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CHI PENSA ALLA PENSIONE

Stati Uniti e Regno Unito sono i due paesi con la previdenza privata più sviluppata. Eppure, all’indomani dello scoppio della crisi finanziaria, si sono impegnati a rafforzare il settore, anche operando forzature di tipo paternalistico. Il tutto preceduto, però, da una prolungata riflessione sulle modalità di funzionamento del sistema e sui correttivi che possano renderlo davvero credibile agli occhi dei lavoratori. Anche in Italia si ipotizza la riproposizione del silenzio-assenso. Ma prima occorre pensare alle precondizioni necessarie al suo successo.

 

La recente proposta del presidente Obama di incentivare il risparmio anche attraverso l’iscrizione automatica ai fondi pensione dei milioni di lavoratori americani ancora sprovvisti di una copertura pensionistica complementare è stata efficacemente illustrata nell’articolo di Annamaria Lusardi comparso su lavoce.info nei giorni scorsi.
Ciò che vale qui particolarmente sottolineare è la esplicita conferma da parte della nuova amministrazione democratica della necessità di realizzare e potenziare una collaborazione tra pubblico e privato per gestire il risparmio previdenziale e generare reddito pensionistico nel contesto di un corretto quadro di regolazione. (1)

IL REGNO UNITO RIVEDE IL SISTEMA

Nel Regno Unito si va delineando un percorso di revisione delle modalità di funzionamento del sistema previdenziale privato per molti versi analogo a quello statunitense. Il processo, avviato già nel 2006, si è articolato in varie fasi scandite da lavori di analisi sempre più mirati e soltanto ora si sta arrivando alla definizione degli aspetti operativi. (2)
A partire dal 2012, i lavoratori inglesi non ancora iscritti a forme previdenziali, stimati tra i 9 e gli 11 milioni, con un reddito rientrante in una soglia predeterminata, saranno automaticamente iscritti al fondo pensione della loro azienda, il workplace pension scheme.(3) In mancanza di questo, a un personal account pension scheme. Verrà comunque riconosciuta ai lavoratori la facoltà di chiedere l’annullamento dell’iscrizione, entro trenta giorni dalla notifica (opting-out). Agli iscritti su base “automatica” sarà imposta, a regime, una contribuzione minima complessiva pari al 7 per cento del salario, di cui il 4 per cento a carico del lavoratore, il 3 per cento a carico del datore di lavoro, cui si aggiungerà un’agevolazione fiscale per un ammontare pari a circa l’1 per cento.
Le aziende che non offrono un workplace pension scheme, con i requisiti previsti dalla legge, avranno l’obbligo di aprire a beneficio dei loro dipendenti un personal account, le cui risorse saranno affidate in gestione alla Trustee Corporation, organismo senza scopo di lucro e indipendente dal governo. Titolari di personal account dovrebbero essere, nelle intenzioni del governo, soprattutto i lavoratori a basso reddito.
In questi mesi, un altro organismo appositamente istituito dal governo inglese, la Personal Accounts Delivery Authority (Pada), sta svolgendo importanti funzioni istruttorie – sia in collaborazione con il ipartimento del Lavoro e con il Pensions Regulator sia attraverso il coinvolgimento e la consultazione di numerosi attori del sistema – per disegnare e implementare l’infrastruttura del nuovo schema di “personal account”. (4)
È significativo che i due paesi, Stati Uniti e Inghilterra, dove la previdenza privata è maggiormente sviluppata abbiano avvertito contemporaneamente l’urgenza, all’indomani dello scoppio della crisi finanziaria, di rafforzare tale cruciale settore del welfare, anche operando forzature di tipo “paternalistico”.
automatic enrolment altro non è, che uno strumento per indurre comportamenti che altrimenti non si verificherebbero, stante la riluttanza di molti lavoratori a porsi oggi il problema di un futuro pensionistico che vedono lontano e incerto.
È però ancor più significativo che in entrambi i paesi tali iniziative siano state intraprese a conclusione di un prolungato e complesso percorso di riflessione sulle modalità di funzionamento del sistema della previdenza privata e sui correttivi da introdurre per renderlo davvero credibile agli occhi dei lavoratori. A tal fine sono state pensate, o sono in corso di individuazione, specifiche risposte in termini di policy. Tuttavia, ciò che più conta è che il tratto comune delle risposte individuate è il tentativo di creare le condizioni di fiducia senza le quali l’investimento nella previdenza complementare ha ben poco senso. Èesattamente questo il terreno nel quale viene in gioco la capacità di realizzare la collaborazione tra pubblico e privato, anche favorendo la nascita di iniziative di autoregolamentazione.

