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ELINOR OSTROM E LA RIVINCITA DELLE PROPRIETA’ COMUNI

Il premio Nobel a Elinor Ostrom riconosce l’importanza di aver ipotizzato l’esistenza di una terza via tra Stato e mercato. Quella di Ostrom è una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Una lezione di particolare importanza oggi a proposito dei beni collettivi globali, come l’atmosfera, il clima o gli oceani. Ma molto significativa anche per l’attuale crisi finanziaria, che si può leggere come il saccheggio di una proprietà comune: la fiducia degli investitori.

 

Uno dei dogmi fondativi della moderna economia dell’ambiente è la cosiddetta “tragedy of the commons”, risalente a Garrett Hardin. Secondo questa impostazione, se un bene non appartiene a nessuno ma è liberamente accessibile, vi è una tendenza a sovrasfruttarlo. L’individuo che si appropria del bene comune, deteriorandolo, infatti, gode per intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo (in quanto questo costo verrà socializzato). Poiché tutti ragionano nello stesso modo, il risultato è il saccheggio del bene. Analogamente, nessuno è incentivato a darsi da fare per migliorare il bene, poiché sosterrebbe un costo a fronte di un beneficio di cui non potrebbe appropriarsi che in parte.
 
UNA TERZA VIA TRA STATO E MERCATO
 
Il ragionamento di Hardin partiva dall’esempio delle enclosures inglesi, precondizione della Rivoluzione industriale. La recinzione delle terre comuni, in questa visione, costituiva il necessario presupposto di una gestione razionale ed efficiente: mentre in regime di libero accesso il pascolo indiscriminato stava portando alla rovina del territorio, il proprietario privato, in quanto detentore del surplus, aveva l’interesse a sfruttare il bene in modo ottimale e a investire per il suo miglioramento.
Quando non vi sono le condizioni per un’appropriazione privata, deve essere semmai lo Stato ad assumere la proprietà pubblica. Solo i beni così abbondanti da non avere valore economico possono essere lasciati al libero accesso; per tutti gli altri occorre definire un regime di diritto di proprietà privato o pubblico.
Il merito di Elinor Ostrom è stato quello di ipotizzare l’esistenza di una “terza via” tra Stato e mercato, analizzando le condizioni che devono verificarsi affinché le common properties non degenerino. Ostrom prende le mosse dal lavoro di uno di quei precursori-anticipatori, troppo eterodossi per essere apprezzati nell’epoca in cui scrivevano: lo svizzero tedesco, naturalizzato americano, Ciriacy-Wantrup, che ancora negli anni Cinquanta osservava che vi sono nel mondo molti esempi di proprietà comuni che sfuggono al destino preconizzato da Hardin, come ad esempio le foreste e i pascoli alpini. Distingueva appunto le “common pool resources” (res communis omnium) dai “free goods” (res nullius): nel primo caso, pur in assenza di un’entità che possa vantare diritti di proprietà esclusivi, a fare la differenza è l’esistenza di una comunità, l’appartenenza alla quale impone agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune, ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunità stessa attraverso l’inclusione di chi ne rispetta le regole e l’esclusione di chi non le rispetta.
Su queste fondamenta poggia l’edificio concettuale della Ostrom, la cui opera più importante, Governing the Commons, sviluppa una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Analisi che intreccia con grande profondità e intelligenza la teoria delle istituzioni, il diritto, la teoria dei giochi, per lambire quasi le scienze sociali e l’antropologia.
Il campo di applicazione delle ricerche sviluppate in questo filone può far storcere il naso: dalle risorse di caccia degli Indiani d’America alle comunità di pescatori africani, o alla condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese. Ma come spesso succede, applicare il concetto di base a un oggetto semplice consente di mettere a fuoco concetti e teorie di portata molto più generale.
Non a caso, la lezione della Ostrom è di particolare importanza oggi, a proposito dei global commons, come l’atmosfera, il clima o gli oceani. Per applicare la ricetta di Hardin a questi beni, infatti, ci mancano sia un possibile proprietario privato, sia un soggetto statale in grado di affermare e difendere la proprietà pubblica. Il diritto internazionale, in questa prospettiva, altro non è che un sistema di governance applicato a un bene comune, e non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra per raggiungere un qualsiasi risultato in termini di lotta ai cambiamenti climatici.
Ma è importantissima anche in quei casi – si pensi alla falda acquifera sotterranea e più in generale alla regolamentazione delle fonti di impatto ambientale diffuse – in cui un principio di proprietà pubblica è in astratto possibile e nei fatti esistente, almeno sulla carta; ma la sua attuazione effettiva si scontra, da un lato, con l’enormità dei costi amministrativi (in Italia ci sono centinaia di migliaia di pozzi privati che bisognerebbe monitorare per applicare la norma), dall’altro con la difficoltà politica di vietare comportamenti che sono prassi consolidate percepite come diritti.
 
