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  1. Aram Megighian Rispondi

    Sono daccordo con la proposta di Panunzi, tra l'altro coerente con quanto normalmente fatto nelle Università estere, in primis anglosassoni, cui spesso guardiamo. Giuseppe Esposito si pone il problema se il Dipartimento debba "pagare" la cattiva scelta di uno dei suoi membri. LA risposta è si, caro Esposito. E' esattamente quello che succede ad esempio in USA. Nell'Università di San Diego dove sono stato per un periodo, ricordo che la scelta della persona (dopo i rituali colloqui) era fatta anche da tutto il Dipartimento. Vale la pena avere un Nobel se poi non partecipa alle lezioni ? O un ottimo didatta se poi non porta fondi di ricerca ? Va da sè che il Dipartimento dovrebbe essere una squadra unita e non un'accozzaglia come è ora da noi. La squadra chiede nuovi giocatori assieme all'allenatore. E li chiede se gioca bene. Se gioca male, i giocatori vanno venduti, la squadra deve accontentarsi dei giocatori che ha e potrebbe precipitare in serie B. Semplice, come semplice sarebbe il pieno utilizzo delle risorse del Dipartimento stesso.

  2. Polimi Rispondi

    Anche a leggere i commenti mi sembra si faccia un po' di confusione. Concordo pienamente con la proposta di abolire i concorsi, ormai palesemente un sistema fallito. Mi sembra si faccia una pericolosa generilizzazione dicendo che siccome il sistema di reclutamento non funziona, tutti i docenti e i ricercatori che vincono un concorso siano degli incompetenti, cosa palesemente non vera. Bisogna una volta per tutte avere il coraggio di dire che malgrado tutto ci sono Atenei e Dipartimenti che funzionano, anche bene. Non capisco il discorso dei fondi. Da una parte abbiamo i fondi di funzionamento dell'Università, che arrivano dallo Stato, che dovrebbero principalmente premiare la didattica. Su questo punto, penso che si debba avere anche il coraggio di parlare di liberalizzazione delle rette di iscrizione, lasciando gli Atenei liberi di competere per gli studenti migliori. Dall'altra la ricerca si premia un buona parte già da sola: un buon team si finanzia con i bandi pubblici nazionali e internazionali su singoli progetti di ricerca. Basta favorire al massimo la competizione tra i gruppi di ricerca e questo da solo dovrebbe spingere per il reclutamento dei migliori.

  3. Ermanno Nuonno Rispondi

    Purtroppo i concorsi sono un fenomeno italiano che attira sorrisi e scorno dalle universita' estere che, come ben sappiamo, sono piazzate in una classifica grazie ai punti conquistati in tutti i campi durante il precedente anno accademico e finanziario (basta dare un'occhiata alla "Guide to Universities UK", pubblicato annualmente dal The Times Education per capire subito come funzionano i fianziamenti). E' chiaro che Oxbridge ha un vantaggio su tutte le altre -basta notare le loro posizioni in campo mondiale - perciò si permettono di assumere chi vogliono, ma sempre dopo un rigorosissimo controllo intellettuale, visto che la loro reputazione ed esistenza dipende dal calibro del personale. Questo è impossibile col sistema dei concorsi dove i risultati possono (ed in Italia sono) pilotati per motivi personali o economici. Quando si avrà il coraggio di cambiare strada allora anche l'Italia avrà un lumicino di speranza per il futuro. Ermanno Nuonno, Londra.

  4. Daniele Folegnani Rispondi

    Quello che sfugge alla discussione è il concetto di professione docente: questa dovrebbe essere vista come una qualsiasi professione intellettuale regolata da logiche di mercato. Liberare le Università dalla trappola dei concorsi per assumersi la responsabilità della chiamata diretta ha senso solo se l'impatto economico di tali scelte diventa pesante. Ovvero se ogni Università sia obbligata a pubblicizzare i propri risultati ( scientifici, didattici, etc etc ) e forzata ad attrarre iscrizioni con conseguente ingresso di tasse universitarie e fondi pubblici. Solo così sedi palesemente clientelari nel medio periodo perderanno appeal e quindi solsi per andare avanti e pagare stipendi. Chiaramente l'utente dovrebbe essere in grado di valutare in maniera oggettiva la bontà dell'universita presso la quale si iscrive. Questo si può solo fare se si definiscono criteri nazionali di misurazione obiettivi. Questo meccanismo si può reggere benissimo con un sistema a prevalenza pubblica ( modello UK ) o sistema misto pubblico privato ( modello USA ).

