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LE CICATRICI DELLA CRISI

Le grandi crisi finanziarie del passato hanno lasciato importanti eredità sulla struttura economica e politica dei paesi interessati. L’analisi statistica mostra che le recessioni hanno un impatto significativo sulle opinioni degli individui, specialmente se questi hanno tra i 18 e 25 anni. Per esempio, chi ha vissuto durante un periodo di crisi economica tende a credere che il caso conti più dell’impegno personale per il successo nella vita. E si aspetta perciò una maggiore redistribuzione da parte dello Stato. Gli americani diverranno dunque più “europei”?

Mentre le maggiori economie del mondo iniziano la ripresa da quella che è stata la recessione più grave dopo la grande depressione, il dibattito pubblico si è spostato dal come fronteggiare l’immediata emergenza al considerare i possibili effetti della crisi nel lungo periodo.

EFFETTI DELLA CRISI

Le grandi crisi finanziarie del passato hanno lasciato importanti eredità economiche, hanno cambiato la maniera in cui gli economisti pensano all’economia, e, soprattutto, hanno modificato le attitudini della gente nei confronti dell’economia stessa.
Prendiamo la grande depressione, che, iniziata nel 1929 negli Stati Uniti, ha toccato tutti i paesi del mondo. Gli effetti della grande depressione sulla struttura economica si sono sentiti per decenni nonostante profondi cambiamenti politici. Ad esempio, in Italia, l’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale, nato nel 1933 è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e ha cessato di esistere solo nel 2002. Nel campo della teoria economica ci sono stati cambiamenti altrettanto importanti con la pubblicazione nel 1936 della “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta,” che ha formato le generazioni successive di economisti ed è ora tornato di attualità.
Olivier Blanchard, direttore del servizio studi del Fondo monetario internazionale, ha recentemente affermato che “la crisi lascerà cicatrici profonde per ancora parecchi anni”. In aggiunta alle profonde cicatrici, la crisi lascerà una serie di domande che gli economisti discuteranno per anni. Il premio Nobel Paul Krugman, tra i primi a cominciare il dibattito, ha provocatoriamente chiesto quale sia stato il contributo della macroeconomia negli ultimi decenni che possa aiutarci a capire la crisi contemporanea.
Oltre a conseguenze sulla struttura economica e sulla politica, le crisi finanziarie possono avere un effetto profondo sulla psicologia della popolazione. Negli Stati Uniti, i libri di John Steinbeck sono forse il simbolo emblematico della psicologia degli americani durante la depressione degli anni Trenta.

RECESSIONI E OPINIONI

Quali sono gli effetti psicologici e politici della crisi attuale? In attesa del nuovo Steinbeck, alcune ricerche possono aiutarci a immaginarne gli effetti. Diversi saggi in psicologia sociale suggeriscono che le opinioni politiche e sociali, che ci accompagneranno poi per tutta la vita, si formano durante un periodo critico della nostra adolescenza, i cosiddetti “anni formativi”, che coprono all’incirca dai 18 ai 25 anni di ciascuno individuo.
La nostra ricerca studia l’effetto delle recessioni sulle opinioni e il sistema di credenze degli individui. (1) Si basa sulla General Social Survey, un sondaggio condotto negli Stati Uniti dal 1972 sino ad oggi con frequenza quasi annuale. Il sondaggio contiene non solo informazioni sulle caratteristiche demografiche dei partecipanti (ad esempio età, professione, luogo di residenza, luogo dove l’individuo è cresciuto) ma anche risposte a domande sul sistema di credenze dell’individuo. Sapere dove ogni individuo è cresciuto durante “l’età critica” ci permette di associare a ciascuno la situazione di macroeconomia nella sua regione.
Ci sono alcuni fattori importanti da tenere presenti in questo esercizio. Innanzitutto, molti altri fattori individuali (ad esempio la storia della famiglia di origine, il livello di istruzione piuttosto che il reddito) o sociali (ad esempio guerre, cambiamenti culturali) possono influenzare le opinioni degli individui. Per tornare all’esempio della grande depressione, gli individui cresciuti in quel periodo  hanno anche vissuto l’esperienza traumatizzante della seconda guerra mondiale. Come distinguere l’effetto della grande depressione da quello della seconda guerra mondiale? Nel nostro lavoro utilizziamo le fluttuazioni macroeconomiche regionali, che sono per l’appunto specifiche a una particolare zona geografica e non coincidono esattamente con le fluttuazioni della nazione nel suo complesso. In altre parole, teniamo conto della possibilità che, per esempio, la California possa essere in recessione mentre il Pil del resto degli Stati Uniti sta nel complesso crescendo.
L’analisi statistica mostra che effettivamente le recessioni hanno un impatto significativo sulle opinioni degli individui, specialmente se hanno tra i 18 e 25 anni. Le persone che hanno vissuto durante una recessione tendono a credere che il caso conti più dell’impegno personale nello spiegare il successo nella vita. Per tale motivo, gli stessi individui si aspettano una maggiore ridistribuzione da parte dello stato. Questi effetti sono economicamente importanti: una recessione durante l’età critica ha lo stesso effetto di uno o due anni in più di istruzione: le persone più istruite, infatti, preferiscono politiche ridistributive.
Riassumendo, sono tre i fattori da tenere in considerazione. Primo, gli effetti sulle opinioni di una recessione grave sono molto importanti quando gli individui hanno tra i 18 e 25 anni, poi sono progressivamente meno rilevanti. Secondo, gli effetti di una recessione durante l’età critica persistono nell’età adulta, anche dopo molti anni. Terzo, i nostri risultati sottostimano l’effetto delle recessioni perché valutano solo quelle regionali, senza tenere in considerazione recessioni nazionali.

