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MANI PULITE. 15 ANNI DOPO

È in qualche modo cambiata la corruzione in Italia quindici anni dopo le inchieste di Mani pulite? Sì, una novità c’è ed è il carattere “sistemico” del fenomeno. È questa la risposta che fornisce uno dei più noti esponenti della magistratura nel brano che qui pubblichiamo tratto dalla sua prefazione a un libro di Alessandro Galante Garrone, in libreria in questi giorni: “L’Italia Corrotta, 1895 – 1996, cento anni di malcostume politico” (Aragno editore, 147 pagine, 10 euro). Galante Garrone, scomparso nel 2003, lo pubblicò per la prima volta nel 1996, raccontando e analizzando il fenomeno della corruzione con la sua esperienza di storico e giurista, con il suo rigore morale e intellettuale che vede le cose con un pessimismo non rassegnato.

 

Se qualcosa è mutato nel passaggio alla nuova corruzione, sottolineano diversi studiosi che si sono occupati del fenomeno, è nel senso che la corruzione ha assunto nel nostro paese un carattere ‘sistemico’, è una pratica comune e diffusa in molti settori di attività politico-amministrativa: «Sembrerebbe così smentita la contrapposizione tra una società politica corrotta e una società civile sana ed onesta […] Al contrario il sistema della corruzione […] ha dimostrato la propria capacità di radicamento nella società civile, innervandosi in profondità nel mondo delle professioni, dell’imprenditoria e della finanza» (1). Si è osservato anche che nella corruzione post Mani pulite «nel rapporto tra politici ed imprenditori, questi ultimi sembrano dotati di maggiore autonomia e potere negoziale» (2). Si devono poi considerare i preoccupanti intrecci fra corruzione e criminalità organizzata, non solo di carattere mafioso. 
Il fenomeno della corruzione in Italia, divenuta ormai corruzione sistemica, continua ad avere un’incidenza del tutto anomala rispetto alle altre democrazie occidentali. Abbiamo sopra richiamato la severa valutazione del Rapporto GRECO del Consiglio d’Europa. È un quadro che corrisponde a quello delineato dagli studiosi che si sono occupati del tema con maggiore attenzione: «Un individuo partecipa allo scambio corrotto quando i costi, legati alla probabilità di essere scoperti e alla severità delle sanzioni previste, non superano i benefici attesi, confrontati con quelli delle alternative disponibili» (3). E si aggiunge che occorre considerare anche il costo morale della corruzione che «tende a crescere in presenza di sistemi di valori che sostengano il rispetto della legge e dei principi dello stato di diritto», ma per arrivare alla amara, ma realistica conclusione che «in Italia i fattori che orientano le scelte dei potenziali corrotti e corruttori, a livello tanto di occasioni economiche quanto di vincoli morali, forniscono deboli disincentivi alla diffusione del fenomeno» (4).
Non meno pessimistica è la valutazione del rischio penale: «a forme di criminalità che si caratterizzano per una diffusione sistemica, per le tante ed oscure connessioni con il potere politico ed economico, per l’abissale “cifra nera”, nonché per la elevata pericolosità nei confronti delle vittime individuali, della collettività, e, a un livello ancora più ampio, rispetto alla tenuta delle regole democratiche, si oppone un diritto penale che versa da anni in uno stato di “crisi di legittimazione” senza precedenti, che presenta profili di effettività fortemente differenziati in ragione delle fenomenologie criminose da combattere e delle aree geografiche teatro della criminalità» (5).
Le «cifra nera», termine con il quale i criminologi indicano l’insieme dei reati commessi e non scoperti, muta, ovviamente a seconda delle tipologie di reato, ma è ovunque elevata con riferimento al fenomeno della corruzione. Diverse analisi svolte indicano che in Italia, rispetto ad altri paesi confrontabili, la «cifra nera» della corruzione è particolarmente alta per una serie di ragioni aggiuntive: il carattere sistemico che la corruzione ha assunto, l’intreccio con la criminalità organizzata, il basso livello del costo morale e del rischio penale. Sotto quest’ultimo profilo, le numerose modifiche legislative intervenute negli ultimi quindici anni presentano un saldo indiscutibilmente negativo con riguardo alla capacità di incidere sulla corruzione. Si pensi alle leggi ad personam, che – ormai dal 2001 – è una categoria con cui ci si deve confrontare nell’analizzare la legislazione in materia penale. La riforma del falso in bilancio ha drasticamente ridotto la possibilità di fare ricorso a tale tipologia di reato per aggredire la formazione di fondi neri, normale presupposto di pratiche corruttive. Ancor più rilevanti gli effetti della riduzione drastica della prescrizione, operata con la legge cosiddetta ex-Cirielli: è ulteriormente aumentata quella che è stata chiamata la «cifra grigia dei fatti criminosi scoperti ed accertati, ma non sanzionati da condanna definitiva» per l’intervento della mannaia della prescrizione (6).  Non a caso, come si è visto, questa disciplina ha suscitato attenzione e preoccupazione nel Rapporto GRECO.
Ancora da ricordare l’indulto, concesso con la legge 241/2006, grazie al quale si sono condonati tre anni di pena, il limite più alto mai toccato nella storia repubblicana. Il beneficio è stato escluso per una lunga serie di reati, ma non per la corruzione, come è corrente nei provvedimenti di clemenza di altri paesi. Anzi, come è stato pacificamente riconosciuto, questa clemenza così generosa è stata determinata dalla volontà di evitare che l’on. Previti, condannato ad una severa pena detentiva per fatti di corruzione, dovesse scontarla in carcere. E si trattava di uno dei tipi di corruzione da sempre ritenuta gravissima, quella di giudici.

