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LA RISPOSTA AI COMMENTI

Grazie dei commenti ad ampio spettro. Ognuno richiederebbe un ulteriore articolo. Mi è chiaro che se dalla crisi usciamo senza i giovani, e soprattutto senza i giovani del Sud, ciò alimenterà la criminalità e l’instabilità sociale. Non mi piace l’idea del baratto tra sicurezza del posto per gli adulti in cambio di una speranza di entrata per i giovani come modalità di uscita dalla crisi. In un’economia in crisi e che non crea posti di lavoro nuovi, difendere i posti e le professionalità esistenti con la CIG ha funzionato bene. Di fatto la CIG – nelle sue varie forme – è uno strumento efficace per preservare i posti di lavoro e le professionalità esistenti in un momento di difficoltà. Ma le difficoltà di alcuni settori – come quello automobilistico – non sono di breve periodo e richiedono invece un adattamento alle nuove sfide mondiali (Porsche-Volkswagen, PSA-Mitsubishi, la Nano a 1500 euro). Per vincere queste sfide la CIG non basta. Alcuni lettori sottolineano infatti l’urgenza di cambiare organizzazione e – si sarebbe detto una volta – "modello di sviluppo", per spostarci verso qualcosa che sia più centrato sull’intelligenza, sulla conoscenza, sull’alta qualità (che non vuol dire necessariamente high-tech). Tutti d’accordo. Ma non è un free lunch. Per "cambiare modello di sviluppo", per andare oltre i 600 euro mensili, ci vogliono scuole e università più efficienti in cui gli studenti bravi vengano premiati nel loro curriculum scolastico e anche sul mercato del lavoro da aziende di maggiore dimensione che garantiscano loro una carriera decente. E ci vorrebbe un sistema in cui le università meno efficaci ricevano un taglio consistente di risorse in favore di quelle che fanno meglio il loro mestiere di aiutare tutti i giovani a trovare un lavoro e qualcuno di loro a fare ricerca. Sono queste le cose di cui si dovrebbe essere disposti a parlare quando si parla di un "nuovo modello di sviluppo". Ma vuol dire dimenticare l’egualitarismo dei risultati di cui è intrisa la cultura politica italiana. Di destra e di sinistra.

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Un visto per gli studenti stranieri

  1. Paolo Rebaudengo

    Grazie prof. Daveri per la risposta sintetica ai tanti commenti. I lavoratori in cassa sono i padri e le madri dei giovani precari. Ha poco senso, specie in una fase di crisi complessiva del MdL, immaginare che rendere (più) precari anche i primi aiuti i secondi. Del resto solo tra qualche mese e oltre sapremo quanti dei posti oggi tutelati dalla Cassa saranno “salvi”. Agevolare la riduzione della base produttiva sarebbe una tragedia. Più attenzione ai giovani! Giuste le idee sulle università (che dire, per fare solo un esempio, delle facoltà di lingue straniere senza lettori di lingua madre per mancanza di risorse?). In Italia manca anche una formazione superiore professionale post-diploma non accademica. E qualche idea di politica (se non di programmazione) industriale, condivisa a livello europeo: per es. affrontare il tema della sovraccapacità produttiva dell’industria automobilistica in ordine sparso e senza raccordo con una prospettiva energetico-ambientale sostenibile è costoso e inefficace: le misure di uno Stato vengono neutralizzate da quelle degli altri. Dobbiamo, infine, imparare a tenere insieme i valori del merito e dell’uguaglianza, oggi entrambi fuori corso.

  2. Claudio Resentini

    Fa piacere che l’autore abbia cambiato repentinamente idea. Solo 2 settimane fa dopo aver parlato dei guai dei precari sosteneva inopinatamente che “se si difendono i posti di lavoro di quelli che il lavoro ce l’hanno già da anni, si ingessa il mercato del lavoro e a lungo andare si finisce per penalizzare le possibilità di ingresso e re-ingresso di quelli che avevano un lavoro precario”, mentre nel suo articolo si dimostrava semmai il contrario, cioè che in un mercato del lavoro troppo flessibile (quale quello che fronteggiano i giovani italiani) i lavoratori pagano con un bel calcio nel sedere i guasti provocati dalla gestione allegra dei capitali. Eccoci, mi sono detto, ci risiamo con il solito giochino della retorica insider vs. outsiders, del conflitto generazionale, bla, bla, per cui se i padroni licenziano i giovani, la colpa è dei lavoratori adulti. Una fesseria che, a forza di ripeterla, assurge a verità incontrovertibile. E invece no! Adesso all’autore non piace “l’idea del baratto tra sicurezza del posto per gli adulti in cambio di una speranza di entrata per i giovani come modalità di uscita dalla crisi”. Bene, non piace neanche a noi lavoratori. Benvenuto nel club!

    • La redazione

      Il lettore mi attribuisce un’affermazione che non era contenuta nell’articolo. Non ho cambiato idea. A pagare la crisi sono stati in pochi, giovani e del sud. ma la linea di difesa seguita durante la crisi non può essere l’unica politica del mercato del lavoro per il futuro.
      Francesco Daveri

  3. lucio

    Concordo con Francesco Daveri che per entrare realmente nei mercati del lavoro ad alta innovazione sia necessario penalizzare le università scadenti e premiare le migliori. In aggiunta ritengo che sia altrettanto necessario adottare questi stessi criteri anche per i licei e per le scuole medie perché la parte prevalente della formazione avviene appunto nelle scuole medie inferiori e superiori mentre nelle università si può acquisire in genere un’alta specializzazione senza dubbio molto importante a condizione però che i soggetti siano in possesso di un’ottima preparazione di base.

  4. Claudio Resentini

    Caro prof. Daveri. Un conto è attribuire a un pensiero a qualcuno, un conto è citare un’affermazione. Io ho solo citato le sue affermazioni, scritte, nero su bianco. Sono ancora lì da leggere. Ai lettori l’ardua sentenza. Cordiali saluti.

    • La redazione

      Basta aggiungere un "solo", cioè "Se si difendono SOLO i posti di lavoro di quelli che il lavoro ce l’hanno già da anni, si ingessa il mercato del lavoro e a lungo andare si finisce per penalizzare le possibilità di ingresso e re-ingresso di quelli che avevano un lavoro precario prima della crisi e ora sono stati i primi a perderlo, e che proprio per questo non hanno trovato niente di meglio da fare che aprire una partita Iva" e la mia frase rispecchia quello che penso. Ieri come oggi. E non ho cambiato idea da allora. Mancava un "solo", ha proprio ragione lei. Complimenti, mi ha proprio preso in castagna.

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