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  1. Alessandro Figà Talamanca Rispondi

    A me sembra che i brevetti vadano contro gli scopi di un'università e specialmente di un'università che gode di finanziamenti pubblici. Un brevetto serve per garantirsi il monopolio di un'invenzione e di un'idea, il suo scopo pratico è di impedire ad altri di sviluppare e/o produrre. Le idee che nascono e si sviluppano in ambiente universiario meritano di essere diffuse e utilizzate, ma non è il brevetto lo strumento adatto a questo scopo. Per un'analisi completa degli effetti dei brevetti sullo sviluppo scientifico tecnico e industriale consiglio a tutti il bel volume di Michele Boldrin e David K. Levine "Against Intellectual Monopoly", Cambridge University Press 2008.

  2. Massimo Franceschet Rispondi

    Mi occupo da diversi anni di bibliometria come argomento di ricerca e lo trovo un tema stimolante nella sua multi-disciplinarietà. Ritengo che gli indicatori bibliometrici abbiamo due importanti vantaggi rispetto al metodo della recensione dei pari (*peer review*): 1) Democrazia. Il giudizio, tramite le citazioni, viene dato dall'intera comunità degli studiosi della materia, e non da due o tre studiosi. Questo permette di valutare l'impatto della pubblicazione sulla comunità accademica, qualità non sondabile a priori dai revisori. 2) Economia. La (parziale) automazione del processo bibliometrico permette la valutazione di campioni di grosse proporzioni ad un costo di ordini di grandezza inferiore rispetto alla recensione dei pari. Quindi, la bibliometria suggerisce un modello economico e democratico, in opposizione ad un modello oneroso e oligocratico. Certo, la bibliometria ha i suoi limiti e deve essere usata con cautela e conoscenza degli strumenti. I principali limiti del metodo bibliometrico sono a mio avviso i seguenti: 1) non esiste ad oggi una sorgente dati bibliometrica con un ottimo (> 90%) grado di copertura per tutte le discipline. Thomson Reuters (ISI) copre in modo scarso le discipline umanistiche, modesto le scienze sociali, e variabile (talvolta ottimo) le scienze [Althouse et al., 2008]. Elsevier Scopus ricalca più o meno lo stesso grado di copertura. 2) non esiste una metodologia bibliometrica accettata come standard dalla comunità bibliometrica ma, al contrario, si assiste ad un incessante proliferare di indicatori bibliometrici, spesso ridondanti. Il nostro gruppo all'Università di Udine ha da poco terminato una analisi approfondita del VTR 2001-2003, mostrando che il giudizio dei pari e gli indicatori bibliometrici non sono variabili indipendenti ma, allo stesso tempo, neppure sovrapponibili [Franceschet et al., 2009]. Ritengo, come scritto nelle conclusioni del lavoro, che una saggia cooperazione tra recensori e indicatori bibliometrici sia la strada da seguire per il prossimo esercizio di valutazione (VQR 2004-2008).

  3. Alessandro Figà Talamanca Rispondi

    Penso che l'autore e i lettori di questa notizia dovrebbero consultare il documento "Citation Statistics" che si trova all'indirizzo elettronico che segue, e chiedersi anche come mai, dopo lunghe discussioni, anche per gli ultimi Research Assessment Exercises inglesi si è deciso di ricorrere al parere di esperti ("pear review" in angloburocratese). http://www.mathunion.org/fileadmin/IMU/Report/CitationStatistics.pdf

    • La redazione Rispondi

      Il prossimo esercizio di valutazione britannico Research Excellence Framework, sarà di tipo "informed peer-review", per cui i valutatori saranno supportati nel loro giudizio da dati bibliometrici, laddove robusti. La Gran Bretagna non dispone di una base dati per autore come quella italiana SSV-ORP, per cui può valutare solo una quota dell'intera produzione scientifica nazionale. Tra valutare questa quota attraverso la peer-review, la bibliometria o l'informed peer-review ha optato per quest'ultima. Nelle scienze dure l'Italia può scegliere tra valutare una quota, con tutti i limiti e le distorsioni esposte nel mio articolo, o l'intera produzione scientifica attraverso la bibliometria. Da ricercatore dovrei suggerire ai lettori di consultare non un solo documento, ma una ricca letteratura sulla valutazione della ricerca. Poiché i lettori cui mi rivolgo li immagino intenti ad avanzare le conoscenze nel loro settore di competenza e con poco tempo disponibile per diversificazioni scientifiche, potrebbe essere utile per loro disporre di strumenti che permettano di discernere tra chi, come loro, fonda le proprie argomentazioni su basi scientifiche e chi non. Il suo intervento mi rende sempre più convinto di quanto potrebbe essere utile allo sviluppo socio-economico ridurre l'asimmetria informativa nel mercato della conoscenza, supportando i decisori con dati e classifiche di performance di singoli ricercatori, ai fini di una maggiore efficienza non solo nell'allocazione delle risorse, ma anche: nella selezione dei valutatori di programmi e progetti, dei membri di commissioni di concorso e dei vincitori degli stessi, dei consulenti; nella scelta dei corsi di studio da parte degli studenti; o dei gruppi di ricerca con cui collaborare da parte delle imprese.

  4. Bruno Stucchi Rispondi

    "A oggi, nessun paese al mondo dispone infatti di una base dati a livello nazionale della produzione scientifica dei singoli ricercatori. (4) Nessuno, tranne l’Italia" Per la fortuna dei "ricercatori". Se si volesse fare veramente una valutazione, alla fine andrebbero tutti licenziati. Quanti brevetti sono stati presentati dalle Università italiane negli ultimi 20 anni? Sbaglio se dico di essere certo che le Università non sono neppure in grado di fornire questo dato? Insisto e ripeto: troppi "ricercatori", nessun "trovatore".