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SALARI, UTILI E PRODUTTIVITÀ

Torna in auge la partecipazione agli utili. Mentre per i manager una retribuzione collegata agli utili appare ragionevole, per i lavoratori di livello inferiore è molto meglio legarla alla produttività o a variabili che dipendono direttamente dal loro comportamento sul lavoro. In estate si è cominciato a parlare seriamente di decentramento contrattuale e di legame tra salario e produttività, con importanti aperture di tutti i sindacati. Ora la proposta governativa di partecipazione agli utili rischia di creare solo confusione.

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha recentemente proposto di far partecipare i lavoratori agli utili dell’impresa. Il collega del Welfare, Maurizio Sacconi, è apparso entusiasta e ha subito annunciato che l’idea di Tremonti è “una grande proposta che sarà legge entro l’anno. [Si tratta] di far partecipare i lavoratori agli utili, non alla gestione”.
Ovviamente, dovremo attendere i dettagli della proposta di legge per capire esattamente che cosa hanno in mente i due ministri e, in particolare, quali strumenti verranno proposti per far partecipare i lavoratori agli utili ma non alla gestione, scelta che esclude la distribuzione di azioni con diritti di voto ai lavoratori. Tuttavia, riteniamo opportuno fare qualche considerazione preliminare. Innanzitutto, dobbiamo capire se una retribuzione legata agli utili sia una buona idea, indipendentemente da eventuali incentivi fiscali che il progetto di legge vorrà mettere in atto. In secondo luogo, si deve riflettere su quale ruolo il Governo e una legge dello Stato possono  svolgere.

L’AVVERSIONE AL RISCHIO E GLI STIPENDI DEI LAVORATORI

Oggi in Italia non vi è alcun divieto a che i lavoratori partecipino agli utili aziendali. Sindacati e Confindustria potrebbero quindi già farlo, senza alcun bisogno di un’apposita legge. In realtà, osservando la remunerazioni delle più importanti aziende italiane, ci accorgiamo come i dirigenti di alto livello (i cosiddetti dirigenti apicali) nel settore privato hanno quasi sempre una compensazione legata agli utili dell’impresa. Legare la remunerazione di un dirigente all’utile è infatti un modo per aumentare gli incentivi del dirigente stesso a generare più profitti. Perché allora imprese e sindacati hanno finora contrattato schemi di remunerazione dei lavoratori senza una partecipazione agli utili?
Per capirlo, dobbiamo chiederci qual è lo svantaggio di una simile scelta. La risposta è che quasi tutti i lavoratori, manager compresi, sono avversi al rischio e se potessero scegliere preferirebbero sempre una retribuzione di un ammontare fisso rispetto a una retribuzione che, a parità di livello medio, può essere alta o bassa. In altre parole, un lavoratore avverso al rischio preferisce una retribuzione certa di 1.500 euro rispetto a una retribuzione che può essere di zero o 3mila euro con una probabilità del 50 per cento.
Essendo gli utili delle imprese una variabile inevitabilmente soggetta ad ampie oscillazioni, un legame automatico salario-profitti finirebbe per rendere proporzionalmente variabili e incerti i salari dei lavoratori. È proprio questa incertezza sul salario a risultare sgradita ai lavoratori ed è questa una delle ragioni per le quali alcuni sindacati si sono rivelati storicamente contrari a un legame tra profitti e salari.

UNA CERTA VARIABILITÀ È PERÒ INEVITABILE

L’avversione al rischio non implica però che un salario certo sia il modo ottimale per compensare i lavoratori. Il problema di un salario fisso è che il lavoratore, certo di una retribuzione indipendente dai risultati, finisce per non avere incentivi a migliorare le proprie prestazioni. La mancanza di incentivi va ovviamente a discapito del datore di lavoro. La soluzione ottimale sarebbe quindi quella di legare la compensazione dei lavoratori a variabili sulle quali i lavoratori stessi hanno un impatto diretto. Ad esempio, i lavoratori di una catena di montaggio, attraverso la loro costante attenzione, influenzano in modo cruciale la percentuale prodotta di pezzi difettosi.

