, con un impennata al 40 per cento nell’’XI legislatura, sotto Tangentopoli. Il 2 per cento dei parlamentari sono finiti in prigione al termine del loro mandato.
Cosa c’è di diverso fra la Prima e la Seconda Repubblica? La disgregazione dei partiti. “Prima si rubava per i partiti, ora solo per se stessi”, nelle parole del presidente della Camera, Gianfranco Fini. In effetti, si è passati da partiti di massa che formavano e selezionavano le persone al loro interno, a partiti molti più snelli, meno interessati alla formazione, e più propensi a selezionare candidati provenienti da mondi diversi dalla politica. L’’appartenenza alla classe politica è stata denigrata dagli stessi “nuovi” politici. Eppure il numero degli scranni in Parlamento – emblema della numerosità dei politici in Italia – non si è ridotto. È affiorata una nuova classe di politici-manager (il 40 per cento dei nuovi ingressi in Parlamento nell’’ultima tornata elettorale appartiene a questa categoria) che coltivano i propri affari durante e dopo il loro mandato (oltre un terzo dei manager rimane in politica anche dopo il mandato). Non sempre legalmente, come dimostrano anche le vicende Fastweb e Telecom maturate proprio negli intrecci fra politica e business. Alla selezione dei partiti si è sostituita la selezione dei capipartito. In questo cambiamento non sono certo migliorati gli incentivi a scegliere candidature di qualità, anziché uomini (e donne) sotto il diretto controllo delle segreterie. La storia politica di altri paesi, come gli Stati Uniti, dimostra che i candidati di maggior qualità sono meno inclini a votare secondo logiche di partito e sono più attenti alle esigenze dei votanti del proprio distretto elettorale, come mostrano le recenti leggi sui mutui e sull’’estensione dei sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti.(1) Per questo i migliori candidati non sono graditi alle segreterie.

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UN PROBLEMA DI ACCOUNTABILITY

Ma non è dall’’assenza dei partiti che scaturisce la corruzione. È un problema di accountability ovvero di limitata responsabilità: non tanto penale, nei confronti della legge, ma politica, verso gli elettori. Non è certo un caso che gli episodi più gravi (entrata di fatto della ‘ndrangheta in Parlamento) siano legati al voto delle circoscrizioni estere, dove ancora minore è la political accountability degli eletti poiché i distretti elettorali sono molto estesi, gli elettori poco informati e forse anche poco interessati a una politica che non li toccherà da vicino. Solo una maggiore competizione elettorale e una preferenza degli elettori per candidati di qualità può migliorare i processi di selezione.
Il grado di competizione elettorale dipende in larga misura dell’offerta politica. La mancanza di un’’alternativa credibile consente al partito al potere di detenere un monopolio politico e la competizione si sposta all’’interno del partito, lontano dalle urne. È ciò che avviene oggi in Cina, che avveniva in Italia nei 46 anni di governo democristiano e che continua ad avvenire in molti paesi quando uno dei due (o più) schieramenti di maggioranza perde forza elettorale. Ma anche la struttura bicamerale del sistema parlamentare e l’’enorme numero di posti a disposizione (vedi tabella a fondo pagina) – gli scranni in Parlamento – contribuisce a ridurre il livello di competizione elettorale e consente ai capipartito di destinare alle Camere un buon numero di fedelissimi.
I sistemi elettorali contano nel favorire la political accountability dei politici. Ora come allora, negli anni Ottanta e Novanta, il Parlamento è eletto con un sistema proporzionale. Il maggioritario uninominale consentirebbe invece di aumentare la responsabilità politica nei confronti degli elettori del proprio distretto, a cui i politici dovranno tornare se vogliono un altro mandato. E può anche migliorare gli incentivi per la selezione dei candidati. Ad esempio, se nel proporzionale, il controllo di un pacchetto di voti (e di preferenze) poteva essere sufficiente a far ri-eleggere un politico indagato, nel maggioritario ciò risulterebbe più difficile, soprattutto nei distretti con maggior competizione elettorale. Un recente studio mostra infatti che durante il periodo del sistema maggioritario misto, il cosiddetto Mattarellum, nelle circoscrizioni uninominali più competitive, dove l’esito elettorale era maggiormente incerto, hanno prevalso candidati di maggior qualità – ovvero più istruiti e con maggiori esperienze amministrative.
A differenza che nella Prima Repubblica oggi abbiamo liste chiuse, che aumentano il potere di selezione delle segreterie dei partiti, e riducono la responsabilità diretta dei politici nei confronti degli elettori. Ciò che è più grave è che oggi agli elettori non è consentito punire i politici che si sono comportati peggio, magari macchiandosi di reati di corruzione, neanche ex-post, ovvero alle successive elezioni. La sorte dei singoli politici è, infatti, strettamente legata a quella del partito: la accountability non è più individuale, ma di tutto il partito. Facile per i singoli politici provare a giustificare colpe ed errori con scelte di partito. E per i partiti, facile mimetizzare politici di dubbia provenienza in lunghe liste elettorali, lontano dai riflettori che si accenderebbero su di loro in distretti uninominali – solo per scaricare i casi estremi dipingendoli come poche mele marce.