COME RIPROPORRE IL SILENZIO-ASSENSO

E in Italia? Il nostro meccanismo di iscrizione automatica, il silenzio-assenso, è già stato sperimentato, con il limitato successo di cui a più riprese si è parlato anche su queste colonne. Di recente, ne è stata ipotizzata la riproposizione, in una fase davvero difficile non solo per i fondi pensione ma per tutta l’industria finanziaria. È di tutta evidenza che un’eventuale nuova campagna di adesioni alla previdenza complementare utilizzando il silenzio-assenso dovrebbe essere preceduta da una attenta riflessione sulle precondizioni necessarie perché possa avere successo.
Andrebbero perciò adeguatamente affrontati i temi evocati dall’esperienza inglese, quali la necessità di incrementare il risparmio previdenziale di una popolazione sempre più “vecchia”, il perseguimento di bassi costi dei fondi pensione, l’introduzione di linee di default ben strutturate, nuovi incentivi fiscali per i lavoratori a basso reddito, la consulenza (anche indipendente), un ruolo attivo e responsabile dei datori di lavoro, l’utilizzo dei canali informatici per una rapida comunicazione con gli iscritti, la severità dei controlli sulle omissioni contributive e sulla employer compliance alla regolamentazione. A questi temi ne andrebbero aggiunti altri più “italiani” quali, ad esempio, la necessità di rinnovare la governance dei fondi negoziali o la sensibilizzazione dei lavoratori sulla effettiva copertura offerta dalla previdenza obbligatoria, attraverso la tanto attesa “busta arancione” e iniziative di educazione previdenziale nei posti di lavoro e nelle scuole.

(1) Lo stesso approccio, sia detto per inciso, caratterizza la riforma del sistema sanitario presentata di recente dallo stesso Obama e vivacemente contestata dall’opposizione conservatrice spintasi sino ad accusare il presidente di essere un sostenitore dell’eutanasia per aver richiamato l’attenzione sulla delicata questione di una concentrazione temporale abnorme della spesa (il 33 per cento delle risorse serve a finanziare gli interventi negli ultimi due anni di vita delle persone) che va a tutto vantaggio dei numerosi e compositi interessi del “complesso” sanitario-industriale.
(2) Nel 2006 sono stati pubblicati e sottoposti a una fase di pubblica consultazione due Libri bianchi “Security in retirement: towards a new pensions system” e “Personal account: a new way to save”. Molte delle proposte in essi contenute sono state inserire nella legge di riforma, il Pensions Act del 2008. Nel marzo del 2009 è stata sottoposta a pubblica consultazione una proposta di regolamentazione del meccanismo di adesione automatica; nell’aprile 2009, insieme al Personal Accounts Delivery Authority, il governo ha pubblicato la proposta di regolamentazione dello schema di personal account. Lo scorso mese, altri due documenti sono stati pubblicati, e sottoposti a pubblica consultazione, riguardanti la definizione dei criteri per l’istituzione della linea di default e ulteriori aspetti operativi del meccanismo di adesione automatica.
(3) La prima stima sulla soglia di reddito riguarda l’intervallo 2006/7 ed è definita come non inferiore a 5.035 e non superiore a 33.500 sterline.
(4) Pada è un organismo che si prevede transitorio. Secondo le stime governative, al termine del round di automatic enrolment , tra i 4 e i 7 milioni di lavoratori potrebbero essere titolari di personal account.