PRODUTTIVITÀ PIÙ CHE I PROFITTI

Èpertanto auspicabile legare la compensazione dei lavoratori alle variabili che misurano, seppure in modo imperfetto, la loro produttività. Per i top manager i profitti non si discostano troppo dalla loro produttività, anche perché dalle loro scelte strategiche dipende la produttività di tutta l’azienda. La maggior parte dei lavoratori non apicali, invece, non può incidere in alcun modo sulla gestione finanziaria, sul costo delle materie prime, sulle operazioni straordinarie e su altre variabili che determinano il livello degli utili. Non è quindi ottimale, in termini generali, legare la loro remunerazione ai profitti.

IL RUOLO E LA CONFUSIONE DEL GOVERNO

L’Italia ha un grande bisogno di legare i salari alla produttività. Il decentramento della contrattazione sarebbe un modo per facilitarne il legame, come sostenuto più volte su questo sito da Tito Boeri e uno di noi due. Inoltre, nelle settimane passate ci sono state importanti aperture su questo tema anche da parte della Cgil. Ovviamente, anche per quanto riguarda il legame tra salario e produttività, la parte più importante della riforma spetta alle parti sociali e il governo può solo intervenire, con strumenti fiscali, per facilitare il processo. Ma sarebbe sbagliato concedere sgravi fiscali solo alle imprese che adotteranno una politica di remunerazione dei lavoratori legata ai profitti, come sembra annunciare il ministro Sacconi. Politica che, tra l’altro, introdurrebbe una ulteriore asimmetria tra settore provato e settore pubblico, dove non è possibile legare la remunerazione ai profitti. La discussione sulla detassazione dei salari legati agli utili rischia soltanto di creare confusione e distorcere l’attenzione da una necessità strutturale molto più importante, quella del decentramento della contrattazione e del legame salari e produttività. In altre parole, rischia di essere un’altra occasione sprecata per l’Italia.

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Il COMMENTO DELLL’AGCOM ALL’ARTICOLO DI MICHELE POLO

19 commenti

  1. luigi zoppoli

    Il peccato originale della boutade del ministro sul profit sharing è che ha osato affermare una connessione tra esso a la crisi. Il gemello diverso compar Sacconi oltre ad un apprezzamento che solo lui può condividere ed in maniera tanto fastidiosamente plateale, sprizza gioia. A prescindere dal merito della questione della compartecipazioni agli utili (ed alle perdite?) non sarebbe il caso di concentrarsi sulla contrattazione decentrata? Ed occuparsi di Mezzogiorno spingendo forte sulla contrattazione decentrata invece di buttare nel pozzo senza fondo altri 4,3 miliardi di Euro? Ma questi hanno capito che da 20 mesi siamo in crisi?

  2. baldini giancarlo

    Penso che in un momento di recessione come questo non sia onesto proporre la partecipazione agli utili ai lavoratori. Occorre rifare tale proposta allorquando si ritornerà, se si tornerà, ai tempi delle vacche grasse! Condivido pienamente quanto espresso da Garibaldi e Panunzi. Cordialità

  3. carlo

    Data la scarsa propensione dei lavoratori al risparmio – dovuta non ai loro gusti raffinati, ma alla relativa modestia dei loro salari – il rischio di perdere lo stipendio intero per mesi è severo. Il paragone con i dirigenti apicali non regge. Non regge anche per un’altra ragione. Questi prendono le decisioni da cui dipende il loro stipendio. I lavoratori le subiscono. Un terzo commento riguarda il rapporto tra produttività e salari. Non è illegittimo sospettare che, se dalla produttività dipenderanno i costi (i salari), (alcuni) imprenditori cercheranno di occultare gli utili per ridurre la produttività. Forse sono troppo cinico. Ma credo che, una volta legata produttività e salari, ai lavoratori si dovrebbe dare la possibilità di verificare il livello reale di produttività – mettere il naso nei conti dell’impresa – impresa è il caso di dirlo, difficile.