SUBITO MENO PARLAMENTARI

Per tutti questi motivi, tornare indietro, sempre che ciò sia possibile, passando dalla selezione dei capipartito alla selezione dei partiti non serve. Ci vorrebbero una maggiore competizione elettorale e una migliore legge elettorale. Ci vorrebbero anche cittadini più attenti. In alcuni distretti infatti, gli elettori non sembrano sensibili alla qualità dei politici, ma ad altri fattori, quali l’ideologia o il clientelismo. È ciò che emerge da uno studio che mostra come negli anni precedenti al 1994 – e dunque con un sistema proporzionale – nelle circoscrizioni con livello di capitale sociale più basso, i politici per i quali era stata chiesta l’autorizzazione a procedere non siano stati “puniti” alle urne dai loro elettori. Per avere cittadini più attenti e consapevoli è necessario che gli elettori siano in grado di valutare l’operato dei politici. Questo è possibile solo migliorando il monitoraggio e l’’informazione sui politici. Anziché focalizzarsi sulle voci raccolte nel “Transatlantico” sarebbe più utile per gli elettori che i mezzi di informazione valutassero la rispondenza delle azioni dei politici ai loro programmi elettorali, che riportassero il livello di assenteismo dei parlamentari e le loro decisioni di voto in Parlamento, evidenziando, ad esempio, se hanno votato lungo le linee di partito almeno sulle leggi più significative. Cosa ha fatto il politico eletto nella circoscrizione dovrebbe essere una rubrica fissa in ogni giornale locale.
Ma è difficile pensare che a breve si possa rafforzare la competizione elettorale, cambiare sistema di voto, consapevolezza dei cittadini e sistema di informazione. Bene muoversi in questa direzione, ma ci vorrà del tempo. Oggi per rafforzare la selezione, migliorare il monitoraggio dei politici e aumentare in parte anche la competizione elettorale, si può imporre un numero chiuso più stringente. Bisogna ridurre il numero di parlamentari e il numero di amministratori a livello locale. Come si vede dalla tabella qui sotto oggi in Italia ci sono molti più parlamentari per abitante rispetto ad altre democrazie anche più consolidate della nostra (un parlamentare ogni 63.315 contro una media di un parlamentare ogni 240.242 abitanti). Per metterci in linea con gli altri paesi (ad esclusione dell’’India) dovremmo almeno dimezzare il numero dei parlamentari.
Bisogna farlo ora, subito, finché è forte fra i cittadini l’’indignazione per i ripetuti episodi di corruzione. Altrimenti i politici troveranno sempre un modo per tornare sui loro passi. Come avvenuto con la ventilata riduzione degli amministratori nella Finanziaria 2010.

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  N° Parlamentari Popolazione Residente Popolazione/Parlamento
Italia 952 60.275.846 63.315
Francia 923 62.342.668 67.544
India 795 1.198.003.272 1.506.922
Giappone 727 127.156.225 174.905
Germania 682 82.166.671 120.479
Gran Bretagna* 646 62.032.247 96.025
Spagna 614 44.903.659 73.133
Brasile 594 193.733.795 326.151
Stati Uniti 535 314.658.780 588.147
Canada 413 33.573.467 81.292
Portogallo 230 10.707.130 46.553
Australia 226 21.288.754 94.198
Olanda 225 16.592.232 73.743
Belgio 221 10.646.804 48.176
Media   240.042

* Non è stata considerata la House of Lords.
Fonte: Onu, siti ufficiali per nazione.

