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PERCHÉ LA CRISI RIMANE FUORI DALLE AULE DI ECONOMIA

Non si parla della crisi nelle facoltà di economia italiane. Rimane una sostanziale impermeabilità dei contenuti dei corsi di microeconomia e macroeconomia. Perché? Contano certo le resistenze di studenti e docenti e il perpetuarsi degli steccati corporativi all’interno della disciplina. Ma la verità è che una buona didattica non è in alcun modo incentivata dal nostro sistema universitario e non lo sarà nemmeno dopo la riforma Gelmini.

Fabio Ranchetti ha giustamente messo in luce la sostanziale impermeabilità dei contenuti dei corsi di microeconomia e macroeconomia nelle università anche nel dopo crisi. Ci uniamo al dibattito.

NIENTE CRISI NEI CORSI DI BASE DI ECONOMIA

La prima cosa da dire è che Ranchetti afferma una cosa assolutamente vera. Da quello che abbiamo avuto modo di osservare, la crisi è entrata nei programmi di alcuni dei corsi più avanzati, ma solo marginalmente in quelli base. Quali sono le cause di questa scarsa reattività?
Iniziamo dagli studenti. Se Ranchetti nel prossimo semestre insegnerà veramente un corso con le nuove modalità annunciate nel suo articolo, possiamo già anticipargli i commenti che riceverà alla fine del corso dai suoi studenti: 1. Mancava il libro di testo 2. Mancava il materiale su cui esercitarsi per l’esame. 3. Sarebbe meglio togliere gli articoli in inglese. E prenderà magari un votaccio nelle valutazioni didattiche di fine corso. Che ci piaccia o no, l’elemento più importante di un corso per molti studenti è l’esame (e il voto). All’estero gli studenti scelgono e frequentano i corsi. In quelle italiane in molti casi “passano gli esami”. Fa una bella differenza. In molte università statali esiste il programma d’esame per i non frequentanti. È cioè istituzionalizzata la possibilità che della frequenza si possa fare a meno. Per questi studenti, ma non solo per loro, la cosa di gran lunga più comoda è studiare un manuale (con eserciziario e l’indicazione precisa dei paragrafi da studiare). Ma, come ben sa Ranchetti, ormai solo i manuali scritti dai grandi nomi dell’economia come Mankiw o Blanchard hanno un vero mercato. Con manuali “globali” di questo tipo, i docenti sono molto vincolati nell’incorporare – come sarebbe auspicabile – la crisi nei loro corsi.
Si potrebbe dire: chi se ne frega del manuale bello e pronto. Su vari blog e website ci sono già un sacco di letture divulgative su cause ed effetti della crisi da usare come materiale didattico. Già, ma sono spesso scritte in inglese. E l’inglese è ancora poco conosciuto dai nostri studenti, soprattutto da quelli delle università statali. “Quel prof fa leggere articoli in inglese”: roba da andare dal preside a protestare perché il prof colpevole della vessazione sia rimesso in riga. Quindi una seconda cosa da dire è che per molti studenti cambiare la modalità di insegnamento dell’economia per parlare (anche) della crisi sarebbe una cosa sgradita.

PROGRAMMI IMMUTABILI PERCHÉ COSÌ VOGLIONO I DOCENTI

Ma sarebbe disonesto attribuire l’immobilismo ai nostri studenti o alla mancanza di libri di testo. I docenti sono i primi responsabili dell’immutabilità dei programmi. E anche qui le ragioni sono varie, alcune virtuose e altre meno. La prima cosa da considerare è che i corsi di base servono a dare degli strumenti analitici per ragionare in modo competente della crisi. Ad esempio, per parlare delle inefficienze nel mercato del credito occorre spiegare prima le asimmetrie informative e le loro conseguenze sul funzionamento dei mercati. E occorre anche avere spiegato quando un’allocazione delle risorse è efficiente oppure no. Questo richiede varie ore di lezione se si vogliono fare le cose in modo non affrettato. E tutto ciò può essere fatto graficamente (lo fa bene Mankiw sul suo Principi di Economia) ma viene fatto anche meglio usando – diciamolo – un po’ di matematica e in generale un approccio analitico. L’alternativa è riempire gli studenti di nozioni vaghe, all’acqua di rose, che danno solo l’illusione di capire. Saltare la parte di strumenti analitici non è nell’interesse degli studenti, ma solo populismo a buon mercato. Quindi, da questo punto vista, viva l’immobilismo. Ma non è certo solo l’amore per il rigore a costituire un freno all’innovazione nella didattica. La verità è che una buona didattica non è in alcun modo incentivata dal nostro sistema universitario (e non lo sarà nemmeno dopo la riforma Gelmini). Chi insegna bene non guadagna più di chi insegna male né fa una più veloce carriera accademica. Anzi, fare bene in aula può rivelarsi un boomerang. A chi insegna bene i presidi affidano i corsi più affollati con il correlato di tanti esami da correggere, lunghe code al ricevimento studenti, e tante tesi. Chi insegna male viene messo a svolgere corsi piccoli, di nicchia, con relativi vantaggi personali (e per la facoltà, che riduce il costo sociale di un cattivo docente).