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10 commenti

  1. Alberto

    Sinceramente non si capisce come ancora di questi tempi di crisi e scandali finanziari si possa rilanciare l’idea della gestione privata (da parte delle banche) della previdenza integrativa. Non si capisce come la destinazione del tfr ,che ricordiamo ha un rendimento garantito minimo per legge, ai fondi pensioni possa nel lungo periodo incrementare il valore della rendita a fine vita lavorativa. Questo perché i fondi si espongono a rischi sostanzialmente di mercato, sono gestiti quesi in via esclusiva da imprese bancarie in rilevante conflitto di interesse, sono di per se strumenti opachi rispetto all’esigenza di chiarezza e trasparenza del sottoscrittore….ed ancora le modalità di riscatto degli importi dal fondo presenta elementi di penalizzazione ingiustificabili. Dopo queste poche ed umili considerazioni mi permetto di fare un domanda, anzi no….è meglio!

  2. brigate grosse

    Il testo lascia intendere neanche troppo velatamente come il sistema di previdenza integrativa privata sia attualmente poco credibile, per una serie di ragioni ben espresse dall’ottimo commento precedente. Credo che questa materia sia una prova lampante della malafede con cui gli economisti allineati sostengano tesi sostanzialmente anti-operaie al solo scopo di soddisfare interessi padronali legati alla finanza gestita, per puro interesse economico. Le soluzioni che si prospettano al sistema solo ora solo 2: o attendere una nuova stagione di vacche grasse per la borsa e riproporre la favola dei rendimenti altissimi (!?) dei fondi privati rispetto al vecchio tfr confidando nella poca memoria dei lavoratori più giovani, oppure renderne l’adesione finalmente obbligatoria (sogno inespresso di ogni relatore di questi disonesti articoli).

    • La redazione

      E’scorante ricevere commenti come questi.
      Dimostrano soltanto l’attitudine da blog di infimo ordine – più calcistico che demagogico – di chi li scrive e confermano ulteriormente la necessità di un forte impegno istituzionale nel campo della educazione previdenziale.
      Utile intanto informare le "Brigate grosse" (complimenti per la pungente ironia!), che, tanto per fare qualche esempio, il TFR con un’inflazione superiore al 6 per cento offre rendimenti reali negativi; che il sistema di previdenza obbligatoria rivaluta il montante sulla base della crescita media del PIL nominale degli ultimi 5 anni (non c’è da stare allegri, mi pare); che, anche a "bocce ferme" e senza ulteriori modifiche in pejus , milioni di lavoratori in futuro avranno una pensione di primo pilastro inadeguata.
      Bisogna individuare, con un approccio, mi rendo conto, spregevolmente "riformista", soluzioni ai problemi reali del settore della previdenza complementare per far funzionare meglio gli strumenti di cui disponiamo nell’esclusivo interesse degli iscritti.
      Le disinvolte accuse di disonestà si commentano da sole e squalificano chi le lancia, impunemente e alla cieca.
      Quanto all’obbligatorietà delle adesioni ai fondi pensione, chi scrive ha pubblicamente, e a più riprese, esplicitato la propria ferma contrarietà a tale proposta, semplicemente perché crede nella libertà di scelta.

  3. Paolo M.

    Purtroppo in Italia non siamo ancora pronti al concetto di pensione integrativa, tanto meno se questa dipende dal mercato, poiché veniamo da diversi decenni di pensione più che garantita dallo stato. Sistema ormai non più sostenibile come sappiamo. Per attuare questo cambio di mentalità che non può avvenire dall’oggi al domani. La gestione dei fondi è svolta oggi sostanzialmente da banche e da sindacati. Le prime (a torto per lo più) sono viste come organizzazioni oscure che pensano solo al loro profitto e cercano di fregare il povero risparmiatore in tutti i modi possibili. I secondi (qui a ragione) non hanno una grande professionalità per gestire patrimoni. Affidare i risparmi di una vita a queste categorie, per una popolazione che esce come già detto da un periodo totalmente diverso, non è esattamente esaltante per il lavoratore. La mia considerazione è che forse sarebbe il caso di istituire fondi pensioni gestiti da una società privata, riconducibile al pubblico in qualche modo o con solide garanzie pubblichè per quanto concerne un capitale minimo a scadenza. Una realtà simile è il fondo PensPlan della regione Trentino-Sudtirol.

