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LE RAGIONI DELL’IRAP

L’Irap è stata introdotta come strumento di razionalizzazione e semplificazione di un sistema tributario deformato e distorto. Non è un’imposta sul reddito delle imprese, ma un’imposta su tutti i redditi riscossa dalle imprese per conto dello Stato. E’ anche a prova di elusione. La riduzione delle imposte è un obiettivo condivisibile, bisogna però chiedersi se esistono altre forme di prelievo più efficienti e meno distorsive. Cercando di ragionare con serietà, senza fare danni e soprattutto senza dimenticare gli insegnamenti della teoria economica.

È in corso da qualche giorno un dibattito sulla opportunità di ridurre o abolire l’Irap, dibattito che si svolge in modo superficiale, spesso inconsapevole e talvolta surreale, come quando si dice: lo ha fatto la Francia, facciamolo anche noi.
Si dà il caso, però, che Nicolas Sarkozy abbia proposto un riforma della imposizione locale e una sua riduzione, e di introdurre al suo posto l’Irap. Si prevede infatti l’introduzione di una imposta progressiva (e non proporzionale, come l’Irap) sul valore aggiunto delle imprese, più un prelievo fondiario sugli immobili posseduti, il tutto con la condizione che la somma delle due componenti non superi il 3 per cento del valore aggiunto aziendale. In sostanza, sia pure in modo un po’ contorto e distorsivo, in Francia vogliono introdurre un’imposta locale sul valore aggiunto, come è per l’appunto l’Irap.

UNA RAZIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA

E questo è il primo punto da sottolineare. L’Irap infatti fu introdotta come strumento di razionalizzazione e semplificazione di un sistema tributario deformato e distorto come era quello uscito dalla manovra straordinaria del 1992. Essa sostituiva, con aliquota del 4,25 per cento, sei diversi prelievi: l’Ilor (con aliquota del 16,2 per cento), i contributi sanitari (con aliquota formale del 10,6 per cento sui salari), l’imposta patrimoniale (con aliquota dello 0,75 per cento sul capitale proprio, equivalente in realtà a un ulteriore prelievo sui profitti del 5-10 per cento), l’Iciap, la tassa sulla partita Iva, le tasse di concessione comunali. Tutte imposte distorsive gravanti sulle imprese che venivano sostituite da un unico prelievo sul valore aggiunto, cioè sul reddito prodotto, assolutamente neutrale rispetto all’uso dei fattori della produzione e alle fonti di finanziamento delle imprese. Èsingolare che questa caratteristica che ha fatto sì che l’Irap venisse definita “la migliore approssimazione a una buona imposta locale sulle imprese che oggi esista”, sfugga a economisti del livello di Francesco Giavazzi e Guido Tabellini. (1)
Così come non dovrebbe essere irrilevante dal loro punto di vista il fatto che l’Irap si ispira al paradigma fondamentale elaborato dalla teoria economica in materia di riforme fiscali negli ultimi lustri: imposte con ampia base imponibile e basse aliquote per ridurre gli effetti distorsivi (eccessi di pressione) e garantire neutralità del prelievo.
In sostanza, quindi, l’Irap è un’imposta sul reddito prodotto prelevata per ragioni di semplicità amministrativa al momento della produzione del reddito, che colpisce tutte le componenti del valore aggiunto netto in modo uniforme.
Non si tratta quindi di un’imposta sul reddito delle imprese, ma di un’imposta su tutti i redditi riscossa dalle imprese per conto dello Stato, come i contributi sociali, le ritenute alla fonte, le accise, la stessa Iva. L’unica differenza è che per l’Irap non è prevista una rivalsa esplicita, problema che può preoccupare giuristi o contabili, ma non economisti consapevoli del fatto che le imposte si trasferiscono o meno a seconda delle condizioni di mercato e non certo delle condizioni giuridico-contabili.
Quindi, il fatto che l’Irap colpisce il lavoro (molto meno, tuttavia, dei contributi sanitari precedenti) è argomento irrilevante se ci si pone la domanda corretta: è giusto o no che tutti i fattori della produzione (tutti i redditi) contribuiscano alle spese locali? In realtà, con l’introduzione dell’Irap al posto dei contributi sanitari si è operato uno spostamento di prelievo dal lavoro al capitale in quanto l’Irap è neutrale e la tassazione precedente penalizzante per il lavoro. Questo è uno dei motivi del mancato gradimento dell’imposta da parte delle imprese e dei loro consulenti, che trascurano però il fatto che il gettito dell’Irap, a consuntivo, risultò inferiore a quello delle imposte sostituite di circa 0,7 punti di Pil, comportando quindi uno sgravio di imposta consistente e un vantaggio sia per il lavoro che per il capitale. (2)
L’altro motivo di antipatia dell’Irap da parte dei consulenti fiscali è che si tratta di un’imposta a prova di elusione e quindi non facilmente addomesticabile.