UNA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA
 
Il lavoro di Ostrom trova punti di contatto con la teoria dei giochi, in particolare con quei filoni di ricerca che attraverso il concetto di gioco ripetuto mostrano come gli esiti distruttivi e socialmente non ottimali (equilibri di Nash, di cui la stessa “tragedy of the commons” è in fondo un esempio) possano essere evitati se nella ripetizione del gioco gli attori “scoprono” il vantaggio di comportamenti cooperativi, che a quel punto possono essere codificati in vere e proprie istituzioni. È interessante anche notare come il “comunitarismo” della Ostrom trovi qui un punto di contatto con “l’anarchismo” antistatale; ma Ostrom enfatizza piuttosto l’importanza della comunità, della democrazia partecipativa, della società civile organizzata, delle regole condivise e rispettate in quanto percepite come giuste e non per un calcolo di convenienza.
Non mi risulta che Ostrom si sia mai occupata di finanza, ma è quanto meno singolare la coincidenza del premio con la ri-scoperta dell’importanza del capitale sociale e delle regole condivise per il buon funzionamento dei mercati. Forse anche la crisi finanziaria che stiamo vivendo altro non è che un esempio di “saccheggio” di una “proprietà comune”, la fiducia degli investitori, per ricostruire la quale servirà qualcosa di più di una temporanea iniezione di capitale nel sistema bancario.

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  1. Salvo

    Ostrom è in effetti un passo avanti rispetto allo stesso Williamson. Il fondatore della Nuova economia istituzionale è rimasto per lungo tempo bloccato sulla dicotomia Gerarchia – Mercato, perdendo così di vista altre forme non meno importanti di regolazione delle transazioni (o sarebbe meglio dire, dell’azione collettiva). E’ soprattutto grazie a studiosi come Ouchi e Butler che i legami sociali, clanici, comunitari, sin sono fatti strada nell’ambito del filone teorico avviato da Coase e Williamson. Dopo tanta enfasi sul mercato, il premio assegnato a Ostrom e Williamson (come già avvenne con il nobel a Simon) mette ancora una volta al centro della riflessione economica il tema delle "organizzazioni".

  2. mirco

    Condivido i concetti espressi nell’articolo. Il credito e la raccolta del risparmio è un bene comune. La funzione bancaria deve essere libera dal condizionamento statale quindi essenzialmente formata da imprese private ma regolamentata talmente precisamente da non permetterle profitti finanziari ma solo profitti che le permettano di ampliare la funzione del credito e della raccolta del risparmio; similmente alla funzione dell’insulina nella determinazione del livello degli zuccheri nel sangue e la capacità del fegato di immagazzinare zuccheri e cederli alla bisogna. Oggi purtroppo si deve combattere con organismi finanziari privati più grandi di alcuni stati. L’articolo è molto chiaro sui beni comuni riferiti all’ambiente ma esistono anche beni comuni sociali e il credito e il risparmio lo sono. Aspettiamo solo che i governi e il G20 agiscanbo se ne avranno la forza.

  3. claudio

    Anche nei nostri territori (Province di Trieste e Gorizia) esistono proprietà comuni, per lo più boschi e pascoli) definiti Comunelle, sulle quali vantano diritti le antiche famiglie dei paesi. Tuttavia i Comuni, negli anni scorsi, hanno tentato, spesso riuscendoci, di superare questo istituto riprendendosi per via amministrativa la proprietà su queste terre. Una politica a mio giudizio molto miope.

  4. acocella salvatore

    Sono un ingegnere minerario che ha praticato poco, con nostalgia, questo mestiere. Mi interesso di ambiente da 20 anni e pensionato da 15 mi dedico quasi a tempo pieno. Compilai nel 1986 un libretto divulgativo sulle risorse naturali e nell 2000 uno sull’economia ambientale. L’economia è la mia seconda passione funzionale alla difesa ambientale. La tragedia dei "commons" è, in Itallia, del massimo livello. Basta vedere le coste della "bella Italia" nominata dal Presidente Napolitano che (evidentemente) la conosce poco. La tragedia dei commons va di pari passo con le "privatizzazioni" e l’ignoranza (appagata dalla TV monnezza) – non ci si offenda – del popolo italiano cui interessa solo il "mattone". Da venti anni sono attivo nella Legambiente locale (Valle dell’Irno – Salerno). Ci siamo consumati nella quasi totale indifferenza di popolo. Quali speranze? Ma non demordiamo..

  5. Mau Messenger

    Ha un qualche senso avvicinare le riflessioni della Ostrom all’ambiente web? In fondo anche qui si parla da anni di condivisione libera delle risorse, di necessità di cambio di paradigma (dal possesso all’accesso). Forse una riflessione più ampia come quella della Ostrom potrebbe evitare che per il web si parli solo di ricerca di nuovi modelli di business (rigorosamente proprietari).

  6. Mao

    Credo sia giunta l’ora di istituire un comitato avente come scopo lo studio di fattibilità dedicato a questo tema così importante. Non so, ma tra le priorità si dovrebbe perseguire la ricerca di enti-organismi sovranazionali da individuare-creare-organizzare per questo scopo comune. Sicuramente il web è uno strumento eccellente per condividere le informazioni e discutere le idee, le possibili soluzioni, studiare come si potrebbero organizzare le intenzioni degli uomini interessati a dare un contributo in questa direzione.

  7. Mario

    Il tema fondamentale è secondo me l’importanza di una qualche forma di comunità radicata localmente. Solo in presenza di essa è possibile stabilire quel ciclo virtuoso tra offerta e domanda locale, produzione ed erogazione di beni pubblici locali. Senza la presenza di comunità locali è impensabile una comunità mondiale. Ma ho paura che la tendenza sia quella alla disintegrazione delle forme comunitarie.

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