GLI STECCATI CORPORATIVI

Infine, Ranchetti si chiede: è davvero opportuno separare la micro e la macro? Secondo noi, tutto sommato sì. È vero che la macro è sempre più basata su concetti micro, ma è anche vero che quel tipo di macroeconomia è difficile da insegnare in un corso base. È molto più semplice ed efficace didatticamente raccontare le conseguenze dell’aumento del prezzo del petrolio e della scomparsa di Lehman con le curve di domanda e offerta aggregata piuttosto che con l’ottimizzazione intertemporale. Ma vorremmo riformulare la sua domanda in questo modo: che differenza c’è tra un corso di macroeconomia e uno di politica economica? Perché i corsi di politica economica non esistono negli altri paesi? Perché in Italia politica economica, scienza delle finanze ed economia applicata sono addirittura gruppi disciplinari diversi da economia politica? E perché la presenza di gruppi disciplinari come politica economica, scienza delle finanze ed economia applicata sopravvive a ogni riforma? La risposta temiamo sia semplice: frazionare i docenti di una disciplina come l’economia in vari gruppetti disciplinari serve a mantenere in essere monopoli concorsuali e altre rendite di posizione come quella di avere il proprio corso come esame obbligatorio. Insomma, ad evitare una “eccessiva” concorrenza prima e dopo i fatidici concorsi, magari con la giustificazione di difendere la specificità della “scuola italiana”.

COME AL SOLITO, UNA QUESTIONE DI INCENTIVI

Gli studenti di economia che sono appena rientrati sui banchi per i corsi del secondo semestre hanno dunque poche ragioni per pensare che i contenuti e la qualità della didattica dei loro corsi di laurea cambieranno molto rispetto al passato. Ma perché dovrebbero? Gli incentivi contano: questo è uno dei primi concetti che incontrano nei corsi di economia.
Vale anche per la didattica, ovviamente.

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22 commenti

  1. sergio noto

    Cari Daveri e Panunzi, è triste che questa sia la vostra esperienza, anche se credo che in effetti le cose stiano come voi dite. Cioè il problema riguarda gli insegnamenti di economia teorica e probabilmente ancor più quelli di insegnamenti aziendale. Il punto è che le facoltà di economia sono controllate da saccenti economisti e aziendalisti (omini in genere purtoppo senza lettere, come avrebbe detto Leonardo), che tendono a caratterizzare l’insegnamento universitario in maniera manichea e totalitarista rifiutando qualsiasi altra metodologia differente dalla loro. In questo modo contribuiscono ad azzerare le capacità critiche degli studenti. Insegno storia del pensiero economico e parlo abbondantemente di teorie della crisi e teorie del ciclo con costanti riferimenti all’attualità. Gli studenti sono interessatissimi. Ma questo non conta nulla, perchè l’approccio storico è marginalizzato nelle nostre facoltà di economia. Poi è inutile lamentarsi.

  2. Lea Benincasa

    33 esami in tre anni e materie che vanno dal diritto commerciale alla matematica passando per due lingue e gli immancabili esami economici: le fatiche di Ercole per finire in tempi e risultati accettabili. Certo è davvero frustrante sia avere colleghi che chiedono ai professori le traduzioni dall’inglese o riduzioni di programmi, sia avere professori che leggono lucidi prestampati e fanno lezioni di mezz’ora. Come uscirne? L’iniziativa personale, una sana curiosità, un po’ di fortuna e tanta determinazione. Tuttavia immagino sia frustrante anche per i professori ritrovarsi un’aula piena di giovani disinteressati o poco educati e incapaci di esprimersi (e talvolta anche scrivere) in maniera appropriata. Ci sono ovviamente le eccezioni, ma perché devono essere tali e non la regola? Forse le cose cambieranno quando gli studenti capiranno che l’università non è la scuola dell’obbligo, nè tanto meno un’alternativa al mondo del lavoro e quando i professori si ricorderannno che anche per loro tutto è cominciato dalle aule degli atenei.