(1) Per maggiori informazioni si veda: “The Political Economy of the U.S. Mortgage Default Crisis” di Atif Mian, Amir Su…, and Francesco Trebbi; maggio 2009.

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22 commenti

  1. Lucia Vergano

    Non credo che dimezzare il numero di parlamentari contribuirebbe necessariamente a sradicare il fenomeno della corruzione dalla società italiana. Credo, invece, che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per lo svolgimento democratico della vita politica del nostro paese. Il Parlamento italiano, nelle sue dimensioni e nella sua struttura bicamerale perfetta, risponde alla necessità di evitare la promulgazione di leggi "inopportune". I costituenti, memori della genesi democratica del fascismo resa possibile dalla flessibilità dell’allora vigente Statuto Albertino, diedero vita a una struttura istituzionale il più garantista possibile della rappresentanza e della pluralita’ (il che spiega anche la scelta di un sistema elettorale proporzionale). Se fossimo una democrazia consolidata, e quindi disponessimo di anticorpi sociali alla corruzione, forse potremmo permetterci di dimezzare il Parlamento. Non essendolo, trovo alquanto pericoloso ridurre la rapprensentativita senza aver prima risolto il problema della corruzione (posto che non sia culturalmente endemico). Una società ugualmente corrotta in cui l’esercizio del potere legislativo è più limitato mi spaventa.

  2. Andrea Negro

    Trovo un po’ ingiusto considerare 240.000 la media delle democrazie più consolidate, è la ragione sta ovviamente nel dato che di più salta all’occhio: l’India. Intanto, da un punto di vista puramente numerico, facendo la media è buona norma non considerare i valori estremi, e certamente il numero dell’India è fuori scala per la popolazione. Secondariamente, includere l’India tra le democrazie consolidate è oggettivamente un po’ forzato nel merito: la stragrande maggioranza di quelle persone non fa media, perchè la stragrande maggioranza delle persone sta nelle caste inferiori che non hanno affatto "un parlamentare ogni x abitanti" come vorrebbe la media, ma non ne hanno affatto. E’ veramente il caso in cui una persona ha un pollo e l’altra no, e statisticamente hanno mezzo pollo a testa.. ma uno muore di fame alla faccia della statistica. E questa "deviazione introdotta dal dato indiano è del tutto non banale, perchè togliendolo la media crolla da 240.000 a 142.000, che non è la metà ma poco ci manca. Anche con questa vistosa correzione la sostanza del discorso non cambia, ma sarebbe interessante capire il motivo di questo inserimento, perché così sembra una forzatura.

  3. Claudio Lando Paoletti

    Apprendo dalla stampa e dai mass media che viene preparato un Disegno di Legge il quale impedisce a coloro che con sentenza definitiva, sono stati condannati per corruzione, concussione, frode, e altre pesanti irregolarità, di candidarsi per cinque anni a rappresentare le Istituzioni. Perché solo per cinque anni? In base al ragionamento del "recupero sociale" del condannato? Probabilmente sì. Ma non dimentichiamoci che stiamo parlando di denaro pubblico, di tutti. Come possiamo ridare la fiducia ad amministrarci a chi è stato condannato per tali reati, in via definitiva? Per questioni di malversazioni e condanne che riguardano la vita privata, il privato cittadino, posso capirlo e condividerlo. Occorre sempre dare occasioni di riscatto e di riabilitazione. Ma trattandosi di Cosa Pubblica, di fondi e denaro pubblico, lo capisco sempre meno. Tanto più essendo in una situazione degenerata come la nostra. Continuando così, il nostro sistema democratico rischia di collassare, riservandoci amarissime sorprese. Mi auguro sinceramente di sbagliarmi.

