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  1. Giuseppe Rispondi

    Ma scriviamolo chiaramente: le società pubbliche, ma anche fondazioni ed agenzie se da un lato danno la possibilità di modificare l'apparato pubblico, dall'altro rappresentano il trionfo del male italico, che all'estero definiscona mafioso, della raccomandazione. Sono un esempio di lottizzazione del cda e dei dirigenti. Il guaio nasche dal fatto che gestendo soldi pubblici le società pubbliche debbono rispettare le norme pubbliche per gli appalti di beni, servizi e forniture ma non per il personale. Quindi le porte sono spalancate per gli amici e gli amici degli amici. In barba alla flessibilità operativa ed alla loro missione.

  2. marcello battini Rispondi

    Non condivido l'impostazione di questo articolo ed è la prima volta, in molti anni di lettura de lavoce che mi trovo ad esprimere un giudizio così negativo. La questione è complessa c'è in gioco l'efficienza e l'efficacia della P.A.. Ritengo che per affrontare questo problema occorre partire dalla separazione di ruoli e funzioni della Politica e della Dirigenza Amministrativa. Quest'ultimi devono essere licenziabili, se non rispettano gli obbiettivi fissati dai politici, sulla base di studi e valutazioni scientificamente corrette. I C.C.L. nel P.I. devono essere abbinati a quelli del settore privato. Basta con 3000 contratti e 300 sindacati. In Svezia ci sono solo tre sindacati e quasi altrettanti contratti. Un altro mondo esiste già.

  3. Corrado Rispondi

    In realtà avrebbero dovuto pensarci molto prima in quanto gli Enti Locali per aggirare la normativa che gli impediva di assumere nuovo personale e li obbligava a contrarre i costi relativi in molti casi hanno costituito società satellite ed affidato senza gara ossia "in house" i servizi pubblici e spesso utilizzato le stesse per assunzioni clientelari. Il danno purtroppo è fatto ed occorrerebbe riportare molte di tali società nel perimetro degli assessorati di riferimento con una disposizione in deroga specifica.

  4. Piero Rispondi

    Se le società pubbliche fossero per davvero separate dalla politica allora forse nel lungo periodo un poco di meritocrazia emergerebbe... ma siccome sono strettissimamente legale la parola società di diritto "privato" è solo di fatto una maschera per avere la libertà di raccomandazione pubblica.. indi sino a che non verranno realmente privatizzate (forse nel prossimo secolo) allora il minor male sono i concorsi pubblici... in fede, un dipendente privato.

  5. Leandro Tiranti Rispondi

    Sono un revisore di enti locali e posso dire che è oramai un fatto noto tra gli addetti che le società partecipate sono diventate per gli enti locali una via per eludere i vincoli alle assunzioni ed ai controlli che sono stati messi negli ultimi anni agli enti stessi.

  6. roberto camporesi Rispondi

    Dopo l'ubriacatura delle privatizzazioni senza vere liberalizzazioni, credo che abbiamo bisogno di "pensiero fresco" per tornare a capire cosa vogliamo tenere pubblico (e con quali regole) e cosa vogliamo portare sul mercato (e con quali regole). In particolare, l'ambito delle infrastrutture e quello dei servizi pubblici locali sono ambiti importanti di ridisegno del welfare su cui credo sia importante tornare a sviluppare una progettualità più alta anche sotto il profilo teorico. Mi pare che la lavoce.info potrebbe fare un buon servizio al mondo politico se approfondisse questi temi cercando di fornire logiche più coerenti ed idee innovative; in particolare credo che sarebbe utile fare una disamina sui risultati ottenuti dalle società miste: la mia personale opinione è che il più delle volte siano dei pasticci in cui il pubblico rischia di diventare ostaggio del suo fornitore e in cui può essere più facile che possano trovare spazio pratiche di aggiramento delle regole e/o riproporsi problematiche di conflitto di interesse (il riferimento è alle gare indette dal soggetto pubblico che le bandisce e che contemporaneamente è socio di una delle aziende che partecipa).