  3. Fabrizio Villani

    Buongiorno, sono uno studente della facoltà di economia dell’università degli studi di Bergamo, ora mi trovo in erasmus in Austria e all’estero hanno un altro modo di insegnare, più pratico, meno teorico, i ragazzi all’estero conoscono la lingua straniera in modo decisamente migliore rispetto a molti miei compagni universitari, io se ci fosse un professore nella mia università che cambia il programma e cerca di innovare anche con articoli in inglese sarei ben felice di confrontarmi con la nuova modalità d’esame. Il problema è che al giorno d’oggi le università non sono più instituzioni del formare, della cultura, ma solo un esamificio. Il problema è culturale, la gente frequenta determinate università (Economia, Giurisprudenza e Ingegneria) perché vuole fare i soldi, non è interessata veramente ad apprendere (se non per alcuni sporadici casi…) purtroppo il problema è culturale e ci vorrà non solo la buona volontà degli studenti ma un cambio anche della società.

  4. Gemma Menigatti

    La crisi è relativamente recente, invece suppongo che i docenti ripetano i programmi anno dopo anno secondo i loro programmi standard, essendo poco invogliati ad affrontare con gli studenti lo studio della nuova difficile situazione. Dovrebbero essere gli studenti a stuzzicare i docenti, ma suppongo che prevalga anche in loro una sorta di inerzia. In realtà siamo tutti impotenti a fronteggiare questa crisi. Aprire le frontiere alla globalizzazione dei mercati ha significato dichiarare una guerra fra poveri ai quali non resta che dividersi i miseri resti del bottino arraffato dalle Multinazionali, dai vari Agnelli, Berlusconi, e compagnia bella. I poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi!

  5. Botto Fabio

    Sono uno studente della Facoltà di Econ. di Torino, della specialistica in Business Administration,non un corso di "economics", ragion per cui dopo micro, macro e economia pubblica nella triennale, mi ritrovo un solo esame di economics: Economia mondiale. Le considerazioni che faccio valgono anche per il corso di Macroeconomia A. I corsi sono tenuti dal Prof. De Battistini. Per il corso di macro è segnalato un manuale(Ciravegna, Elementi di analisi macroeconomica)per i concetti poi non utilizzato durante le lezioni, per il corso di economia mondiale non è nemmeno più segnalato, il programma varia ogni anno a seconda dell’attualità. Il corso nell’anno passato verteva sulle ragioni della crisi, sulle modalitàdi sviluppo e sulle possibili contromisure. Il materiale didattico era composto da articoli di Martin Wolf (compreso il datato ma più attuale che mai "Argentina and the debt trap"), interventi di Ben Bernanke, di Klaus Schmidt-Hebbel, OECD Economic outlook, FMI economic outlook, editoriali della BCE, la maggior parte dei quali in inglese. E’ indispensabile seguire le lezioni, ma è una soddisfazione arrivare a fine corso. Ci tenevo a fare i complimenti al Prof. De Battistini.

  6. Marco Cavallero

    Un professore, molto noto alla facoltà di Scienze Politiche di Torino, interrogava gli studenti in economia politica aprendo il Sole 24 ore. Forse i professori italiani dovrebbero seguire il suo esempio. Il Mankiw è, a mio avviso, un libro fazioso, vera bibbia del neoclassicismo omologante.

  7. Carlo Zoccolotti

    Concordo con l’analisi sebbene non mi limiterei agli unici corsi di macro e micro. La mia impressione di studente è che la crisi sia entrata pochissimo in generale nelle facoltà di economia e ciò è particolarmente grave, non ultimo perchè la materia consentirebbe (condizionale d’obbligo) una richiamo continuo alla attualità politico-economica con grandi benefici educativi. Ma professori e studenti sono incentivati (con un occhio al brevissimo termine!!) in altra direzione. Come avete giustamente evidenziato lo studente ha in testa solo l’esame. Il giorno che entra in una classe per un nuovo corso si chiede non su cosa sarà il corso, ma come è l’esame, se il prof. metti voti alti, etc. In ogni prima lezione c’è qualcuno che alza la mano e chiede… Ma la colpa non è solo dei ragazzi. Pochissimi professori fanno un tentativo di organizzare un corso veramente interessante e stimolante (e attuale anche con riferimento alla letteratura) e spesso si aspettano dallo studente uno studio capillare e "by heart" del materiale proposto con evidenti danni per la nascita di uno spirito critico nello studente.