  4. Enrico Marchesi

    Non riesco proprio a capire in che modo la riduzione del numero di parlamentari possa portare ad una diminuzione della corruzione (forse perchè nell’articolo non è portata alcuna motivazione al riguardo?). Dopo una serie di condivisibili osservazioni sulle mancanze della legge elettorale gli autori (forse perchè presi dallo sconforto) non trovano meglio da chiedere una riduzione dei parlamentari, perchè sono troppi. Il nesso tra corruzione e numero di parlamentari è sottinteso. Un consiglio finale: magari si potrebbe togliere l’India dal campione o usare la mediana al posto della media.

  5. Riccardo

    Concordo con le proposte anche se credo che nessuna legge potrà mai dare senso civico, consapevolezza del bene comune e restituire il senso di “opportunità” dei comportamenti. Ma c’è una cosa che da ancora più fastidio: la legislazione d’urgenza per qualsiasi cosa venga posta all’attenzione dell’opinione pubblica. Ma chi la decide l’agenda politica? Il paradosso è che chi dovrebbe avere la “vista più lunga”, facendo leva su studi e studiosi che come voi dedicano la propria vita alla ricerca, invece fatica ad andare oltre il proprio naso. Perchè il chiacchiericcio ha più considerazione di qualsiasi articolo minimamente approfondito, perchè impegnarsi costa fatica e un popolo gregge è certamente più mansueto di un popolo istruito. Mi pare che sia un circolo vizioso, una sorta di equilibrio naturale verso il quale si tende e dal quale non capisco come si possa uscire. Non sono un pessimista ma la mia domanda è semplice: si tratta solo di incapacità dell’attuale classe politica (o meglio di questo o quell’altro uomo politico, le generalizzazioni non mi piacciono) oppure è qualcosa di congenito nelle moderne democrazie e l’Italia ne è solo uno degli esempi più estremi?

  6. Alberto Frison

    Questa legge è stata varata esclusivamente come mossa elettorale in vista delle regionali. Credo che la problematica della corruzione sia di interesse dei componenti del nostro parlamento solamente quando riguarda le loro vicende giudiziarie personali.

  7. nico

    Dimezzare il numero e dimezzare lo stipendio, equiparare i diritti pensionistici al resto d’Italia, eliminare gli scatti automatici, eliminare auto blu (tranne che per le cariche più alte) e altri privilegi ed infine legare gli emolumenti all’effettiva presenza (gettone). Questo per iniziare, poi cominciamo a ragionare sulla trasparenza …

  8. roberto fiacchi

    Non mi sembra che la riduzione del numero dei parlamentari centri molto con la riduzione della corruzione, salvo che per una pura relazione statistica semplice secondo cui in un numero maggiore di individui è più facile trovare più corrotti; mentre la riduzione degli eletti e, soprattutto, dei nominati certamente può essere utile per diminuire costi e sprechi; per esempio se da un lato l’elezione diretta dei Sindaci può aver creato aspetti positivi, ma non ha certo prodotto risultati utili togliendo agli elettori il voto per coloro che possono diventare assessori e svilendo i Consigli. La corruzzione come ogni altra forma di mancanza di rispetto per gli altri e per l’interesse generale penso che sia direttamente correlabile al grado di cultura, di civiltà e di evoluzione positiva del genere umano. In Italia, ma non solo, non è molto spinto il desiderio di miglioramento in tal senso: ritengo che dovrebbe giocare un ruolo primario l’informazione, ovvero, i Giornalisti. E’ poco credibile che attualmente ci siano le condizioni per i cittadini di poter scegliere la classe politica.

  9. Lucandrea Massaro

    Sono perfettamente concorde che il sistema più attento, produttivo e trasparente è l’uninominale, magari con le primarie per scegliere il candidato più forte. Tuttavia i dati – certamente corretti – da voi presentati sono falsati dalla presenza di due nazioni/continente: USA e India. E’ chiaro che il loro rapporto parlamento/popolazione rende non leggibile il risultato. Il confronto va fatto – e mi spiace che voi abbiate fatto questo errore perché vi leggo da anni – tra paesi con dimensioni simili e contesti simili. Non a caso la Francia ha pressoché lo stesso rapporto che abbiamo noi, così come Spagna ed Olanda. Il caso virtuoso è forse quello della Germania ed è a quello che si può ragionevolmente puntare, un rapporto 1 a 100-120 mila. Puntare a rapporti più alti significa avere circa 250 tra deputati e senatori, forse insufficienti a rappresentare 20 regioni e oltre 8000 comuni. Per il resto sono con voi.