LA QUESTIONE DELLA DEDUCIBILITÀ

Un’altra diffusa obiezione all’Irap riguarda la sua indeducibilità. Oggi la questione è teoricamente superata dalla previsione di una deducibilità forfettaria del 10 per cento. Ma anche questo è un falso problema: ogni persona sensata comprende perfettamente che, a parità di gettito, è irrilevante avere una aliquota del 4 per cento indeducibile o un’aliquota dell’8-10 per cento deducibile. Mentre gli economisti dovrebbero convenire sul fatto che un’aliquota più bassa provoca minori eccessi di pressione. Inoltre, da sempre gli esperti di finanza pubblica e federalismo fiscale ritengono che le imposte locali non dovrebbero essere deducibili da quelle statali, per evitare che decisioni relative alle imposte locali autonomamente prese dai governi locali, si traducano in un costo indebito (perdita di gettito) per il governo centrale,
Analogamente si lamenta che una impresa in perdita è tenuta a pagare l’Irap. Ma l’Irap non è un’imposta sulle imprese, bensì sul reddito prodotto; riguarda le imprese esclusivamente per la quota parte relativa ai profitti; e se l’impresa è in perdita non vi sono profitti e non vi è Irap. Chi versa un’imposta non è necessariamente lo stesso che la paga: i salari dei lavoratori o gli stessi interessi passivi versati alle banche non sono redditi dell’imprenditore e comunque non sono nella sua disponibilità, e analogamente non riguardano l’impresa e l’imprenditore i prelievi relativi a questi redditi, e quindi le relative quote parti dell’Irap.
Naturalmente ridurre le imposte è un obiettivo condivisibile, e dunque anche ridurre l’Irap. Ciò è stato fatto recentemente dal governo Prodi che ha diminuito sia l’aliquota dell’Irap, passata dal 4,25 al 3,9 per cento, sia la base imponibile relativa al costo del lavoro, escludendo dalla stessa i contributi sociali. Se ci fossero le risorse non avrei molto da obiettare neanche alla sua abolizione (o anche a quella dell’Irpeg, dell’Irpef o dell’Iva). Ma in mancanza di risorse sufficienti a coprire poco meno di 40 miliardi di gettito (di cui oltre 27 prelevati dal settore privato), la domanda – retorica – cui rispondere è: esistono altre forme di prelievo alternative, più efficienti e meno distorsive?
Giavazzi propone di ricorrere ai soldi stanziati per i Tremonti bond, in realtà si tratta di una stanziamento una tantum, e una posta finanziaria non utilizzabile per la finalità indicata. Tabellini propone di aumentare l’Iva per ridurre l’Irap, ritenendo che ciò riduca le distorsioni. In verità l’Irap è neutrale, mentre l’Iva è l’imposta più evasa del sistema tributario italiano, e quindi inefficiente e distorsiva: le aliquote Iva in Italia sono infatti tra le più elevate d’Europa e il gettito uno dei più bassi. L’obiettivo da porsi quindi è quello di ridurre l’evasione dell’imposta – cosa che è stata fatta con qualche successo tra il 2006 e il 2008 – e non certo aumentare le aliquote. O, che è lo stesso, trasferire beni ad aliquota ridotta a quella ordinaria. Cipolletta sostiene che bisognerebbe sostituire l’Irap con un aumento dell’Irpef, previo un incremento dei salari; dimentica però che l’Irpef è essenzialmente un’imposta sui soli redditi da lavoro e in particolare su quelli da lavoro dipendente e pensione, quindi ciò che in realtà viene proposto è un aumento del cuneo fiscale sul lavoro.
E allora? Allora cerchiamo di ragionare con serietà e lucidità rimanendo aderenti alla realtà, evitando di fare danni, e soprattutto non dimenticando gli insegnamenti della teoria economica.

(1) La definizione è di R. Bird, “A new look at local business taxes”, Tax Notes International, 2003.
(2) Il minor gettito fu recuperato dall’emersione di materia imponibile evasa, fenomeno molto rilevante nel periodo 1996-2000, come tra il 2006 e il 2008.

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35 commenti

  1. Corrado

    E’ veramente deprimente dover gioire perchè si legge finalmente un articolo serio, equilibrato, non ideologico, documentato e che questo debba essere ospitato in un giornale on-line che per quanto letto non ha sicuramente la diffusione, ad esempio, del Corriere della Sera dove non è affatto raro leggere articoli di quelli che attualmente vengono ritenuti “economisti” infarciti di pregiudizi ideologici, superficialità e demagogia. Fatta questa premessa passo ad analizzare anche il comportamento irresponsabile dell’attuale governo che pensa di far credere alla gente che le tasse siano l’invenzione di qualche cattivo uomo nero e non lo strumento necessario per finanziare la spesa pubblica che, tra l’altro, nell’ultimo anno in assenza di interventi seri e non demagogici sul suo contenimento è letteralmente esplosa. Quanto sono lontani i tempi in cui il Prof.Visco attuava la prima vera rivoluzione al ministero delle finanze con l’nvenzione del fisco telematico, delle compensazioni immediate fra crediti e debiti, del 730 e di tante altre iniziative concrete avviando un percorso che se non fosse stato interrotto nel 2001 da Tremonti ci avrebbe forse riportato fra gli stati occidentali.