  8. Domenico

    Questo articolo è senz’altro veritiero e, a mio avviso, crea spunti di discussione più generali sul sistema didattico universitario. Da studente della laurea magistrale di Salerno posso sicuramente affermare il fatto che ormai si è all’esamificio puro, soprattutto nelle triennali dove si dovrebbero dare le basi. Il problema è il moltiplicarsi di esami talvolta palesemente inutili che, benchè generalmente semplici, richiedono comunque del tempo per essere seguiti e poi studiati, distogliendo l’attenzione da esami ben più importanti per la nostra formazione. L’ideale sarebbe quello di utilizzare testi che invoglino lo studente a capire ciò che si intende comunicare e non solo dare nozioni teoriche che, molto spesso, sembrano essere ponti nel vuoto del tutto inutili a fini pratici. A questo potrebbero sopperire i professori. Se solo avessero voglia (ed anche tempo) di farlo. E gli esami devono vertere su argomenti applicabili. Nell’esame di diritto societario, invece di insegnarci qualcosa di utile, abbiamo parlato di Storia del diritto con domande relative al codice del commercio del 1883. E quasi niente su quello attuale…da piangere.

  9. Davide Arsego

    Secondo il mio punto di vista, il punto di vista di un semplice studente di Economia e Commercio all’Università di Verona, c’è molta paura di cambiamento da parte dei professori. Le pressioni su di loro sono parecchie, e ogni volta che tentano di "inventarsi" qualcosa fuori dall’ordinario, vengono presi come degli "illuminati" dalla massa di studenti che seguono i loro corsi. Questo perchè, ed è il punto più importante, più del 70% degli studenti dei corsi di economia è frequentato da studenti che di economia non ne capiscono niente e tra l’altro, non ne vogliono capire niente. Interessa alla fine avere solo quella Laurea in Economia e Commercio, che da tanto onore davanti alla gente e alla società, ma poi sotto non c’è nulla. Ricordo solo lo scorso anno, il primo del corso di laurea, quella domanda della mia professoressa di Macroeconomia che chiese in aula chi fosse il presidente della Bce. La risposta? Silenzio assoluto, con alcuni commenti sottovoce che chiedevano: "Ma che è la Bce!?!?"

  10. roberto albergante

    Due suggerimenti dalla mia (povera) cassetta degli attrezzi. Gli studenti vanno fatti innamorare. Dopo la scintilla anche gli articoli in inglese non saranno più un problema. Oltre all’amore va poi coltivata la fantasia. Coltivata, appunto, perché al contrario dell’amore la fantasia non nasce da un colpo di fulmine. Spesso è un lampo, prodotto inconsapevole delle nostre sudate carte. Purtroppo siamo ancora in pochi. Coraggio!

  11. albis

    Cosa cerca uno studente che affronta un percorso di economia? Naturalmente se è interessato al voto alla fine del corso imparerà a memoria un libro o i suoi appunti (meglio), lasciando del tutto l’aspetto critico su qualsiasi tema affrontato. Dall’altra parte se è interessato a comprendere quali sono le relazioni sottostanti a eventi o come si muovono determinati aggregati e contestualizzarli alla realtà (ossia il passo successivo da affrontare), ma tutto ciò paga ai fini dell esame? Anche qui le risposte sono dicotomiche dipende dal docente che si incontra all’esame e dal suo umore, se apprezza o meno gli sforzi compiuti in tale direzione ai fini della valutazione (e la risposta potrei aggiungere non è sempre scontata). Infine, credo che la didattica offra le basi e gli strumenti analitici (sottolineo offra), magari spunti di riflessione (in casi già più rari), ma l’interesse personale che un individuo può nutrire non si può insegnare bisogna solamente riconoscerlo, il che mi sembra difficile per menti non illuminate o spinte da secondi fini.