  5. decio Rispondi

    Come l'allenatore della Nazionale: prendo chi voglio, chi credo migliore in quel ruolo e se sbaglio vengo cacciato. Se, invece, la Nazionale perde (sfortuna o errori arbitrali evidenti) vengo riconfermato Condivido tutto, cosi sarebbe tutto più veloce e più pratico e più responsabilizzante. E' efficace il paragone con l'allenatore della Nazionale?

  6. Maurizio Grassini Rispondi

    La proposta di Fausto Pannunzi merita una particolare attenzione. Proporre di "Lasciare le università libere di promuovere chi vogliono", senza capire che e' cio' che hanno fatto dopo la riforma dei concorsi secondo la dottrina Berlinguer, rivela una superficiale conoscenza del modello di governo delle nostre universita' pubbliche. Tuttavia, la proposta contiene uno spunto di riflessione molto importante. Se come dice Pannunzi, bisogna lasciare libere le università di assumere "assumendosi l’onere delle proprie decisioni", allora questo onere deve essere associato alla possibilita' di restituire al mercato del lavoro i reclutati inadatti se non dannosi per la realizzazione delle strategie che le universita' intendono perseguire. Proprio per i reclutamenti dissennati e senza senso avvenuti negli ultimi 10 anni, la 'punizione' suggerita da Fausto Pannunzi di 'minori fondi pubblici' per comportamenti poco virtuosi e' stata gia' imposta dal Ministro Giulio Tremonti.

  7. Renzino l'Europeo Rispondi

    Non so l'ingegneria, ma sicuramente l'etica professionale non ha funzionato quasi per niente. E qui ci sono stati moltissimi esperimenti. Il concorso e' il metodo attraverso il quale si vogliono considerare, alla pari in linea di principio, persone note e persone non note. Persone che si possono informare "per vie brevi" e persone che non avrebbero potuto conoscere della posizione di lavoro se non attraverso bandi ben pubblicizzati. E, soprattutto, dare la possibilità agli outsiders, ai "figli di nessuno", di costruire un profilo professionale facendo leva su categorie "generali" di merito, su criteri "astratti" (che devono essere ben noti e accettati nella comunità scientifica, peraltro), e non sull'essere "insiders", e nel giro di amici/conoscenti.

  8. riru71 Rispondi

    Appare chiaro che ogni scelta di ingegneria concorsuale presta il fianco a critiche e dubbi sulla sua reale efficacia nel promuovere le persone più competenti ai posti in concorso. Inoltre, non si tiene conto di un'altra questione rilevante: oltre alla capacità scientifica, per fare una ricerca e una didattica di qualità è necessario lavorare in equipe affiatate. Grandi ricercatori incapaci di lavorare in equipe rischiano di produrre effetti meno positivi per la facoltà di ricercatori meno qualificati, ma capaci di mettere a sistema le proprie competenze. Inoltre il meccanismo concorsuale produce una distorsione per cui nessuno è realmente responsabile di avere selezionato questo o quel candidato. Ben venga dunque un procedimento che restituisca alle università la responsabilità delle scelte, affiancato da un forte valutazione sui risultati sia dal punto di vista della produzione scientifica, sia dei risultati didattici. Certo, qualche università potrà cadere nel particolarismo, ma pagherebbe questa scelta in termini di qualità dei processi e dei risultati e (si spera) in quantità delle risorse attribuite dal pubblico come dai privati.

  9. Fabio Franciolini, Universita' di Perugia Rispondi

    Panunzi tocca un argomento importante e lo tratta con molto equilibrio. In particolare, quando ricorda che il tetto alle pubblicazioni e la definizione dei profili nascono da sane ragioni, ma che spesso, purtroppo, sono stati utilizzati come strumenti per pilotare concorsi. Per eliminare queste storture il Ministro ha recentemente varato un decreto che rimuove il tetto alle pubblicazioni e le prove scritte all’esame: una misura dall’obiettivo dichiarato di far vincere il migliore! Ma chi e’ il migliore? Chi ha piu’ pubblicazioni con elevato impatto? In senso astratto, molto probabilmente. Ma quando ci caliamo nella concreta realta’ di un dipartimento dove il vincitore dovra’ integrare le sue competenze, i suoi progetti scientifici – vorrei aggiungere, il suo modo di essere - con quelli di altri gruppi di ricerca, allora si capisce che una efficace integrazione ci sara’ solo se il profilo del vincitore si armonizza bene al contesto. Per questa ragione il reclutamento dei ricercatori dovrebbe essere gestito dai dipartimenti. Specialmente una volta che questi saranno chiamati a rispondere della scelta fatta mediante riscontri valutativi e corrispondente assegnazione di risorse.