  10. Francesco Maviglia

    A mio modesto avviso, non si deve dimenticare che in Italia convivono nell’elettorato attivo due aspetti non di poco conto. Il primo riguarda la mancanza di attenzione del cittadino elettore, come viene sottolineato nell’articolo e che è stata la principale causa dell’eliminazione del sistema delle preferenze nella scelta degli eletti, mentre l’altro concerne il voto "a prescindere" che, nel caso dei collegi uninominali, determinerebbe l’elezione a occhi chiusi del candidato. Anche in questo caso si avrebbero degli eletti-nominati che risponderebbero del loro operato, non agli elettori, ma a chi li ha messi in lista. Alla fine, non è il numero di chi si avvicina alla politica a determinarne la qualità, ma i criteri di selezione e i controlli etici effettuati all’interno delle organizzazioni politiche da parte degli stessi associati.

  11. Francesco Piras

    I limiti della presente legge elettorale sono chiari a tutti. L’attuale parlamento non garantisce nessuna rappresentatività dal momento che nessun cittadino italiano ha potuto esprimere le preferenze. L’attuale classe politica deriva dalla selezione fatta da cinque-sei segretari di partito che hanno presumibilmente impiegato criteri ben diversi dalla qualità, istruzione o competenza amministrativa ma semplicemente logiche clientelari e di fedeltà. L’auspicata riduzione del numero dei parlamentari non garantisce a priori una riduzione del fenomeno "corruzione" (se non per effetto statistico) se le condizioni di base non vengono modificate. Anche il maggiore controllo non è garantito se non si sviluppa una vera cultura di controllo con giornalisti indipendenti (ancora troppo pochi in Italia). Il problema tuttavia è un’altro. Considerato l’alto numero di parlamentari corrotti e condannati definitivi, inquisiti e condannati nei primi gradi di giudizio; mi chiedo come possa essere fatta una buona legge anticorruzione!

  12. mdamore

    La relazione tra numero di politici e corruzione non mi pare chiara. Mantenendo costante il livello di accountability (e.g. lasciando la legge elettorale invariata), una riduzione del numero dei politici credo indurrebbe solo una concentrazione di rent-seeking in capo a meno persone. Una competizione elettorale piu forte – con una accountability post-elettorale invariata – potrebbe persino aumentare il numero di politici-manager, che contano sulle loro relazioni per aumentare il consenso elettorale.. Aldilá di questa considerazione, concordo col motivo di ridurre il costo della politica e quindi vedo con favore la proposta di diminuzione del numero di amministratori e politici.

  13. Francesco Giordano

    Meno parlamentari significa collegi elettorali più ampi. Il che significa un rafforzamento ulteriore della tendenza attuale che consente la possibiltà di una candidatura a chi ha più soldi. Le riforme di ingegneria istituzionale in assenza di una riforma della legge elettorale, dell’assetto giuridico dei partiti e quindi dei meccanismi di selezione delle classi dirigenti rischiano di perpetuare i difetti attuali.

  14. MICHAEL TETTO

    Io vorrei che si prendessero in considerazione alcune questioni reali. Innanzitutto, la legge elettorale, che ha di fatto attribuito la nomina dei parlamentari alle segreterie dei partiti, più in generale agli "uomini" più influenti. E’ del tutto evidente che il potere legislativo, si è spostato pericolosamente verso coloro che detengono il potere politico; specie se consideriamo i differenti "stili di leadership" che costituiscono i partiti o le coalizioni in Italia, si può agevolmente capire come ad uno stile più autoritario coincida un maggiore accentramento del potere legislativo stesso, in quanto lo stesso legislatore verrebbe a costituirsi per mezzo dell’esclusiva volontà dei "capi-partito". Per contro, la possibilità di votare direttamente il candidato, e non il partito, comporterebbe notoriamente maggiori fenomeni di clientelismo locale, portando in Parlamento figure di dubbia caratura (tra gli altri), poichè la logica del "voto di scambio" è insita nel modo di fare politica italiano, soprattutto in alcune regioni italiane. La riduzione dei parlamentari, a mio avviso, dovrebbe seguire ad una riforma della legge elettorale che riprendesse il meccanismo della preferenza.