  12. MS

    Purtroppo devo dare pienamente ragione ai miei colleghi studenti, nella facoltà di economia di Udine l’interesse per l’economia mi risulta assente, e credo che anche più del 70% non ne sappia nulla, non ho mai visto nessuno sfogliare il Sole 24 ore (ma neanche un giornale qualsiasi), l’interesse si concentra solo sulla modalità dell’esame e su come passarlo con meno fatica! C’è da dire che per ora comunque i professori, almeno personalmente, non hanno stimolato vivo interesse per l’economia in genere. L’unico audace che parlava di attualità, ha usato materiale didattco in inglese e ha adottato un libro in inglese, ha creato molto scompiglio tra gli studenti, sprovveduti dei mezzi per studiare un libro di testo in lingua inglese, essendo in italiano già un problema. Non mi escludo comunque da questi. La colpa è da dividere anche secondo me tra docenti e studenti, ma con maggiore responsabilità della mia categoria dal mio punto di vista, che come già scritto in altri commenti guardano più al futuro stipendio piuttosto che a sapere e capire le cose.

  13. vittorio carlini

    Le considerazioni effettuate nell’articolo sono interessanti e, spesso, illuminanti. Da esterno all’università, giornalista del Sole24ore, rilevo un altro aspetto: il conformismo intellettuale. Noto in molti docenti l’incapacità di uscire dagli schemi mandati a memoria, e faticosamente compresi, che la crisi finanziaria prima, e quella economica poi, hanno messo in crisi. Il leit motive è: non è la teoria a dover cambiare, bensì la realtà a doversi adeguare. Lo si è visto nella sterile difesa dei sistemi stocastici alla base di molti modelli predittivi. Lo si vede negli approcci sulla riforma del sistema bancario, dove il solo parlare di nuove regole (assolutamente insufficienti, in quanto banale sovrastuttura al problema..) viene visto come fumo negli occhi. Non si chiede, per esempio, l’abbraccio della decrescita di La Touche, che sarebbe insensato. Ma la sua lettura, come spunto provocatorio per uscire dal conosciuto sistema d’assi cartesiani, potrebbe giovare. Ma l’impressione è che il pensiero sia molto, molto debole. E gli interessi molto, molto forti. Per aggiunta: il docente che sostiene la necessità di un maggiore approccio storico alle materie economiche ha ragione.

  14. Davide

    Sono un laureato in scienze economiche in un’università statale e mi sono iscritto, a suo tempo, più per passione che per riempire un curriculum. Molto di ciò che è scritto nell’ articolo l’ho riscontrato di persona e mi dispiace, ancora una volta, ritrovare l’ ennesima discriminazione sulle università statali, stessa discriminazione che ho trovato, molto aspra, nei colloqui di lavoro. Insomma una laurea di serie B, eppure conosco tanti miei colleghi laureati in economia nelle blasonate università private e non percepisco questo eccezionale divario di preparazione tanto meno nelle lingue straniere. Quello che ho notato è che la preparazione è lasciata al caso: se il professore ha voglia di fare un buon corso, se lo studente ha voglia di approfondire, di frequentare laboratori facoltativi, se gli assistenti hanno voglia di mettersi in gioco in modo serio sulla didattica allora il "miracolo" accade. Il problema è che, come osservato dall’ autore dell’ articolo, non ci sono incentivi che stimolino questi comportamenti virtuosi nel personale universitario e negli studenti.

  15. Valerio

    Da studente sono completamente d’accordo con gli autori. Studio economia dal 2005 (dunque un anno prima dello scoppio della crisi) e sono perfettamente "in corso", ma in tutti questi anni accademici ho sentito parlare solo due volte della crisi all’interno dell’università. E volete sapere chi ce ne ha parlato? Durante il trienno presso la facoltà di Economia e Finanza di Bologna venne un broker di San Paolo IMI, mentre nel bienno di specialistica in management presso la Bocconi la crisi è stata analizzata da un manager di Mediobanca. Come potete vedere, nemmeno l’ombra di un docente! Valerio

  16. Giorgio

    Bisognerebbe considerare anche come si svolgono gli esami. Come far fare un esame di un corso con approfondimenti sulla crisi? Si può affrontare un esame su un simile argomento? E come fare lezione sulla crisi? Quale potrebbe essere il livello di partecipazione degli studenti, di domande, interrogazioni, richieste chiarimenti, obiezioni ecc. che lo studente dovrebbe porre al docente durante la lezione? Il professor Ranchetti dovrà fornirci un rapporto su come è andata questa esperienza.