  4. Maria Cristina Migliore

    Capisco la necessità di costruire un’argomentazione a favore del decentramento contrattuale. Però questa dovrebbe essere sviluppata tenendo conto delle più recenti acquisizioni su cosa sono le organizzazioni e sull’importanza dell’organizzazione del lavoro per la produttività. Sto pensando ai lavori di Riccardo Leoni e colleghi, e di Pini&Santangelo, ma anche a quelli di Silvia Gheradi. La frattura proposta nell’articolo tra i top manager e gli altri lavoratori mi pare propria di una concezione fordista e tayloristica delle organizzazioni del lavoro. Oggi invece esistono anche aziende il cui successo dipende dalla circolazione della conoscenza e da organizzazioni del lavoro partecipative. Anzi, sono queste che andrebbero favorite. In ultimo, mi interesserebbe un articolo di qualche esperta/o che spiegasse quali sono le ragioni dell’interesse di questo governo per la partecipazione agli utili dei lavoratori e delle lavoratrici.

  5. Stefano

    Bè, stabilendo dove sia possibile collegare la retribuzione agli utili, alla produttività o ad altre variabili, perché non farlo? Ma non così drasticamente come ipotizzato: cioè con la possibilità di prendere zero cioè nessuno stipendio. Si potrebbe fare un fisso, come ora, più una parte variabile di mese in mese a seconda delle variabili già dette. Guardando nel piccolo è un po’ come la mancia ai camerieri in Inghilterra, lì capisci perché sono così appassionatamente "orientati al cliente". Almeno io ho avuto questa impressione di attenzione verso il cliente o verso le opinioni, come cultura in generale, quando ci sono stato. Non può che far bene, no? Saluti, Stefano

  6. ENRICO QUARTA

    Articolo molto interessante, che però non coglie la presenza del verme nella mela. Mi spiego meglio: negli anni ottanta il dibattito verteva sulla scala mobile come variabile dipendente oppure non dipendente. Risultato attuale: lavoratori privi di scala mobile e traslazione della stessa a favore dei manager e consigli di amministrazione a prescindere dai risultati.

  7. Paolo Mariti

    L’industria ed i servizi in Italia sono in larghissima quota composti da piccole e piccolissime imprese tra i cui limiti culturali riconosciuti (imprenditore=dominus assoluto) v’è anche il "vizietto" di occultare al fisco i profitti per evasione fiscale, per evitare la trasparenza e mantenere e rafforzare il controllo. Il punto chiave è: chi e come accerterebbe l’entità dei profitti in tali imprese? Potrebbero darsi casi di vera e propria delazione da parte degli interessati. Ho anche dubbi sulla adesione alla proposta, sia da parte dei sindacati più accorti che di moltissime imprese, in un momento come questo in cui gli utili possono essere esigui o addirittura negativi. In una parola, la partecipazione agli utili come strumento di decentramento contrattuale richiede una maturità ed una strumentazione da parte di tutti gli interessati (fisco, lavoratori, imprenditori) che in Italia, allo stato attuale ed ancora per parecchio tempo, non esiste.

  8. Franco ELIA

    Di proposte e di sperimentazioni circa partecipazioni agli utili, distribuzione di azioni, produttività ed altre ornamentazioni del salario la storia ne ha già viste tante in un’economia dove il divieto di mettere il naso nella gestione è assoluto. Le recenti governative esternazioni con i possibili conseguenti accodamenti sindacali servono, a mio parere, a distogliere sempre più l’attenzione e la lotta sulla equità della retribuzione del lavoro per le finalità costituzionalmente riconosciutegli. Se è vero che il lavoratore non vuole abbandonare la certezza dell’ammontare di salario, la prova di apertura e di collaborazione dovrebbe invece essere girata ai manager e dirigenti nel senso di legare le loro ipotizzate retribuzioni unicamente agli utili (senza falsi in bilancio) e alla produttività della struttura (senza licenziamenti, esternalizzazioni, decentramenti, irregolare utilizzo di mano e/o cervello d’opera). Quindi bando a ipocrisie e nessuna confusione tra lavoro dipendente e lavoro sopra o contro il dipendente .Vien da pensare che questi esternatori sono così sicuri di avere degli idioti all’ascolto che scordano la crisi delle imprese che hanno pianto un minuto prima.