  2. Ermanno Tarozzi

    Le valutazioni del prof.Visco sono assolutamente condivisibili e ragionevoli. Aggiungo che l’IRAP serve a finanziare la Sanità, il servizio più importante di tutti per cui occorrerebbe definire una alternativa all’IRAP altrettanto valida per non privare le Regioni di una entrata essenziale. In realtà, in questi giorni, si sta parlando di tutto tranne che valutare nel merito il problema. E’ questo un metodo che è diventata una regola. Anche in questo caso viene quindi violata la libertà di informazione. Cordialmente Ermanno Tarozzi

  3. Alessandro Bozzi

    Parto da una sua affermazione: "Non si tratta quindi di un’imposta sul reddito delle imprese, ma di un’imposta su tutti i redditi riscossa dalle imprese per conto dello Stato, come i contributi sociali, le ritenute alla fonte, le accise, la stessa Iva". Ne è davvero convinto? L’IRAP si calcola anche sul costo del lavoro e sugli oneri finanziari, ma non grava ne’ sui lavoratori ne’ sulle banche giacché l’impresa (mi riferisco in particolare alla piccola e media impresa) non ha la possibilità di traslare l’imposta su tali redditi. Resta la possibilità di aumentare i prezzi di vendita dei propri prodotti. Molte imprese con elevata incidenza del fattore lavoro sono da anni in affanno per la concorrenza di prodotti provenienti da Paesi con minore costo della manodopera. Queste imprese non hanno alcuna possibilità di traslare l’imposta sui loro clienti. La conclusione (e la ragione per cui l’IRAP è così detestata dagli imprenditori medio/piccoli) è che l’imposta si calcola sul costo del lavoro e sugli interessi passivi, ma grava unicamente sul reddito dell’imprenditore e non, come sembrerebbe di capire dal suo intervento, anche sul reddito degli altri fattori della produzione.

    • La redazione

      L’IVA è un’imposta sul valore aggiunto tipo consumo, l’Irap e un’imposta sul valore aggiunto netto (reddito) prodotto in Italia. Per il resto valgono le risposte precedenti. Se invece di una sola imposta ne avessimo avute tre, una per ogni tipologia di reddito (solari, profitti, interessi), gli effetti economici sarebbero stati identici, le difficoltà gestionali molto maggior, ma probabilmente le incomprensioni minori.

  4. u.c

    L’Irap è calcolata su un imponibile estrapolato dalla modellizzazione microeconomica, perciò non ha nessuna giutificazione d’esistere. E’ ovvio che la base imponibile possa cambiare di epoca in epoca, che i costi deducibili comprendano o meno determinate voci. Ciò non toglie che, se per toccare il valore aggiunto abbiamo già l’Iva, per i patrimoni abbiamo imposte alla fonte, Ici e catasto, per toccare quell’artificio che è il reddito al 31/12 abbiamo già Irpef ed Ires, l’Irap, al di là dei giochi di parole, è semplicemente una ritassazione del reddito d’impresa, calcolata escludendo alcune voci, ed utilizzando terminologie microeconomiche. Solo in un modello micro, difatti, si può pensare all’imponibile Irap (un plusvalore) come redistribuito tra i lavoratori ed il capitale. E pensare che quindi gravi (teoricamente) su tutte queste forze. Nella realtà, esclusi giochi di parole e traslazioni di significato, l’Irap grava solo sul datore di lavoro, sia esso persona fisca o giuridica. L’Irap è tecnicamente un balzello ingiusto. Non solo perchè frutto di astrazione, ma perchè la pressione fiscale e contributiva italiana è, per abitante, insopportabilmente alta.

  5. Andrea Giovannini

    Non condivido in pieno, se non riconoscere il fatto che l’IRAP ha sostutuito diversi tributi e che, nell’ottica del confronto, il carico è sicuramente inferiore a quello che era nel 1997. L’IRAP è divenuta via via un’imposta inopportunamnete complicata, per tante ragioni: a) contenzioso enorme (e costi enormi di gestione) per l’assoggettamento del tributo ai professionisti senza autonoma organizzazione, comprendendo ora anche gli iscritti agli albi professionali e in futuro probabilmente anche gli intermediari del commercio, ripercorrendo le problematiche Ilor; b) meccanismo di determinazione complesso, spesso controverso dalla stessa amministrazione nelle circolari, ulterormente aggravato con le norme sul cuneo fiscale; di conseguenza di difficile controllo anche da parte l’amministrazione finanziaria; c) pessimo impatto sui bilanci aziendali, dove le imposte vanno sovente a mortificare l’utile, soprattutto se questi vengono letti ed analizzati da utenti stranieri. Non amata per i motivi esposti, più dal fatto che non sia eludibile. Un’addizionale ben strutturata su IRES ed IRPEF salvaguarderebbe i redditi da pensione e lavoro dipendente. Con immutata stima all’ex ministro.