    • La redazione

      D’accordo sulla assoluta necessità di rafforzare i presidi di professionalità negli organi di governo dei fondi pensione. Quanto alle banche, sono necessarie regole deontologiche stringenti per le forze di vendita e misure di autoregolamentazione su costi e consulenza agli iscritti.
      Come ha visto nel pezzo, gli inglesi pensano alla istituzione di una Trustee Corporation non governativa e senza scopo di lucro per gestire le risorse dei personal account.

  4. Angelo

    Bisognerebbe invece incentivare la gente a lavorare per tutta la vita (o almeno finchè possibile) ma facendo in modo che non si venga espulsi dal sistema lavorativo perchè troppo vecchi e solo perchè per via della anzianità di servizio più si è vecchi più si guadagna,invece dovrebbe essere cosi più si è avanti negli anni meno deve costare il lavoro in questo modo l’ età anagrafica non sarebbe uno svantaggio e perdendo il lavoro a 50 e passa anni gli imprenditori avrebbero dei vantaggi ad assumere tali persone.Ripeto il problema è l’ anzianità di servizio e tutte quelle parti di salario accessorio legata in modo diretto o indiretto all’età.

    • La redazione

      Una cosa è correlare l’età di pensione alle aspettative di vita ai fini della sostenibiltà del sistema previdenziale, altra cosa è auspicare una vita lavorativa spinta fino a coincidere con la vita tout court. Oltre a ridurre a un dato fisiologico il fenomeno della precarietà, dovrebbe essere lasciata maggiore discrezionalità nella scelta dell’età pensionabile, incentivando il risparmio previdenziale proprio a questi fini. Oltretutto, occorre sempre ricordare che l’aspettativa di vita è fortemente condizionata dalla remunerazione e dalla pesantezza dell’attività lavorativa che si svolge. Nei Paesi in cui queste statistiche si fanno seriamente (l’Italia non è tra questi) si riscontra che i blue collars vivono mediamente diversi anni in meno dei white collars. Uno dei maggiori problemi del nostro sistema pensionistico è che a questo aspetto non viene dato il rilievo che meriterebbe.

  5. bellavita

    Non vorrei aumentare lo scoramento dei redattori, ma il tentativo di privatizzare la gestione dei TFR in Italia, affidandoli a gestori privati, magari con qualche sindacalista nel cda, non è stato un successo. intanto perchè questi fondi si sono spesso lasciati applicare dalle banche commissioni di gestione molto superiori a quelle di un singolo privato (a pensar male non si sbaglia mai) poi perchè notizie sui risultati di queste meravigliose e liberiste gestioni ce ne sono state poche. Sarà perchè sono inferiori a quelle dell’INPS. Non me la prendo con le privatizzazioni all’italiana, perchè il liberismo senza controlli ha provocato una crisi epocale , tale da rivedere tutte le affermazioni di principio, e far smettere (spero) la propaganda diffusa. in conclusione di questa vicenda “arridateci il nostro INPS”.

    • La redazione

      Sulle commissioni applicate dai fondi pensione c’è la massima trasparenza, basta consultare la tabella relativa all’Indicatore sintetico dei costi nel sito dell’Autorità di vigilanza, Non risponde al vero che siano sempre elevate; variano moltissimo a seconda delle categorie di fondi e anche all’interno delle stesse categorie. Occorre aiutare i lavoratori a effettuare scelte razionali e funzionali al loro interesse. Quanto ai rendimenti, occorre guardare al lungo termine, perché tale è l’orizzonte dei fondi pensione. Personalmente, non ho nulla contro una previdenza pubblica efficiente e sostenibile. Tuttavia, mi spaventano le promesse pensionistiche non mantenute dallo Stato negli ultimi decenni e una certa cecità di molti lettori nei confronti di quello che esse significano: demagogia.

  6. Manzella Francesco

    Tutti oramai abbiamo inteso della necessità di sviluppare la previdenza complementare. Consigli pratici per un’effettiva evoluzione della stessa: sensibilizzazione delle piccole e medie imprese che sono veri e propri baluardi, intravedendo in queste forme una privazione dell’autofinanziamento a basso costo; nella formazione del dipendente vi devono essere corsi formativi per tale istituto fatti con cadenza annuale.

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