  10. pietro manzini Rispondi

    Credo che il Prof. Verdi, commissario per caso, penserà che sia inutile inimicarsi il collega che ha bandito il concorso scegliendo un candidato bravo ma sgradito a quest'ultimo. In effetti tutti tengono famiglia e in futuro il collega scornato potrebbe capitare in un concorso che interessa al Prof Verdi, con desideri di vendetta. Dunque, a parte i soliti casi eccezionali, credo che gli esiti dei concorsi saranno dello stesso tipo di quelli derivanti dalla vecchia legge. Unica vera cura è, come afferma Panunzi, attribuire la responsabilità all'università che sceglie. Ma perché limitarsi alla distribuzione di piccole percentuali di fondi pubblici? Perchè non deviare anche le più cospiscue risorse private (tasse universitarie) verso chi scieglie i migliori candidati? Si potrebbe fare eliminando l'assurdo valore legale dei titoli che, nei concorsi pubblici, equipara tutte le università, sia che siano virtuose nel scegliere i propri docenti sia che arruolino solo amici degli amici. Ma di fronte al grande tabù del valore legale della laurea nessuno, semmeno il miglior primo ministro degli ultimi 150 anni o uno dei ministri del suo governo, ce la può fare.

  11. insorgere Rispondi

    Come è stato ampiamente mostrato su vari organi di stampa grazie all'Associazione Precari della Ricerca Italiani (APRI) il ricorso da parte delle università a limiti massimi di pubblicazioni presentabili ai concorsi rappresenta esclusivamente uno strumento atto a tutelare il "predestinato" interno. In molti casi tali limiti sono addirittura la metà di quelli previsti dal CUN come limiti minimi (minimi e non massimi). Se poi fosse davvero necessario ricorre a limiti per garanitre una valutazioe più attenta della produzione, allora sarebbe opportuno che i limiti fossero fissati per SSD e fossero gli stessi ovunque. Un plauso invece per l'ultima parte dell'articolo. Il sistema dei concorsi va superato con un meccanismo basato sulle chiamate dirette, ma responsabili. Si tratta di inserire incentivi/disincentivi economici per i singoli dipartimenti, e garantire una valutazione terza che premi o punisca in relazione alla qualità dei neoassunti. Tale meccanismo si dovrebbe peraltro applicare a tutti i chiamati (a tempo determinato o indeterminato).

  12. Giuseppe Esposito Rispondi

    Immaginiamo per un attimo che si concretizzi lo scenario ipotizzato da Panunzi. E mettiamoci nel caso peggiore, cioè con Università che continuano a reclutare parenti e galoppini. Ebbene, cos’accadrà quando, qualche anno dopo, la valutazione indipendente sancirà l’inadeguatezza delle scelte? Taglio dei fondi. Ma per poter allontanare gli improduttivi è giusto chiudere un intero Dipartimento, con tutto il buono che c’è dentro? Perché la valutazione indipendente riguarda le Università o al più i Dipartimenti (se dovesse esser fatta sui singoli, spiegatemi perché prima dell’assunzione è impossibile e dopo invece no). Una soluzione c’è: costituire graduatorie nazionali (non liste, graduatorie) per ogni SSD, dalle quali le Università dovrebbero attingere, penalizzando finanziariamente – stavolta sì – quelle che, per qualsiasi motivo, decidessero di “saltare” qualche posizione. Così si resta liberi di scegliere un profilo (o addirittura un individuo), ma chi volesse prendere questa decisione dovrebbe prima farla accettare dai suoi pari grado interni.

  13. Francesco Garofalo Rispondi

    Concordo in pieno con la proposta di abolire i concorsi. Sono da tempo però scettico con l'altra idea cara agli economisti: valutata la ricerca e ripartite le risorse in modo conseguente, la didattica seguirà. In attesa di affrontare seriamente la valutazione della didattica durante - ma anche dopo - gli studi, ho lavorato per la conferenza dei presidi di architettura a un modello di valutazione delle pubblicazioni e dell'attività progettuale che segue il primo esercizio di classificazione delle riviste. Abbiamo studiato bene i criteri già adottati da atenei seri come Bologna. Ne è venuto fuori uno strumento utile per una verifica de candidati che non è benevolmente dittatoriale. E comunque occhio agli anglicismi: le pubblicazioni direi che sono da "sottoporre al giudizio" piuttosto che da "sottomettere" alla commissione.

  14. Vincenzo Antonuccio-Delogu Rispondi

    Non c'e' dubbio che l'equazione "prendi i migliori = avrai piu' soldi" spinga i Dipartimenti a comportamenti mediamente virtuosi, ma accadrebbe lo stesso anche nel Belpaese? Personalmente, credo che esercizi come quello del RAE abbiano senso in Paesi i cui Parlamenti non sono dominati dal "partito trasversale" dei docenti universitari. La vera anomalia italiana, e' solo questa.