VERSO UN NUOVO NEW DEAL?

Ma perché studiare le opinioni è importante? Le esperienze di oggi formano le opinioni di domani, che, alla fine, determinano le politiche nel futuro. Thomas Pikkety ha argomentato che le persone che pensano che il caso sia ciò che conta nella vita preferiscono una tassazione maggiore. (2) In modo simile, Alberto Alesina e George-Marios Angeletos e Roland Benabou e Jean Tirole  postulano che differenze di opinioni su quanto il mondo sia “giusto” possono anche spiegare differenze nei sistemi politici. (3) Gli autori dimostrano che paesi che credono che il mondo sia giusto preferiscono il laissez faire a un sistema di protezione sociale più esteso: si pensi alle differenze tra il sistema “americano” e quello “europeo”.
È ancora presto per dirlo, ma è possibile che la profonda crisi finanziaria che è cominciata negli Stati Uniti faccia cambiare il sistema di opinioni della popolazione e renda gli americani più europei? Dopo tutto, cambi politici profondi negli Stati Uniti sono spesso avvenuti dopo grandi crisi economiche: ad esempio, il “New Deal” è seguito alla grande depressione.

(1) Giuliano, Paola, Antonio Spilimbergo, 2009, “Growing Up in a Recession: Beliefs and the Macroeconomy,” IZA Discussion Paper No. 4365. CEPR Discussion Paper No 7399.
(2) Piketty, Thomas, 1995, “Social Mobility and Redistributive Policies”, Quarterly Journal of Economics, Vol. 110, No. 3, pp. 551–84.
(3) Vedi, rispettivamente, Alesina, Alberto, George-Marios Angeletos, 2005, “Fairness and Redistribution: US vs. Europe”, American Economic Review, Vol. 95 (September), pp. 913–35. E Benabou, Roland, Jean Tirole, 2006, “Belief in a Just World and Redistributive Politics”, Quarterly Journal of Economics, Vol. 121 (May), No. 2, pp. 699–746.

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  1. Vito Tanzi

    Il New Deal fu introdotto dal presidente Roosevelt principalmente nel 1935, nel mezzo della Grande Depressione, e non dopo. La Depressione fini’ con la Guerra Mondiale. Nel 1939 il livello del PIL americano era ancora inferiore al livello del 1929. La disoccupazione era ancora il 17.2 per cento. La crisi attuale e’ ancora un nano rispetto al gigante che fu la Grande Depressione. E’ probabile che gli Stati Uniti si avvicineranno all’Europa. Ma sara’ a causa delle enormi spese che il governo americano si e’ addossato spinto da economisti che lo hanno convinto che la crisi attuale e’ nello stesso ordine di magnitudine della Grande Depressione. Sarebbe ironico se, come conseguenza della crisi, gli individui che lavoravano a Wall Street o alla City, guadagnando milioni, escono dalla crisi con l’idea che il governo ha la responsabilita di aiutarli finanziariamente. Infatti, a pensarci, e’ proprio quello che sta succedendo.

  2. BOLLI PASQUALE

    I danni creati dal sistema finanziario con speculazione fantasiosa e non governata da organi di vigilanza è, purtroppo,di notevole entità.Quanti anni ci vorranno perchè l’inconscio della società possa rimuovere le conseguenze dei notevoli danni patiti? Penso non pochi,ma tanti. A causa di spregiudicatezza ed ingordigia negli affari,il sistema creditizio italiano non gode di tantissima fiducia da parte e dei risparmiatori e degli inprenditori; i risparmiatori che sono anche investitori hanno subito danni notevoli nelle remunerazioni delle loro disponibilità e per spericolate ed irresponsabili operazioni di borsa;gli imprenditori ,a loro volta,sono stati vittime per scarsa trasparenza e costi nelle concessioni. Conseguenze? Il denaro è finito nel classico materasso, scarsa liquidi,impieghi diminuiti, strutture industriali abbandonate, consumi ridotti e lavoratori disoccupati protestanti sui tetti. Altro protagonista negativo nella crisi è la Politica che dovrà riformarsi nella quantità,qualità e moralità dei suoi protagonisti.

  3. Tommaso G.

    Il vostro paper dell’IZA sembra interessante, lo leggerò e divulgherò tra i miei colleghi. Ancora prima di leggerlo, però, ho una domanda preventiva: pensate che le conclusionin tratte in ambito nordamericano siano valide anche in Europa? In tutti i paesi dell’Europa? Avete pensato a realizzare una indagine analoga per l’Europa? Ci sono fonti che lo permettono? Magari Eurobarometro? Grazie del vostro lavoro

  4. Stefano Dovico

    Complimenti sinceri agli autori dell’articolo (e di tutti gli altri) per il loro impegno nella condivisione della conoscenza, che dal mio punto di vista è un puro atto di carità, visto che mi dichiaro poco istruito. Sono anche moto incuriosito dalla posizione di Vito Tanzi che è intervenuto qui sopra, che apprezzo per lucidità e misura della realtà, una caratteristica quest’ultima che dovrebbe essere una importante attitudine per voi, studiosi economico – statistici, che purtroppo quasi sempre vi adagiate nell’analisi accademica della realtà. Il mio parere comunque è che si! gli americanno stanno rapidamente diventando europei, ma per il semplice motivo che la nostra è un’economia più pervertita della loro (e più avanzata o vecchia) loro ci stanno seguendo. Stefano Dovico

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