    • La redazione

      12) A differenza dall’Ilor, l’Irap è concepita come una imposta generale sui redditi. Dal punto di vista della logica economica dell’imposta non si giustificano esenzioni particolari. Con le ultime modifiche sono stati eliminati molti elementi di complicazione. E’ vero invece che da un punto di vista contabile la sistemazione dell’imposta non è ottimale, e induce in errore la valutazione.

  6. Franco

    Indubbiamente l’Irap ha sostituito una miriade di tasse, e la sua introduzione aveva una sua ragione d’essere in fatto di semplificazione. Solo che è stata concepita in modo assurdo, ad esempio tassando anche le perdite ed impedendo la detrazione degli interessi passivi! Succede così che se un’impresa ha un bilancio in perdita ed interessi passivi consistenti alla fine l’impresa deve calcolare l’Irap come se fosse in attivo, ancora peggio per un’impresa individuale. E se l’impresa a causa della crisi non incassa e non ha i soldi, come fa a pagare l’Irap e le altre imposte? E come fa a pagare l’Iva se non incassa le fatture? Conclusione: i provvedimenti andrebbero valutati attentamente sulla base delle esigenze di tutte le attività produttive e non solo sulle grandi imprese.

    • La redazione

      Tutte le imposte e contributi sostituite dall’Irap, tranne l’Ilor, venivano pagate dalle imprese ancorché in perdita. Anche oggi le imprese in perdita devono pagare i contributi sociali, e altro.

  7. salvatore bragantini

    La lettura del pezzo di Visco è una boccata d’aria fresca in una giornata afosa. Troppo spesso le discussioni di finanza pubblica si svolgono trascurando pezzi essenziali del ragionamento e le basi stesse della scienza delle finanze. Se vengono fuori proposte migliori, ottimo, ma esse devono passare i test fondamentali: essere non distorsive, non incoraggiare l’evasione, e dare il dovuto gettito. Fino ad allora, teniamoci l’Irap: almeno se ci teniamo a non scassare del tutto i conti dello Stato.

  8. Antonio Tranghesi

    Come sempre quando si analizzano le questioni al di là della propanga mediatica, emergono valutazione più corrette. L’IRAP non è questo mostro di cui si dice. Ma il nostro paese è in grado di affrontare un dibattito serio su questioni come questa, al di la di slogan e propaganda? Ne dubito!

  9. Luigi D. Sandon

    Visco dimentica che l’IRAP ha finito per essere applicata anche alle piccolissime partite IVA, specialmente contribuenti che lavoravano da subordinati, difatto costituendo un’imposta in più sul reddito, nonostante potesse essere inapplicabile. Inoltre le sue considerazioni sulla tassazione dei profitti fanno a pugni con la tassazione delle rendite, che rimane bassissima. Non sono profitti anche quelli?

    • La redazione

      L’irap è nota, oltre che per semplificare il sistema, per fornire un gettito rilevante alle regioni per i loro compiti istituzionali, primo tra tutti la sanità. La domanda diventa quindi: è giusto o no che tutti i redditi partecipino al finanziamento di queste spese? Esistono altre basi imponibili, oltre il reddito, per una imposta regionale?

  10. ferdinando lombardo

    Pur condividendo molte delle considerazioni ed affermazioni dell’articolo da lei scritto, non mi sento invece di potere avallare la considerazione di cui in oggetto. Cioè a dire che l’Irap sia avversata dai professionisti (categoria cui appartengo in quanto dottore commercialista) in quanto non lascia spazio a fenomeni evasivi. In prima battuta perchè evidentemente l’affermazione in argomento presuppone una scarsa considerazione circa la serietà professionale della categoria cui appartengo, figlia di un atteggiamento preconcetto che difficilmente può portare ad un confronto serio e sereno sui contenuti. La maggiore critica che mi sento invece di fare riguarda la estrema complicazione dell’Irap (con la introduzione di una base imponibile ulteriore rispetto all’Ires, con regole proprie), oggi di molto temperata dalla applicazione della stessa su di una base imponibile (quasi) coincidente con i dati di bilancio. Inoltre, la particolare base imponibile porta alla evidenziazione di tax rates a volte stravaganti, che possono arrivare anche al 100% dell’utile operativo.

    • La redazione

      Mi scuso dell’impressione data a proposito dei commercialisti. Il problema comunque non è l’evasione, ma l’elusione: data la indeducibilità degli interessi e l’unica aliquota su tutte le fonti di reddito, su queste imposte non sono possibili arbitraggi fiscali. Ricordo che ridurre legalmente l’onere fiscale per i clienti è un dovere per i consulenti. Cercare di limitare tale possibilità è u dovere per il Ministro delle finanze.