  9. Vincenzo Ledda

    Si fa un gran parlare di legare i salari alla produttività. Ciò saggio se la produttività del lavoratore dipendesse esclusivamente dalle sue capacità e dal suo impegno. In realtà la produttività del singolo dipende da molti fattori determinati principalmente dall’organizzazione del lavoro e dagli investimenti. Faccio due esempi per spiegarmi: La produttività di un tornitore dipende in buona misura dalla qualità del tornio a cui è assegnato; la produttività di un magazziniere dipende in buona misura dalla qualità del software di gestione del magazzino. Perché un tornitore assegnato al tornio vecchio dovrebbe essere pagato meno di quello assegnato al tornio moderno? Perché il magazziniere dotato di un programma approssimativo e poco usabile dovrebbe guadagnare meno del collega dotato di un programma efficiente ed ergonomico? Non parliamo poi della partecipazione agli utili. A parità di altre condizioni, le scelte finanziarie dell’azienda possono incidere pesantemente sugli utili. Cosa c’entra il lavoratore?

  10. michele

    Niente vietava una distribuzione di azioni e diritti di voto ai lavoratori. La legge riduce in questo senso le possiblità di partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa, esistenti in passato, escludendoli dalla gestione.

  11. Emilio

    A che mi serve produrre più unità di affettatrici o zainetti per singolo addetto? Possiamo forse competere ancora coi Cinesi sul fronte dei costi e su prodotti a bassa qualità intrinseca? Più industrie di nanotecnologie e meno zainetti prego… solo così un imprenditore potrà corrispondere stipendi più alti. Ma perchè si continua a parlare solo di produttività?

  12. Nicola D'Alessio

    Concordo con gli autori quando dicono che non ha senso collegare gli utili, ma ha senso considerare la produttività. Mi permetto di aggiungere che l’utile ottenuto dalle aziende è anche funzione della politica di bilancio delle stesse (vi è un innegabile margine di discrezionalità, pur rispettando i principi contabili nazionali e/o internazionali). Vi sono poi altri incentivi che potrebbero influenzare le politiche di bilancio e la conseguente determinazione degli utili: le aziende quotate hanno tutto l’incentivo a mettere bene in mostra i propri utili e ciò al fine di comunicare al mercato il proprio buono stato di salute per evitare che il mercato tolga loro credito; le aziende non quotate invece potrebbero avere un certo incentivo a tenere contenuti gli utili prima delle imposte per ridurre l’impatto dei costi da esse derivanti. A parità di incentivi per la produttività quindi, due lavoratori con eguale ruolo, funzione e produttività, potrebbero ricevere premi anche molto diversi (e.g. uno potrebbe avere un premio positivo e l’altro addirittura negativo rispetto al salario "fisso").

  13. Lucio

    Notizie risalenti a prima della crisi valutavano di circa il 60% del totale il numero delle società che non producevano utili o che addirittura erano in perdita. Mi confermate questo dato? E se il dato risultasse vero vorrebbe dire che circa il 60% dei lavoratori non riceverebbe la sua quota di partecipazione agli utili perchè la sua società non ne produrrebbe affatto? Nel breve periodo l’unico modo per aumentare la produttività di un lavoratore dell’industria è aumentare l’orario di lavoro! Il risultato di una detassazione della parte di salario legata all’aumento della produttività produrrebbe una diminuzione del costo del lavoro per unità di prodotto per l’imprenditore ed una probabile riduzione del salario orario medio per il lavoratore. Il risultato sarebbe una riduzione del gettito fiscale a parità di produzione. Smentitemi.

