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MA LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE NON È UN OPTIONAL

Il proliferare su Facebook di gruppi inneggianti all’aggressore del Premier ha indotto il ministro Maroni a proporre il varo di norme per limitare la libertà di espressione sul web. Ma le leggi per combattere queste odiose manifestazioni esistono già e non è necessario creare nuove restrizioni, che sarebbero comunque difficilmente applicabili. Il tema è molto delicato perché imboccare una china repressiva della libertà di pensiero e di espressione può facilmente portare a derive illiberali. Lo aveva riconosciuto anche l’ex-ministro della Giustizia Castelli pochi anni fa.

 

Come è ormai ben noto, dopo l’aggressione ai danni del presidente del Consiglio, sono comparsi sul sito Facebook una serie di gruppi inneggianti a Massimo Tartaglia, l’autore del gesto. Il clima della manifestazione in Piazza Duomo a cui aveva partecipato Berlusconi era già stato surriscaldato da un gruppo di contestatori che lo aveva insultato durante il comizio.
A seguito di questi eventi, il ministro degli Interni Roberto Maroni ha comunicato l’intenzione da parte della maggioranza e del Governo di porre mano alla legislazione inerente le manifestazioni pubbliche e la libertà di espressione sul web, al fine di “garantire ai cittadini e a chi ha compiti istituzionali di poter svolgere tranquillamente la propria azione”. Inizialmente le indiscrezioni suggerivano che tali modifiche normative sarebbero state attuate tramite un decreto legge. Successivamente, si è diffusa la notizia che il governo interverrà attraverso un disegno di legge, che dovrà dunque essere approvato dal Parlamento.
Per quanto concerne il web, le ragioni dell’intervento normativo da parte della maggioranza sono ben sintetizzate da una dichiarazione del presidente del Senato Schifani, in occasione dell’incontro di fine con la stampa parlamentare: “Dobbiamo fare qualcosa per evitare che sui siti Internet ci siano veri e propri inni alla violenza”.

LIMITI ALLA LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Il tema della libertà di espressione è molto delicato: la questione cruciale è che già esistono nell’ordinamento giuridico italiano reati come la diffamazione, l’istigazione a delinquere e l’apologia, che pongono dei limiti a tale libertà, astrattamente intesa (1). Pur in assenza di nuovi provvedimenti legislativi, già oggi tali reati possono essere contestati anche nei casi in cui passino attraverso mezzi di comunicazione come Internet. Sarebbe davvero grave introdurre forme più o meno velate di censura preventiva, semplicemente perché sospinti dall’onda degli episodi recenti.
La libertà di espressione è elemento fondante di uno stato liberale: il timore è che ogni restrizione ulteriore di questa assomigli ad un piano inclinato e scivoloso (slippery slope) che porta l’ordinamento giuridico in una direzione inaccettabile: quella di uno stato illiberale che si preoccupa in anticipo delle libere espressioni dei propri cittadini. Come si diceva sopra, ciò non toglie che l’utilizzo di tale libertà per ledere la sfera altrui sia già sanzionato dalla legislazione vigente.

IL PRIMO EMENDAMENTO A STELLE E STRISCE

Vi sono paesi, presumibilmente non sgraditi agli esponenti dell’attuale maggioranza, in cui la libertà di espressione è tutelata in maniera ancora più forte rispetto all’Italia. Ad esempio gli Stati Uniti: in base al primo emendamento della costituzione “Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa”. In tempi relativamente recenti (per la precisione nel 1989) la Corte suprema si è pronunciata a favore di Gregory Johnson, il quale era stato condannato da un tribunale del Texas per avere bruciato in pubblico la bandiera americana. Ebbene, secondo la Corte, l’atto di bruciare la bandiera è direttamente protetto dal primo emendamento come forma di espressione individuale.(2) È pur vero che nel passato vi sono stati tentativi di introdurre nella costituzione americana un emendamento ulteriore che impedisse la distruzione dimostrativa della bandiera (flag burning). L’ultimo tentativo è del 2006, ma il Senato ha respinto la proposta per un solo voto.

