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SETTE TESI SUL PLURALISMO IN TELEVISIONE

Non mancano i segnali preoccupanti per quanto riguarda il sistema dell’informazione e le garanzie del pluralismo in Italia. Derivano da una struttura di mercato estremamente concentrata, da una governance del gruppo pubblico che non garantisce una adeguata indipendenza dal governo e dai partiti politici e da un modo di fare informazione estremamente prono alle influenze politiche. Per comprendere e affrontare il problema proponiamo qui sette tesi. Tra problematiche condivise da altri paesi e peculiarità tutte italiane.

 

Oggi osserviamo preoccupanti segnali per quanto riguarda il sistema dell’informazione e le garanzie del pluralismo. Motivi di preoccupazione che riguardano sia il mondo della televisione che della carta stampata. Ci concentreremo qui sul primo.

DUE CASI GRAVI

I segnali derivano da una struttura di mercato estremamente concentrata, da una governance del gruppo pubblico che non garantisce una adeguata indipendenza dal governo e dai partiti politici e da un modo di fare informazione estremamente prono alle influenze politiche. Il collasso del sistema informativo, che coinvolge tutti e tre questi piani, si è manifestato di recente con alcuni clamorosi esempi. Il silenzio imposto sui telegiornali principali delle reti pubbliche e su quelli del più importante gruppo televisivo privato in merito alle notizie sulle frequentazioni del presidente del Consiglio, così come lo spostamento di orario della trasmissione Ballarò sulla terza rete pubblica e del programma Matrix sulla principale rete privata per evitare concorrenza a una trasmissione sulla ricostruzione post terremoto, sono esempi di estrema gravità. Che tuttavia si sono potuti manifestare perché le prime sei reti raccolgono gran parte della audience e quasi tutta l’informazione dei notiziari, perché i due gruppi sono controllati direttamente o indirettamente dal governo e perché la direzione di questi telegiornali o delle reti non ha avuto remora a seguire condotte supine nei confronti del governo.

LE SETTE TESI

Per comprendere e affrontare il problema del pluralismo in Italia proponiamo quindi le seguenti sette tesi.

1. Il segmento dei canali generalisti finanziati con pubblicità tende alla concentrazione per le forze economiche sottostanti. I contenuti più richiesti hanno, proprio per questa ragione, un costo elevato; si genera quindi una spirale tra palinsesti di grande richiamo, audience elevata, forti ricavi pubblicitari che consentono di coprire gli alti costi dei programmi. Al termine del processo pochi canali leader sopravvivono. Il dato è comune a tutta l’Europa, dove i primi sei canali raccolgono tra il 70 e l’80 per cento della audience e i primi due gruppi televisivi tra il 55 e l’80 per cento dei telespettatori.
2. La peculiarità italiana risiede nella presenza di due forti operatori multicanale, Rai e Mediaset, e nel fatto che la proprietà del gruppo privato è del leader di una delle coalizioni. I gruppi multicanale riescono a segmentare in modo più efficace il pubblico coordinando i propri palinsesti e aumentando la quota complessiva raccolta di telespettatori e pubblicità. La proprietà di uno dei gruppi televisive dominanti, con il 40 per cento della audience e il 55 per cento degli investimenti pubblicitari oltre a una forte presenza nell’editoria quotidiana e periodica e in molti altri settori, conferisce un vantaggio nel processo politico, rafforzato ulteriormente quando la coalizione è al governo dal controllo dei canali pubblici.
3. Una ulteriore peculiarità italiana, nella prospettiva del pluralismo, deriva dalla bassa abitudine alla lettura, che fa dei telegiornali di gran lunga la principale fonte di informazione.I due principali telegiornali serali, TG1 e TG5, raccolgono in media 6,4 e 5,3 milioni di telespettatori, mentre gli spettatori dei telegiornali sulle sei reti sono circa 19 milioni. I primi cinque quotidiani (Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 ore, La Stampa, Il Messaggero) arrivano a circa due milioni di copie, corrispondenti a circa sei milioni di lettori. In Italia ogni mille abitanti si diffondono 112 quotidiani, contro 154 in Francia, 213 negli Stati Uniti, 291 in Germania, 308 in Gran Bretagna, 624 in Giappone. In una recente indagine del Censis sulle elezioni europee del 2009 emerge come il 69 per cento degli elettori ha fatto ricorso ai telegiornali per formarsi una opinione in vista del voto, il 30 per cento ai programmi televisivi di approfondimento, il 25 per cento di elettori si è affidato prioritariamente ai giornali, il 5 per cento alla radio e solo un coraggioso drappello del 2 per cento ha utilizzato Internet. 
4. Lo sviluppo dei canali digitali e del gruppo Sky non modifica nel medio periodo la situazione. La pay-tv ottiene i propri ricavi dalle sottoscrizioni, non dalle audience elevate e dagli introiti pubblicitari che ne derivano. Sky vanta un fatturato pari a Rai e Mediaset, di cui le sottoscrizioni portano il 90 per cento, e una audience inferiore al 10 per cento. Anche i vari canali tematici non erodono la audience sui canali principali se non in un processo molto lento, che negli Stati Uniti ha richiesto decenni.5. Se per ragioni economiche non è possibile aumentare il numero di grandi canali generalisti di successo, è tuttavia possibile limitare il numero di licenze per ogni operatore, ottenendo una offerta più articolata. In Francia, Inghilterra e Spagna esistono vincoli severi al numero di licenze nazionali in chiaro di un singolo operatore. I limiti, ad esempio una o due licenze nazionali, richiederebbero che il gruppo privato Mediaset cedesse una o due licenze per le trasmissioni in chiaro.
6. La nozione di servizio pubblico televisivo rimane rilevante ma non richiede una articolazione multicanale quale quella della Rai, che dovrebbe cedere due reti e finanziarsi solo con il canone.L’offerta di contenuti e il problema di accesso sono facilitati dall’ampio numero di canali disponibili sul mercato oggi e ancor più in futuro. La Rai dovrebbe mantenere una sola rete dedicata al servizio pubblico e finanziata con il canone, cedendo le altre licenze e privatizzando le altre attività. Il processo faciliterebbe il sorgere di nuovi gruppi privati sia per le maggiori risorse pubblicitarie disponibili che per la presenza di personale specializzato, magazzini di programmi, strutture di produzione eccetera  immesse sul mercato con la privatizzazione delle altre reti.
7. La televisione pubblica deve essere retta da un sistema di governance che garantisca l’indipendenza dall’esecutivo e dai partiti politici. L’esempio più interessante è la Bbc inglese, retta da un consiglio di governatori eletto per cinque anni con una procedura di competizione pubblica. Ètuttavia la cultura politica del sistema inglese e quella aziendale della Bbc che garantisce, insieme alle regole di governance, una reale indipendenza dal governo. Oggi questa cultura dell’indipendenza è assente nel sistema politico italiano e in molte componenti della televisione pubblica.