  11. Fulvio Abbi

    Avendo scoperto che l’IRAP è un’imposta sul reddito da lavoro (tra gli altri), facciamo un riassunto di qual è la pressione fiscale effettiva sul lavoro dipendente. Fatto 100€ uno stipendio lordo, abbiamo che: il datore di lavoro: 1. paga 23,81€ di contributi INPS; 2. paga 6,91€ di TFR; 3. paga (per conto del dipendente) 3,9€ di IRAP; 4. paga circa 1€ di contributi per un fondo pensione. Il dipendente: 1. paga trattenute cosiddette previdenziali pari a 9,19€ (che non riesco a vedere diversamente da una tassa); 2. versa circa 1€ per avere il contributo del datore di lavoro per la previdenza integrativa; 3. paga l’IRPEF in funzione del suo reddito. Con l’aliquota minima del 23% fanno 21€ circa; 4. paga l’IVA ogni volta che usa i soldi rimasti (circa 69€), deve pagare l’IVA. Supponiamo l’aliquota IVA in media intorno al 15%; quindi si tratta di circa 10,5€; 5. paga le altre imposte indirette (bolli, canoni, accise), che per semplicità trascuriamo. Quindi: * il vero stipendio lordo non è di 100€, ma di circa 135€. * Il vero stipendio netto si aggira intorno ai 58€. * La vera pressione fiscale sul lavoro dipendente è superiore al 57%!

    • La redazione

      5) I calcoli mi sembrano corretti, salvo che l’IVA e le altre imposte sui consumi non possono essere considerate prelievi sul lavoro. Il carico fiscale sul lavoro in Italia (e negli altri paesi europei) è molto alto. Si da il caso però che sostituendo l’Irap con aliquota del 3,9%, ai contributi sanitari (ancorché deducibili) pari a circa l’11%, si vede chiaramente che l’Irap ha ridotto l’imposizione sul lavoro.

  12. Antonio Aghilar

    Che l’Irap sia un’imposta neutrale mi sembra francamente una tesi difficilmente sostenibile. L’Irap, per sua natura, tende a pesare di più sulle imprese che impiegano più lavoro (o che “gerano” più redditi, il ché però è lo stesso…). Si tratta quindi di un’imposta che riesce a mortificare di più proprio quel tipo di industria, la manufatturiera, che maggiormente si avvale del lavoro e che, del resto, maggiormente è colpita dalla crisi. Certo, annunciare di volerla tagliare senza dire come (e sopratutto senza fare precisi calcoli in proposito) appare più come l’ennesimo annuncio demagogico che non altro. E tuttavia una complessiva (e profonda) riforma del sistema fiscale oggi troppo sbilanciato sui redditi derivanti dall’economia reale (mentre l’aliquota sulle rendite finanziarie continua ad essere scandolosamente bassa…) è ormai un imperativo e forse è ora che si passi dagli annunci ai fatti. E alla svelta pure…

    • La redazione

      4) Vedi risposta precedente. Inoltre il deprecato effetto negativo dell’Irap vale per tutte le imposte sul reddito, o sui consumi e ancora di più per i contributi sociali. Se si intende neutralità come assenza di ogni effetto economico, l’unica imposta neutrale in questo senso nota agli economisti è un’imposta di capitazione.

  13. Manfredi MANFRIN

    1) IRAP “neutrale”: non sembra; un’impresa con una certa intensità di lavoro che produce in Italia paga l’IRAP sui suoi costi del lavoro, mentre un’impresa che acquista da una propria controllata in Romania diminuisce la base imponibile. 2) IRAP imposta sul “reddito prodotto” o sul “valore aggiunto prodotto”; un’impresa che perde (secondo i principi contabili e a livello di bilancio civilistico) può avere elevato imponibile IRAP. Infine, se i contributi sanitari sul costo del lavoro servono a finanziare il sistema sanitario, come in Germania, lasciamoli evidenti così che la relazione entrate/uscite o benefici/costi sia più leggibile. L’IRAP, anche se ha “razionalizzato”, ha razionalizzato in modo irrazionale.

    • La redazione

      La puntualità dell’Irap consiste nel fatto che l’esistenza dell’imposta (proporzionale e su tutto il reddito prodotto) non interferisce con la scelta dei fattori della produzione (lavoro vs. capitale), né con le scelte di finanziamento dell’impresa (capitale proprio vs. capitale di debito). Per gli economisti queste sono qualità molto importanti. E’ ovvio che la neutralità vale solo all’interno del sistema fiscale che la adotta. L’esempio della Romania è irrilevante: lo steso vale per la Cina e per tutti i paesi a tassazione più bassa di quella italiana, si tratta di concorrenza fiscale e non di una conseguenza della mancata neutralità dell’Irap. Le imposte precedenti erano invece molto distorsive. Proprio il caso dell’impresa in perdita (senza profitti) chiarisce che l’Irap si applica ai redditi dei fattori della produzione piuttosto che all’impresa in quanto tale.