(1) Della Porta-Vannucci, Mani impunite, p. 10.
(2) Ivi, p. 115.
(3) Ivi, p. 11.
(4) Ivi, p. 12.
(5) Davigo-Mannozzi, La corruzione in Italia, p. 309.
(6) V. Grevi, «Prefazione» a Davigo-Mannozzi, La corruzione in Italia, p. VII.

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L’ELETTORE DISINFORMATO

  1. elio morselli

    Se si pensa di poter ridurre il fenomeno della corruzione attraverso il diritto penale si resta nel libro dei sogni. Purtroppo le radici del fenomeno sono altre e più profonde. Hanno analogia con le ragioni del radicamento della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta. Si sono inoculate nella mentalità della gente comune, anche in quella onesta. I media fanno la loro parte. Anche la crescente secolarizzazione della religione (un tempo potente freno) vi concorre. Si aggiunga l’influenza di 50 anni di egemonia culturale del (centro)sinistra. La gente ha perso il senso del discrimine tra "malcostume" e corruzione, e non solo di ciò: il sacro, il pudore, la stessa distinzione tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto. Da che parte si debba procedere per porre un argine non è dato sapere. Che Dio ce la mandi buona.

  2. Giuseppe

    Sono meravigliato per la scarsità dei commenti da parte dei lettori agli interessanti articoli sul tragico fenomeno della corruzione apparsi recentemente sul sito. Il carattere sistemico ha reso complici più italiani di quanto si creda, e gli esclusi dalla festa sono disorientati e senza parole per commentare un fenomeno così ampio e profondo che osservano quotidianamente. Forse una strategia percorribile per cominciare a sradicare questa distruttiva e infestante malapianta potrebbe essere quella applicata in passato dal sindaco Giuliani per contenere la criminalità a New York: tolleranza zero. Se è ormai troppo tardi per colpire dall’alto, si dovrebbe diffondere una cultura della legalità tra la gente comune, colpendo comportamenti truffaldini come timbrare i cartellini per i colleghi nella pubblica amministrazione, o coinvolgere i dirigenti nelle malversazioni dei sottoposti, e via via dal basso verso l’alto. Qualcosa bisogna fare per mettere in crisi l’omertà dei molti che sono complici per abitudine e rassegnazione.