  17. Patrizio Biffoni

    Sono uno studente al quinto anno di economia. Mi sono laureato in economia e commercio a Pisa e sto frequentado la specialistica di finanza a Siena. Sono rimasto abbastanza deluso dalla formazione universitaria. Uno studente di economia si trova a dover sostenere un miriade di piccoli esami da 4/5 crediti che spaziano dal diritto alla matematica, discipline i cui corsi durano all’incirca un mese. Passato un esame via col prossimo. Ma che razza di formazione è questa? Il tempo e la cura nell’approfondire gli argomenti è secondario? A mio avviso dovrebbero esserci non più di 4 esami l’anno e quelli base dovrebbero durare 2 semestri. Scandaloso è poi in genere come le facoltà di economia trascurino l’informatica, che nel lavoro è tanto fondamentale quanto conoscere le materie oggetto di studio. Almeno su questo a Siena un minimo di informatica è obbligatoria per tutti (excel e programmazione in Vba).

  18. Donato Di Lorenzo

    Anch’io vorrei presentare la mia eccezione: sono uno studente di Economia e Commercio Internazionale ad Ancona (laurea magistrale, Facoltà di Economia UNIVPM) e durante il primo semestre abbiamo affrontato il tema della “crisi” sotto diversi profili. Ne abbiamo parlato in aula, abbiamo studiato il processo storico del modo di produzione capitalista evidenziando il ruolo che la crisi ha avuto nel contesto economico mondiale. Abbiamo lavorato sulle teorie della crescita e dello sviluppo e, inevitabilmente, anche sulle crisi. Ma, per non cadere solo nel contesto teorico, abbiamo fatto di più: tradotto, studiato e interpretato documenti e dati delle principali organizzazioni economiche internazionali per tentare di carpire alcuni degli effetti che la “crisi” (non solo l’ultima) ha avuto sui paesi in via di sviluppo. Tuttavia credo che il problema esista, e che la mia sia solo un’eccezione che confermi la regola. La mia eccezione credo sia stata facilitata dalla giovane età dei miei due professori, dalla loro voglia di confrontarsi e a volte di rischiare. Un qualcosa che spesso è a breve scadenza. Finchè l’eccezione non diventa regola bisognerebbe contare su questo.

  19. tommy

    Sono uno studente di economia dell’università di Bari. Ho fatto tutti gli esami di economia e anche scienze delle finanze e posso dire che gli strumenti che ora ho per capire l’economia sono sotto la sufficienza. Quando leggo il Sole24ore ho ancora qualche difficoltà nel capire qualche concetto. Nelle università italiane manca la pratica. Bisogna dare strumenti (come li si danno) e dopo simulare la realtà e analizzarla. Se no è tutto inutile, rimane tutto piantato in aria. Ci danno i pennelli, il colore e la tela, ma non ci fanno pitturare.

  20. Federico Giri

    Il vero problema dei corsi di economia e degli studenti che li frequentano è la scarsa conoscenza degli strumenti statistico-matematico-econometrici. In una facoltà di economia tali lezioni dovrebbero essere a livello di una facoltà di ingegneria o di fisica e invece si perde del tempo a studiare idiozie come marketing o cose simili. Senza strumenti analitici l’economista non può fare niente, come se a un chirurgo togliessero il bisturi per operare.

  21. G.D.Drake

    Salve, sono uno studente della facoltà di Economia di Parma. Leggendo l’articolo, mi sono sentito un pò fortunato, perchè a differenza di molti altri atenei, nel febbraio 2009, durante il corso di Istituzioni di Economia Politica I (microeconomia), ho avuto la possibilità di conoscere (ovviamente non in modo approfondito, causa mancanza di ore) le cause della crisi economia che ci colpisce dal 2008, ovviamente nei testi universitari non vi era ancora traccia di essa, ma i docenti sono stati pronti a fornirci il materiale opportuno per poterci preparare senza nessun problema all’esame. Parlo di fortuna, perchè sapendo che per un docente è più conveniente apparire "scarso", è difficile trovare professionisti capaci e volenterosi come quelli da me conosciuti. Saluti

  22. Uniroma tv

    Al seguente link potete vedere il servizio realizzato da UniromaTV dal titolo Crisi economica.

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