  14. flavio favilli

    D’accordo che “Chi versa un’imposta non è necessariamente lo stesso che la paga”, come, p.e., avviene per le accise o per l’Iva, ma è ben difficile sostenere che le “quote parti dell’irap” sui redditi dei lavoratori e sugli interessi passivi versati alle banche non riguardino l’impresa. Oppure non abbiamo capito e quindi l’impresa può fare rivalsa delle “quote parti dell’Irap” sui lavoratori(tecnicamente facile!) e sulle banche (tecnicamente quasi impossibile!) ? Se così fosse avremmo risolto gran parte dei problemi delle imprese nei riguardi dell’Irap, ma non certo nei confronti dei lavoratori e .quel che più conta nei confronti delle banche. O per queste ultime la “ritenuta” Irap è da intendere d’acconto, mentre per i lavoratori la ritenuta Irap sostanzia la loro partecipazione al SSN rientrando nella logica della proposta di Cippolletta che tale servizio non deve essere a carico delle imprese, ma dei fruitori cioè le persone fisiche? Resto invece d’accordo su molte delle "ragioni" avanzate da Vincenzo Visco, anche se sarebbe opportuno approfondire le difficoltà di "percezione" di tale imposta da parte dei contribuenti.

    • La redazione

      2) E’ vero, per l’irap non c’è rivalsa esplcita. Ma nella realtà i processi di traslazione delle imposte dipendono dalle condizioni effettive dei mercati, della domanda e dell’offerta, ecc. Ciò significa che anche in presenza di rivalsa formale, l’incidenza effettiva potrebbe andare nella direzione opposta. in sostanza non è possibile dire a priori su chi incide effettivamente l’irap. sarebbero necessarie apposite ricerche empiriche.

  15. AM

    L’IRAP è stata una delle innovazioni fiscali più impopolari e questa avversione non era immotivata. Non è il caso di ricordare le varie argomentazioni che bocciano questa imposta dato che sono ben note. Tutti possono sbagliare una volta nella vita ed anche il prof. Visco, che si è guadagnato benemerenze nella lotta all’evasione fiscale, dovrebbe avere l’umiltà di ammettere questo errore. Rimane però il problema del bilancio dato che in tempi brevi pare impossibile ottenere una adeguata riduzione della spesa pubbllica. Per non ripetere l’errore dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa, decisione affrettata che ha messo in crisi i comuni poveri di seconde case, è auspicabile che prima di cancellare l’IRAP si trovi un’equipollente fonte di entrate.

    • La redazione

      Che l’Irap sia impopolare è certo. Ma che sia considerata da tutti gli esperti di teoria della tassazione una imposta eccellente è altrettanto sicuro. Non sarebbe inutile riflettere sul perché.

  16. Gianfranco Rocchi

    Dopo aver letto l’articolo e i commenti mi sorgono alcune domande da profano: Chi versa l’imposta non è necessariamente lo stesso che la paga se il “versatore” può rivalersi nei confronti del “pagatore”, cioè se esiste un mercato efficiente e/o regolato che tuteli la capacita contrattuale, per esempio, della piccola cooperativa in cui lavoro nei confronti di una grande banca. Ritiene che esistano oggi queste condizioni? Da parte della stessa piccola cooperativa, per continuare l’esempio, traslare sui lavoratori l’onere fiscale significherebbe agire sull’ammontare o sul numero degli stipendi pagati. Ciò si scontra con le norme e gli istituti volti a preservare l’interesse collettivo alla stabilità dei posti di lavoro e degli stipendi che dilatano i tempi tra “versamento” e “traslazione” producendo costi, e quindi interessi, che debbono essere assorbiti dall’impresa o trasferiti, anch’essi, ai lavoratori. Questo costo è preferibile a quello della tassazione diretta del lavoratore? Infine la neutralità fiscale è un principio da preservare o, almeno come azione anti-ciclica, andrebbe modulata favorendo l’impiego di volta in volta intensivo o estensivo dei fattori di produzione?

    • La redazione

      Sulla traslazione ho girisposto a proposito di altre domande. Mentre per le imposte sul lavoro è abbastanza plausibile che l’incidenza finale sia sui salariati e non sull’impresa, negli altri casi vi sarà maggiore incertezza. L’equilibrio finale dipenderà dalle condizioni di mercato, dai rapporti di forza tra le parti. Ecc.
      In caso di condizioni congiunturali avverse o di grave crisi economica come quella attuale è perfettamente legittimo, e in alcuni casi opportuno intervenire, magari in via transitoria, anche sulle imposte, Irap compresa. Su questo punto non c’è più senso.