  3. roberto fiacchi

    Sono in larga misura d’accordo con l’articolo e con i commenti. Per la tolleranza zero c’è da tenere presente che difficilmente gli interventi possono essere forti, se chi li deve fare non ne ha la volontà; si finisce con l’essere forti con i più deboli, come facilmente avviene. Ed allora? Certo, penso che Dio abbia previsto una via di miglioramento, ma credo che l’uomo debba arrangiarsi su questa terra ed impegnarsi a migliorare. Continuo a pensare che l’informazione debba giocare un ruolo fondamentale, poichè si tratta di cultura e senso civico: chi più dei giornalisti di carta stampata e televisione, degli scrittori e di coloro che assumono cariche e notorietà rilevanti possono incidere sulla opinione pubblica? Intanto sarebbe, penso, utile smetterla di far vedere che chi è " furbo " ( termine positivo che, invece, si confonde con l’essere disonesto) viene premiato! Cosa, quindi, si orienteranno a fare i più giovani, se non cercare le vie di chi vince? Roberto Fiacchi

  4. moreno

    Il carattere sistemico è, a mio avviso,necessitato sia dalla cornice culturale che ci vede,tra i paesi sviluppati, tra i più complicati legislativamente parlando,ma anche il più arretrato civilmente parlando. Aggiungiamo che le ricorrenti "tangentopoli" si scoprono quasi solo quando il "sistema "non regge più economicamente, mentre gli attori politici e non, sono pressocché gli stessi che in più occasioni hanno di fatto respinto ogni possibile reale cambiamento di costume e, soprattutto mentalità: in fondo questa ricerca affannosa all’accaparramento illegale di beni e benefit è uno dei tanti aspetti della nostra atavica e irrisolta "fame"da Paese arretrato e amorale in barba ai precetti moralisti dei "socialisti" e dei "cristiani" tanto sbandierati. Oggi invece,sempre a parole,sono tutti "liberali": In Italia quasi tutto si espone (la moda ne è il sunto),tranne il proprio reddito, lì si diventa tutti "conservatori": si riesce a cambiare tutto senza cambiare la sostanza…forse è la nostra vera "resistenza".

  5. valentino compagnone

    Pare che nessuno più creda che si possa uscire da codesta ecclissi della ragione civile non perchè non ci sia consenso nel paese, ma per assoluto difetto di partiti adeguati: c’è una classe politica fatta di fuoriusciti rinnegati, usurpatori, arrivisti che domina la scena e accanto alla quale coesiste un’altra classe di uomini di buona volontà; come se le due cose fossero compatibili. Ciò non convince e tale confusione rende ancora più disperato il pessimismo. La sola opposizione è quella di Di Pietro e di Pannella, ma non hanno le caratteristiche della forza dell’alternativa politica: non bastano il pane ed il vino di Di Pietro, il lirismo di Pannella. Gli uomini dell’azionismo sono stati un punto di riferimento stabile ma quel fenomeno non ha avuto eredi perchè il rinato Movimento d’Azione di Giustizia e Libertà, nel quale mi reclutò Luciano Bolis, non formulò una nuova e adeguata proposta politica: qualcuno ci ha provato, ma non poteva certo eguagliare la possente luce del grande sole che non sapeva che riflettersi nel suo passato glorioso fino al suo ultimo raggio.

  6. Giuseppe Mandetta

    Certo, non si può credere di debellare la corruzione con il solo Diritto Penale, ma certamente la strada intrapresa dal Legislatore (o dovrei dire Governo, o dovrei dire Berlusconi) negli ultimi dieci anni sembra incoraggiare e non frenare questi comportamenti; i media fanno la loro parte? Ma, dico, scherziamo? Quindici anni di televisione spazzatura hanno ridotto gli italiani a una massa informe di analfabeti abbrutiti dalla paura e dal pregiudizio e qualcuno dice tranquillamente "anche i Media fanno la loro parte?" E cosa centrano 50 anni di egemonia culturale della sinistra? Di che cosa si sta parlando? mah…

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