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12 commenti

  1. renato

    Vorrei aggiunger un ulteriore segnale di preoccupazione: l’arroganza con cui Sky (e sembra anche Mediaset per il digitale a pagamento) tratta i propri "sudditi". Abbonarsi a Sky non significa diventare clienti ma sudditti obbliagati a subire l’inefficienza del call center e la latitanza della struttura Sky.

  2. Augusto Preta

    Michele, come al solito analisi lucida e condivisibile, anche se il mio punto di vista dissente leggermente sul peso di Sky e sullo sviluppo del multicanale, ma certamente limitata al versante del pluralismo l’analisi non è contestabile. Il problema riguarda come sempre le soluzioni e le tue conclusioni, sul punto 7, mi pare lascino pochi margini di speranza. Il retaggio culturale che condiziona i comportamenti delle classi dirigenti anche in questo caso pesa molto di più di quello economico o di una migliore regolamentazione e richiede trasformazioni sociali radicali, ancora allo stato nascente (internet, nuove generazioni). Temo che queste abbiano però tempi più lunghi di quelli, temuti o auspicati, che molti immaginano.

  3. marco

    Tesi tutte condivisibili, salvo un leggero strabismo. In realtà mi sembra che sui canali Rai tutte le trasmissioni di approfondimento giornalistico in prima serata siano orientate a sinistra, alcune in modo educato o divertente, altre, vedi Santoro, in modo sguaiato e irritante. Porta a Porta è l’unica trasmissione orientata a destra, ma è di norma in seconda serata ed è gestita da Vespa in modo equilibrato. Penso che questa iperpresenza di sinistra venga percepita come una occupazione sovietica della Rai e non piaccia a molti elettori di centro o di sinistra moderata. Sbaglio?

  4. Luca

    Il commento di Marco è in sintonia con l’opinione di molte persone che incontro. Molto spesso programmi di approfondimeto di inchiesta, quelli che scavano in ciò che non va, vengono percepiti come di sinistra. Malgrado non abbiano fatto sconti ai vari governi di sinistra, alle amministrazioni locali di sinistra, pur tuttavia vengono additati come "di sinistra". Report della Gabanelli: denunciare che i comuni (di tutti i colori) hanno investito in "derivati" ad alto rischio è di sinistra? Le inchieste di Iacona, ad esempio sul fatto che il rapporto Barberi sugli edifici a rischio in caso di terremoto sono rimasti inascoltati da sindaci e presidenti di regione (di tutti i colori), sono di sinistra? "Che tempo che fa" che invita Saviano a parlare di come la stampa locale tratti la Camorra e come questo crei assuefazione alla camorra, è di sinistra? La BBC (vivo in UK) una bellissima TV ed è proprio così: tante inchieste, meno culi e meno servitori.