  17. Paolo Gabriele

    Si dimentica che l’irap ha prodotto uno spostamento ulteriore di imposizione fra le imprese e il lavoro. Infatti l’introduzione dell’irap ha penalizzato le attività professionali, fra l’altro in grave difficoltà in questo momento e senza alcuna tutela pubblica, a favore del capitale. L’imposta colpisce ovviamente il lavoro dipendente e autonomo e le piccole imprese poco capitalizzate mentre colpisce meno le grandi imprese. Si dimentica anche che più di una volta si è affermato in pubblico, e in tv, che in Italia l’aliquota che colpiva i redditi delle imprese o società e dei lavoratori autonomi si calcolava aggiungendo semplicemente l’aliquota irap a quella di irpef e ires! Un “calcolo” almeno errato se non artificioso. Si dimentica che i dipendenti ricevono molto meno di quanto costano ai datori di lavoro. si diemntica che l’irap doveva aiutare a correggere questa distorsione. Si dimentica che piccoli professionisti con partita iva devono ricorrere al giudice tributario per vedersi riconoscere l’esenzione dalla “odiata tassa” per ottenere un trattamento equo.Si dimentica nel mezzogiono con il sistema irap si è creata una “fiscalità di svantaggio”. Ah la memoria della politica!

    • La redazione

      Non è vero che l’Irap colpisce “le piccole imprese poco capitalizzate mentre colpisce meno le grandi imprese”. Infatti se c’è una grande impresa che ha effettuato gradi investimenti (capital intensive), essa impiegherà relativamente) meno lavoro e piitale, e quindi pagherà sempre relativamente) meno salari, e avrà aggiori profitti e spesa per interessi. La caratteristica più positiva dell’Irap per gli economisti è proprio questa sua neutralità rispetto alla scelta delle tecniche (impiego dei fattori). Se le piccole imprese non hanno redditività sufficiente per pagare le imposte, la responsabilità non è dell’Irap, ma della pressione fiscale elevata, del debito pubblico, della crisi economica, della spesa pubblica eccessiva, ecc.
      Le attività professionali non sono penalizzate dall’Irap in quanto questi redditi sono tassati come tutti gli altri. Prima dell’Irap i professionisti non pagavano l‘Ilor, ma pagavano tutte le altre imposte abolite a cominciare dalla tassa sulla salute. Quando fu introdotta l’Irap le simulazioni indicavano che più la metà dei professionisti otteneva un vantaggio. Né va dimenticato che per i professionisti e le piccole imprese esiste una franchigia per l’Irap aumentata dal governo Prodi a 9500€ fino a 180.000€ di base imponibile, oltre alla possibilità di optare per il sistema forfetario.

  18. Roberto

    Io non capisco :se l’IRAP é un imposta sui redditi anche dei lavoratori,allora ci troviamo con redditi tassati con una doppia imposizione:dall’IRAP e dall’IRPEF.E sull’IRPEF, tra l’altro,esiste già una addizionale regionale…ci troviamo dunque di fronte ad un vero e proprio abominio.E anche l’altra questione su chi gravi l’imposta…ma come si fa a negare che gravi sull’impresa? Se dovesse gravare per le quote parti anche sui redditi dei dipendenti allora perché non si è avuto il coraggio di farla davvero gravare su di essi,mettendo in busta paga il pagamento del 4,25 %? Lasciamo perdere i discorsi prettamente teorici,filosofici traslazione non traslazione ecc e andiamo al sodo, io vedo troppa ipocrisia…doppie tassazioni, sovrapposizioni di tassazioni, complicazioni assurde e l’ex ministro ci viene anche a raccontare che l’IRAP è un’imposta su tutti i redditi prodotti dall’impresa. Il fatto che abbia sostituito altre imposte magari pure riducendo il carico fiscale non significa che sia un imposta iniqua e che gravi sull’impresa e non sui dipendenti, né sugli interessi.

    • La redazione

      L’Irap fu introdotta oltre che per i motivi ampiamente discussi, anchepercominciare a realizzare il federalismo fiscale. Se si prendono ad esempio i grandi stati federali, come gli S.U. si vede che oltre alle imposte federali, esistono a livello statale (regionale) imposte sui consumi, una forte imposta sul patrimonio immobiliare (mediamente l’1% del valore di mercatodell’immobile), un’Irpef e un’Irpeg statali. In alcuni stati l’Irpeg statale è un’Irap; mentre l’Irpef statale funziona di fatto come un’addizionale alla Federal Income tax, per motivi di semplicità. Poiché le basi imponibili possibili sono sempre le stesse: reddito, consumo, patrimonio, ecc., è inevitabile che in un sistema federale esistono pioste sulle stesse basi imponibili.
      Inoltre negli S. U. si discute da sempre sulla opportunità di rendere indeducibili le imposte statali e locali da quelle federali proprio per evitare connessioni e commistioni di responsabilità. Per questo motivo in Germania la Gewerbesteur, imposta simile all’Irap, è stata resa recentemente indeducibile.
      In Italia quindi avevamo introdotto un sistema simile a quello americano: l’ICI per i comuni, l’Irap per le regioni, le addizionali Irpef per tutti gli enti decentrati, picompartecipazioni all’IVA (e alle accise) che per ragioni comunitarie non pusere decentrata. Se si vuole una vera assunzione di responsabilità da parte degli enti decentrati nella gestione dei propri bilanci, è bene che essi abbiamo imposte autonome. Altrimenti si va verso un sistema di trasferimenti dal centro, come sono in realtà le stesse compartecipazioni. Il sistema fiscale diventa parecchio pimplice (anche se con aliquote pivate), ma la responsabilizzazione degli amministratori locali viene meno.
      Parlare di traslazione non è filosofia; è quanto avviene nel mondo reale. Per fare un esempio: se venissero aboliti i contributi sociali, e la ritenuta alla fonte, i salari resterebbero invariati o aumenterebbero fino a concorrenza del costo del lavoro? La domanda è retorica, e la risposta vale, probabilmente, anche per la quota parte di Irap che grava sul lavoro. E’ un caso classico di traslazione (sui salari).