SOCIAL NETWORK TRA PUBBLICO E PRIVATO

Tornando al caso Tartaglia, bisogna poi fare una riflessione specifica: i gruppi su Facebook rappresentano un luogo virtuale, che sta a metà tra la sfera privata e la sfera pubblica. Ciascun utente di Facebook può accedere ad un gruppo al suo interno che sia aperto al pubblico, ma nessun utente è obbligato a transitarvi. Chiunque sia iscritto a Facebook è stato almeno una volta invitato a partecipare ad un gruppo che risulta personalmente fastidioso, se non odioso. È nell’ordine delle cose di una società eterogenea: le espressioni altrui, anche quando non configurano un reato, possono risultare sgradite, ma questo è il prezzo (ragionevole) della libertà di espressione.
Ma la bellezza del principio della libertà di espressione consiste nella sua applicazione simmetrica e universale: al contrario, risulta particolarmente sgradevole invocare tale principio a tutela delle proprie posizioni, per dimenticarsene velocemente quando le espressioni sono altrui. A tale proposito, il ministro Maroni potrebbe rileggersi le dichiarazioni rilasciate nel 2002 dal suo collega di partito Roberto Castelli, quando quest’ultimo era ministro della Giustizia e la materia del contendere era la legislazione a livello europeo sul razzismo e la xenofobia.(3) Castelli giustificava la propria opposizione a tale normativa con queste esatte parole: “Il punto è che stiamo viaggiando su una linea di confine molto delicata: c’è un rischio di sconfinamento nel campo delle libertà di pensiero.”

(1) Si veda ad esempio questo pezzo di Massimo Russo e Vittorio Zambardino: http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/12/15/niente-leggi-contro-la-liberta-di-tutti/
(2) Sul tema del flag burning e più in generale della flag desecration, si veda il sito www.esquilax.com/flag/history.shtml
(3) Ad esempio Andrea Bonanni, “Castelli contesta il documento UE contro il razzismo”, Corriere della Sera, 27 Aprile 2002.

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  1. Romano Badiali

    In questi giorni si sente ripetere spesso che: "le leggi per combattere queste odiose manifestazioni esistono già e non è necessario creare nuove restrizioni". Non è vero! Le leggi esistono già, è vero, ma su Internet non possono essere applicate per il semplice motivo che adesso chiunque può firmare i propri post con un nome falso (nickname). Risalire al nome vero è complicatissimo e richiede molto tempo. Pensate che sia possibile per la Polizia Postale compiere il lavoro immane di risalire al nome vero di quelli che su Facebook si sono firmati con un nome falso, tra i 50.000 che hanno applaudito Tartaglia e l’hanno esortato ad usare la pistola la prossima volta?

  2. mirco

    Io sono un antiviolento da sempre. Credo però che se ci si ritrova in una situazione come quella che ha portato al ferimento del Premier vuol dire che qualcosa non ha funzionato nel sistema dei media che determinano il dibattito pubblico. Il premier è fra coloro che determinano questo confronto pubblico. Ha al soldo fior di psicologi che danno consigli ai produttori di programmi e spettacoli televisivi nonche a organizzatori di campagne elettorali e di opinione. Se si è creato ciò che si è crato è anche colpa sua. Si è cioè tirata la corda dello scontro fino al punto da solleticare menti instabili. Chi è causa del suo male pianga se stesso. Se poi da episodi violenti come l’aggressione al Premier si vuole passare a restrizioni della libertà di parola su internet o su altri mezzi, allora vuol dire che siamo all’anticamenra del fascismo.

  3. Rokko

    Vorrei sfatare alcune false convinzioni: primo, non è affatto difficile risalire alla vera identità di chi si firma con un nick o un pseudonimo. Secondo, gli iscritti su Facebook usano nella quasi totalità dei casi nome e cognome. Terzo, se uno cazzeggia su Facebook approvando un folle che ha fatto un attentato a Berlusconi, non significa che lo sta istigando.

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