  14. luigi zoppoli

    Al di là degli argomenti esposti nell’articolo, trovo del tutto singolare che oltre a non comunicare nulla sulla finanziarie né sui conti pubblici, né sul gettiro fiscale al di là delle marchette mediatiche agostane, questa trovata della compartecipazione è solo un miserevole diversivo. Ed è inopportuno per la necessità di implementare il nuovo modello contrattuale. Scandaloso il collegamento del tributarista tra compartecipazione agli utili e crisi. Vista la reazione entusiasta di Sacconi, temo che fosse una sceneggiata concordata. Come i compari, il gatto e la volpe che portano Pinocchio a seminare il suo zecchino d’oro. Con gli stessi risultati.

  15. stefano

    Se si esclude qualsiasi forma di cogestione, come afferma anche il ministro Sacconi, e quindi di codeterminazione degli utili, soggetti anche a variabili che prescindono dalla prestazione dei lavoratori di livello inferiore, rimane solo la possibilità di definire obiettivi ai quali legare erogazioni di salario aggiuntive. Ma è già previsto da tutti i contratti con l’istituto del premio di risultato: non mi sembra una grande novità!

  16. luigi m.

    Sottoscrivo in pieno quanto riportato nell’articolo. Il ministro Tremonti aggiunge l’ennesima "proposta" alle mille fatte nel passato (quando era al governo naturalmente, non all’opposizione). Il problema è sempre il solito: parole vacue, senza profondità, senza analisi, senza dettagli. Uno dei peggiori ministri dell’Economia (o del Tesoro) del dopoguerra continua a parlare di tutto, e di tutti, senza mai arrivare al nocciolo della questione o, se volete, ad una proposta concreta: almeno una riuscirà a farla prima del termine del mandato!

  17. Giacomo La Gamba

    Chiedo agli economisti fautori del binomio salario-produttività: potete farmi un esempio tecnico di produttività legata al salario? Mi sapete definire la produttività? Non ritenete che sia un indice legato alle scelte del management? E’ ora di tenere conto che il dipendente percettore di salario è un fornitore di forza-lavoro, è un input, pur pensante, ahivoi!! Non credo che il pagamento di un fornitura di carta possa essere legata alla sua produttività!! E se la qualsivoglia produttività fosse negativa? Credo che sia ora di dare voce a cose concrete ed evitare spot ingannevoli, senza una dimostrazione tecnica esplicita e chiara. Attendo di capire meglio.

  18. Riccardo

    La Produttività (del lavoro) è il rapporto tra il prodotto e il numero di lavoratori impiegati nella produzione. Desideriamo corrispondere salari più corposi ai nostri lavoratori? Sì? Allora parliamo di qualità dei prodotti italiani, di centri di eccellenza, di ricerca. Non è minimamente pensabile combattere i cinesi sul piano della produttività continuando a produrre le solite cose a basso valore aggiunto, ergo parlare di produttività mantentendo le produzioni attuali è fuorviante.

  19. Alessandro

    Cosa succederebbe se l’azienda, piuttosto che generare utili, fosse in perdita? Salari pari a zero per i fornitori di forza lavoro che non possono discutere le scelte aziendali? Quale associazione sindacale permetterebbe questo comportamento? Forse, l’idea di far partecipare i dipendenti agli utili è un buon incentivo per le aziende di piccole o al massimo di medie dimensioni, dove effettivamente è l’intraprendenza dei singoli lavoratori (che possono essere valutati facilmente proprio perchè sono pochi) a determinare la buona riuscita dei progetti. Tuttavia, data la scarsa propensione al rischio, mi aspetterei pochi lavoratori accettare questa proposta, data la scarsa attitudine all’azione imprenditoriale di chi preferisce il lavoro subordinato (scelta assolutamente indiscutibile).

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