  15. Francesco Zucchini

    Problema 1: l’alternanza di governo dovrebbe intuitivamente consentire una maggiore trasparenza, ma limitandoci alle sole democrazie e prendendo per buono il transparency corruption index paesi con scarsa alternanza come Olanda o Belgio hanno più o meno gli stessi livelli (bassi) di corruzione della Gran Bretagna che al contrario sperimenta l’alternanza di governo con molta maggiore intensità. Grecia e Italia risultano entrambi corrotti sebbene il primo abbia conosciuto molta più alternanza del secondo. Problema 2: i vituperati sistemi proporzionali con lista bloccata sono i sistemi proporzionali più diffusi e sono adottati da molti paesi che risultano essere assai poco corrotti (gran parte dei paesi scandinavi per esempio). Al contrario è abbastanza condivisa in letteratura la pessima opinione sui proprozionali con voto di preferenza: aumentando la competizione intrapartitica aumentano i costi della politica e la domanda di corruzione. Problema 3: se prendiamo l’elenco dei paesi citati e correliamo il numero di abitanti per eletto (ultima col.) con i punteggi 2009 del transparency index (alto=bassa corruzione) otteniamo -0.52 ovvero più abitanti per eletto più corruzione!!

  16. Gerardo Fulgione

    Mi trovo sostanzialmente daccordo con quanto scritto e soprattutto per la preferenza per un sistema maggioritario uninominale, a doppio turno però. Il rischio, infatti, che abbiamo sperimentato già in passato, e’ che si creino delle grosse coalizioni le quali andrebbero poi a disgregarsi in Parlamento e non garantire la necessaria governabilità. Non credo tanto al bipolarismo ma alla cosiddetta "quadriglia bipolare" presente in Francia, un Paese che per storia politica e sociale sembra piu’ affine all’Italia che non gli altri. Il mio dubbio principale pero’, da cui sorge l’oggetto è: nel momento in cui il politico rimane legato al territorio ed ai suoi elettori, non sorgerebbe il rischio che, pur di catturare il maggior consenso possibile, rivendichi in Parlamento delle politiche assistenziali, diseconomiche o addirittura diseducative pur di apparire "bello" agli occhi dei suoi elettori ? Non c’e’ il rischio di creare, oltre a numerosi clientelismi, un Parlamento di persone continuamente in conflitto tra loro per cercare di tirare la famosa "coperta troppo corta" ognuno dalla propria parte.

  17. Sabino Labia

    Quando capitano momenti difficili come quelli che stiamo vivendo, subito si cerca di ricordare ciò che fecero i padri costituenti. Nel corso delle mie ricerche per il mio libro ho analizzato molto quello che avvenne negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Ebbene vi assicuro, se mai ce ne fosse bisogno, che tra il 1947 e il 1953 chi sedeva in Parlamento era lì perché aveva avuto un ruolo in passato per la liberazione del Paese, tra ex combattenti e partigiani, intellettuali e contadini. Di conseguenza era interesse di tutti costruire un futuro più giusto per gli italiani. E non era solo questione di leader. Oggi chi siede in Parlamento non si sa bene che meriti abbia. Partecipando a una trasmissione televisiva c’erano alcuni parlamentari di entrambi gli schieramenti, ebbene tutti mi dissero in maniera sconsolata che sia alla Camera che al Senato vige un’ignoranza a dir poco enciclopedica. Se poi a questo si aggiunge anche la corruzione allora la frittata è fatta. Il problema é che questi sono arrivati lì non da soli, ma perché qualcuno ce li ha mandati e se tu capo nomini un incompetente non puoi certo pretendere che questo ti faccia la fusione nucleare.

  18. Alessio Cannucci

    Secondo me la soluzione di molti mali, ed in particolare la corruzione è il fatto che i parlamentari possono candidarsi tutte le volte che vogliono. Sarebbe sufficiente che un qualsiasi cittadino possa sedersi in Parlamento solo per due legislature. In questo caso non ha il tempo di collusione con il mondo dell’imprenditoria e probabilmente la politica non avrebbe l’incentivo ad entrare in ogni aspetto del sistema economico e sociale del paese. Non solo, sarebbe anche meno incentivante se fossero tolti loro tutti i privilegi monetari.