  19. Alessio Cannucci

    L’IRAP è una tassa, di principio, giusta in quanto ha sostituito tante tasse, semplificando il sistema. Magari potrebbe essere calcolata tenendo presenti alcune considerazioni di carattere sociale. Mi riferisco ad aziende che, invece di ricorrere alla cassa integrazione, riescono a mantenere i posti di lavoro razionalizzando il ciclo produttivo. La direzione da prendere è sempre quella di semplificare il quadro delle imposte sul lavoro arrivando ad un carico fiscale per le aziende e per le famiglie più equo rispetto a quello delle rendite finanziarie. Questa disparità è al limite dell’incostituzionalità.

  20. Incomprensibile

    1)Quindi,se dovessi seguire il ragionamento del Dott.Visco, l’abolizione dell’IRAP sarebbe un beneficio a vantaggio anche dei lavoratori dipendenti…visto che l’IRAP è un imposta sul reddito anche dei dipendenti e viste le teorie della traslazione, salvo poi che lo stesso Visco si contraddice ponendo la domanda retorica sull’abolizione dei contributi e delle ritenute alla fonte. 2)Mi parla di federalismo e immagino che anche abbia visto in maniera negativa l’abolizione dell’ICI sulla prima casa dal punto di vista del federalismo…peccato che anche il Dott.Visco e il governo Prodi abbiano ridotto le entrate da ICI per i comuni con la finanziaria 2008 e le entrate da IRAP per le regioni con la riduzione del cuneo fiscale mediante le deduzione di 5000 e 10000 euro sui lavoratori a tempo indeterminato…ma allora ci prende in giro?E questa deducibilità si è forse traslata sui redditi dei dipendenti, facendoli aumentare? 3) Allora,se è vero che l’IRAP colpisce tutti i redditi prodotti da un impresa,la sua abolizione dovrebbe generare benefici anche ai lavoratori dipendenti,cioé dovrebbe generare una riduzione di imposizione sul loro reddito, proprio ciò che chiede a gran voce il PD.

  21. Massimo Negri

    Leggere che l’Irap sarebbe, per le imprese, neutra come l’Iva mi ha lasciato di sasso. Provo a smentire la tesi. L’Iva è un’imposta collaudata ed effettivamente neutra per le imprese. Esse si limitano, infatti, al ruolo di operatori che riscuotono per conto dello Stato l’imposta sulle fatture emesse versando, ad esso, periodicamente la differenza tra l’Iva riscossa dalle vendite e quella pagata sugli acquisti. L’Irap è tutta un’altra storia. Resta in capo all’azienda. L’aliquota è bassa (ora al 3,9%) ma ha una base imponibile formata – semplifico – dal valore della produzione (il fatturato) dedotte le spese con esclusione del costo del lavoro e degli oneri finanziari. La conseguenza è che “colpisce indifferentemente le imprese che guadagnano e quelle che perdono”, per usare le parole di Francesco Giavazzi, sul Corriere del 23 ottobre 2009. La pesante crisi economica 2008/9 ha peggiorato i bilanci aziendali contribuendo, purtroppo, ad ampliare sensibilmente la casistica delle aziende in perdita chiamate a versare ugualmente l’Irap. Cordiali saluti Massimo Negri – Casalmaggiore (CR)

  22. giuseppe pazzaglia

    La tesi del sig. Visco non convince. L’irap ha contribuito a deformare e distorcere il sistema tributario e non a razionalizzarlo. La ragione è evidente: nella nostra costituzione è previsto che il suistema tributario si fondi sulla capacità contributiva dei cittadini. E Visco ci deve spiegare perchè un cittadino che percepisce un reddito di 500.000 euro l’anno non debba pagare l’IRAP mentre un altro cittadino che ne guadagna solo 20.000 deve pagarla? Ci deve anche spiegare il perchè la Corte Costituzionale non l’ha giustificata totalmente. E perchè la Corte di Cassazione accoglie la quasi totalità dei ricorsi che giudica? Altro che razionale. l’IRAP è viziata di ideologia. Che cosa possa incassare un piccolo professionista o un agente o un piccolo artigiano o un piccolo commerciante per conto dello stato non si capisce. Lo spieghi Visco in parole povere senza mistificare l’argomento cercando di dare respiri da grande statista.

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