  5. Gabriele Andreella

    gli italiani che ancora oggi, dopo più di quindici anni di martellamento mediatico, credono ai sofismi ridicoli della propaganda e vi si allineano, sono responsabili del “fenomeno” Berlusconi. Spiegare a questa gente la complessità della situazione (e l’idiozia dell’interpretazione di regime sui “programmi allineati a sinistra”) attraverso gli stessi media che si vorrebbe risanare è una pia illusione. Serve un’aristocrazia che estrometta queste persone impreparate ed ignoranti, ed i loro argomenti, prima dal dibattito pubblico e subito dopo dalle decisioni collettive.

  6. marco

    Un commento spiega perfettamente la visione democratica di una parte radical-chic della sinistra. Se volesse anche indicarci come selezionare la classe di Illuminati che dovrebbe guidarci tutti….

  7. Vincenzo Ledda

    Il giorno della morte di Teresa Sarti, ho appreso la notizia da internet. Ho guardato con attenzione sia il TG5 delle 13 che il TG1 delle 13,30 per saperne di più. Nessuna notizia! Le notizie che spariscono sono peggiori di quelle parziali. Chi riceve una notizia parziale, magari presta attenzione ad un’altra campana; chi non riceve affatto una notizia non la sa e basta.

  8. Raffaello Morelli

    Le 7 tesi sono un approccio ragionevole ma non attivano riforme politiche. Oggi, non sono realistiche maggioranze che riformino Mediaset. La sola riformabile è la RAI. Occorre decidere  se si vuole dalla RAI un servizio pubblico, oppure se si vuole un ruolo commerciale autonomo. Nel primo caso la Rai deve svolgere un’informazione obiettiva (mai propagandistica) su cui far crescere il senso critico (per cui la ripartizione in aree partitiche non è rivitalizzabile). Nel secondo caso deve esercitare la sua funzione nei confronti del mercato dei gusti degli utenti, rinunciare al canone e mutare azionariato privatizzando. E’ possibile anche un mix operativo, ma le due essenziali logiche di funzionamento sono queste. E non diciamo che parlare solo della RAI sarebbe solo un favore a Mediaset. Rendere più efficace e produttiva la RAI, avrebbe una forte influenza anche su Mediaset, tagliandone le rendite di posizione (tipo il plus di pubblicità prodotto dal canone RAI). Per arrivare a ciò occorre indurre PDL e PD a fare politica riformatrice, e non recite, con una pressione crescente dell’opinione pubblica guarita dai fantasmi del mito comunista e dell’antiberlusconismo isterico.

  9. Marco

    "In realtà mi sembra che sui canali Rai tutte le trasmissioni di approfondimento giornalistico in prima serata siano orientate a sinistra. Porta a Porta è l’unica trasmissione orientata a destra, ma è di norma in seconda serata ed è gestita da Vespa in modo equilibrato." Qui c’è tutto il problema dell’informazione italiana e del pubblico, oramai schierato sotto le bandiere dei "nostri" contro "gli altri". Dietro questo manicheismo artificiale si celano le peggiori nefandezze di ogni parte politica, ben coperti dal coro di sostenitori/votanti/paganti che umiliano la loro intelligenza pensando con la testa di altri. Berlusconi corrompe testimoni? La Gandus è di sinistra, è chiaro. Bassolino gestisce la Campania come un feudo? La stampa di destra vuole delegittimarlo, ovvio. Mentre noi stiamo qui ad ascoltare fesserie come "la RAI è schierata a sinistra" la peggiore classe dirigente di questo secolo sta facendo a pezzi un’intera nazione, riempiendosi le tasche e lasciando ai vostri figli scorie tossiche sotto le scuole. Auguri Italia

  10. Pierluigi Nicolini

    In generale concordo con il contenuto delle tesi. Nel particolare devo però dissentire dal contenuto della sesta tesi proprio in virtù di quanto scritto nella settima e cioe’ che in Italia è assente una cultura pluralista, con la conseguenza che un solo canale pubblico sarebbe di volta in volta ostaggio di questa o quella maggioranza.

  11. kairos

    Perché non privatizzare l’azienda? Un governo che si dichiara liberale dovrebbe provarci, comunque finirebbero le inutili polemiche e s’instaurerebbe un corretto pluralismo anche nella raccolta pubblicitaria. Probabilmente non conviene perchè così l’azienda di Berlusconi continua a non avere concorrenti e i boiari della politica possono decidere nel servizio pubblico di piazzare il taglio delle loro notizie e delle loro interpretazioni. Basta con questo servizio pubblico, si stanno obnubilando le coscienze con varietà, intrattenimento e fiction, non si fa approfondimento né cultura e nemmeno informazione: ognuno si scelga la tv che vuol vedere dopo un’effettiva liberalizzazione del mercato.

  12. stardust

    E’ sbagliato, secondo me, rapportare i lettori dei giornali in U.S.A. e in Giappone con i nostri, in quanto paesi con molti più abitanti. E’ giusto farlo con nazioni europee.

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