  19. BOLLI PASQUALE

    Parlare della corruzione nel nostro Paese e collegarla prevalentemente alla politica sarebbe colpevolmente riduttivo. La politica altro non è che il reale specchio della società e ridurre il numero di parlamentari e di amministratori a livello locale non sarebbe sufficiente per l’attenuazione di tale gravissimo fenomeno. Il nostro paese ha perso, da tempo, il concetto della legalità, della moralità e della valutazione dell’altro, non in base al suo essere ma al suo apparire. Tanto ha generato il camaleontismo, l’arrivismo, il servilismo per l’arricchimento a ogni costo e la stupidità considerata intelligenza. Questi concetti sociali ampliati ed elevati ad esempio da chi ci governa ha convinto i giovani, che poi, sono il nostro futuro, che la vita non è preparazione, onestà e rettitudine ma intrallazzi, scorciatoie, feste e canzonette. La nostra società, per affrontare un futuro dignitoso nel consesso delle nazioni civili, deve assolutamente riappropriarsi di valori che non sono più in nostro possesso. Solo in questo modo si potrà sperare in cittadini più attentii nelle scelte, in caso contrario, avremo sempre più politici arroganti, corrotti, servi e asini che si credono cavalli da corsa.

  20. Pino Pini

    Trovo quantomeno approssimativa questa pratica di basare un’argomentazione così complessa su un dato statistico-numerico tanto friabile. A parte l’opportunità discutibile di includere il dato indiano, non si può considerare la media dei parlamentari per abitante a prescindere dall’assetto istituzionale del Paese di riferimento. La Germania e gli Stati Uniti, ad esempio, sono vere e proprie repubbliche federali, organizzate secondo il principio di sussidiarietà. I singoli Stati federati posseggono veri e propri parlamenti regionali del tutto simili a quello federale, con potere legislativo completamente autonomo in un numero considerevole di ambiti. Come intende considerare questi parlamentari l’autore dell’articolo, come amministratori o legislatori?

  21. Salvatore

    Dire che la riduzione del numero dei parlamentari e degli amministratori locali porti a meno corruzione mi sembra troppo semplicistico. Sono d’accordo che in Italia ci sono troppi politici e che hanno occupato e occupano ogni ambito della nostra vita. C’è qualcosa di sbagliato nel nostro sistema politico che consiste nel fatto che gli elettori non possono scegliere gli eletti, che questi possono occupare cariche elettive a vita, che si autoelargiscono indennità, prebende e privilegi vari alla faccia dei contribuenti. Va ridotto il numero di chi fa politica, ma va anche eliminato alla radice il sistema di autoelargirsi tutto quanto gli pare. E’ necessaria l’abolizione dei privilegi e va affidata a un organismo indipendente la valutazione di quanto spetta a parlamentari e amministratori locali per l’esercizio delle loro funzioni, funzioni che devono essere effettivamente svolte. Agli assenti vanno decurtati i compensi in misura crescente col crescere dell’assenteismo (chissà cosa ne pensa il ministro Brunetta, se l’esempio venisse dall’alto non ci sarebbero recriminazioni in basso).

  22. ciro daniele

    Credo ancora che, in democrazia, un parlamento debba rappresentare la società così com’è: se la nostra società comprende anche mafiosi, imprenditori senza scrupoli, corrottti, corruttori, evasori fiscali, ingnoranti e disonesti generici, non vedo perchè questi signori non dovrebbero essere rappresentati in parlamento. Se vogliamo mandare in parlamento solo le elite, passiamo inevitabilmente dalla democrazia all’aristocrazia più o meno illuminata. Quanto al numero dei parlamentari, vorrei ricordare che, nelle prime pagine di qualsiasi manuale di statistica, si legge che la numerosità di un campione rappresentativo non dipende dalla sua incidenza sulla popolazione di riferimento, ma solo dalla variabilità dei fenomeni che vuole rappresentare. Se la società è complessa deve essere rappresentata da un numero maggiore di parlamentari; se è semplice ne bastano pochi. Quindi le medie riportate nell’articolo sono del tutto irrilevanti.

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