  7. romano calvo Rispondi

    L'autore evidenzia efficacemente, la contraddittorietà della normativa che in questi 10 anni ha regolato l'outsourcing del pubblico servizio. Alla luce dei risultati prodotti dai vari decreti Lanzillotta e Brunetta, credo che non sia più possibile perseguire efficienza e qualità mediante le aziende in house. Occorre il coraggio di riconoscere che qualità ed efficienza del servizio pubblico si possono perseguire solo in due modi: riformando radicalmente il pubblico impiego, dando il potere ai cittadini utenti, ai rappresentanti delle istituzioni ed ai dirigenti, e togliendolo ai sindacati ed alla pletora di norme (come i concorsi) che illudono di garantire il merito e la trasparenza livellando le competenze professionali sulla conoscenza libresca del diritto amministrativo. L’altra strada è l’accreditamento dei privati per svolgere un servizio pubblico. Purtroppo non esistono evidenze empiriche che dimostrino quale delle due strade garantisca i migliori esiti in termini di qualità del servizio, di efficienza e, direi anche di partecipazione democratica alla gestione del bene comune. Ciononostante il mainstream spinge per la seconda: ecco la spiegazione.

  8. Luca Rispondi

    Credo che l'assioma concorso pubblico = miglior scelta sia stato più volte smentito dalla cronaca. Semmai, l'articolo punta il dito sul vero problema che è la produttività di queste aziende le quali dovrebbero essere efficienti come il mercato richiede, ma si troveranno ad agire con regole pubblicistiche che non risultano essere propriamente "snelle".

  9. Gaetano Vecchione Rispondi

    Egregio dottore, il suo punto e' molto chiaro. Fermo restando le negative conseguenze (in termini di burocratizzazoine) dell'introduzione di meccanismi pubblici per le assunzioni nelle societa' miste, non ritiene tuttavia che tali meccanismi possano quantomeno bloccare le assunzioni fatte per esclusivi fini politici? Insomma, non crede che questa norma possa bloccare l'accesso della politica all'ennesimo serbatoio di posti di lavoro da vendere in campagna elettorale? Non e' la soluzione perfetta ma in politica il second best e' la norma... Grazie, un cordiale saluto.

  10. Andrea Zatti Rispondi

    Per quanto alcune delle incongruenze e possibili rigidità introdotte siano innegabili, mi pare che, almeno in parte, le decisioni vadano nella direzione di risolvere l'ambiguità sinora affermatasi tra autoproduzione ed esternalizzazione. Il processo di riforma iniziato agli inizi degli anni 90 si basava infatti sull'idea di garantire flessibilità e efficienza produttiva passando dal make al buy. La prassi applicativa ha determinato quasi sempre il risultato che gli enti locali comprano sì, ma da sè stessi, ovvero da società di capitali da loro possedute o comunque largamente controllate. Ciò ha portato ad una serie di effetti contraddittori e perversi che vanno risolti. Se si crede nel mercato, nella flessibilità salariale, nel modello societario, nella logica contrattuale: allora fate le gare e affidatevi a soggetti di natura privata. Se si crede che l'amministrazione pubblica possa meglio gestire servizi con elevati contenuti di socialità ed esternalità, per i quali è difficile gestire un rapporto con terzi (cosa del tutto legittima), allora vanno scelti gli strumenti del diritto amministrativo. Tertium, a mio avviso, non datur.

  11. daniele Rispondi

    Per me è sempre stata un'ingiustizia il fatto che per lavorare in un ente pubblico bisognava studiare e sottoporsi ad un concorso pubblico, mentre per lavorare in una società partecipata da un ente pubblico (dove spesso si guadagna anche di più) bisognava avere solo una raccomandazione. Anche la Corte Costituzionale in varie pronunce ha affermato che il concorso pubblico è il metodo migliore per assumere i migliori e più meritevoli. Non capisco le critiche dell'autore dell'articolo ad una norma che aumenta la meritocrazia nel nostro paese.